Principal Produzione, commercio, finanza nel Vicino Oriente Antico (3500 -1600 a.C.)

Produzione, commercio, finanza nel Vicino Oriente Antico (3500 -1600 a.C.)

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Categories: History
Año: 2017
Editorial: Centro Congressi Banca d’Italia
Idioma: italian
Páginas: 140
File: PDF, 12.64 MB
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Fodor’s Scotland

Año: 2016
Idioma: english
File: EPUB, 56.48 MB
Produzione, commercio, finanza
nel Vicino Oriente Antico
(3500-1600 a.C.)
Seminario ospitato dalla Banca d’Italia
Roma, 10 giugno 2016

A cura di
Odoardo Bulgarelli e Pierluigi Ciocca

Produzione, commercio, finanza
nel Vicino Oriente Antico
(3500 -1600 a.C.)
(Seminario ospitato dalla Banca d’Italia a Roma il 10 giugno 2016)
A cura di Odoardo Bulgarelli e Pierluigi Ciocca

Roma 2017

Mesopotamia

II

Codice di Hammurabi
(Museo del Louvre)
(1752 a.C.)

III

Epoche della Mesopotamia
- Uruk ( 3900-3100 a.C.):
. Uruk Antico (3900-3600 a.C.)
. Medio Uruk (3600-3400 a.C.)
. Tardo Uruk (3400-3100 a.C.)
- Jemdet-Nasr (3000-2900 a.C.)
- Età del Bronzo (3000-1200 a.C.):
. Bronzo Antico (3000-2100 a.C.)
. Bronzo Intermedio (2100-2000 a.C.)
. Bronzo Medio (2000-1500 a.C.)
. Bronzo Tardo (1500-1200 a.C.)
- ED (Early Dynastic) - Protodinastico (2900-2350 a.C.):
. ED 1 (2900-2750 a.C.)
. ED2 (2750-2600 a.C.)
. ED3 (2600-2350 a.C.)
- Sargonico (Akkad) (XXIV-XXII secolo a.C.)
- Terza Dinastia di Ur (Ur III) (XXI secolo a.C.)
- Isin-Larsa (XX-XVIII secolo a.C.)
- Paleo-assiro (XX-XVIII secolo a.C.)
- Antico-babilonese (XX-XVI secolo a.C.)

IV

Indice

Introduzione

1

Apertura dei lavori al seminario del 10.6.2016
Pierluigi Ciocca, Accademia Nazionale dei Lincei

4

Prolusione al seminariodel 10.6.2016
Odoardo Bulgarelli, Economista

5

Relazioni
L’economia politica delle élites mesopotamiche nel momento
di formazione dello Stato (IV e inizi III millennio a.C.)
Prof.ssa Marcella Frangipane, “Sapienza” Università di Roma

9

Elementi dell’economia dello stato neo-sumerico
(circa XXI sec. a.C.)
Professor Francesco Pomponio, Università degli Studi di Messina

29

Il ruolo del commercio interregionale nell’economia della Mesopotamia
antica durante il III-inizi II millennio a.C.
Perofessor Luca Peyronel, Università IULM di Milano

69

DOMANDE, CONSIDERAZIONI E RISPOSTE

101

Introduzione

Il periodo storico della civiltà Assiro-Babilonese copre i tre millenni a.C. Il suo inizio precedette
quindi, anche di molto, la civiltà Greca e Romana. Il seminario, tenuto in Banca d’Italia il 10
giugno 2016, si è svolto su Produzione, commercio, finanza nel Vicino Oriente Antico (3500-1600
a.C.). Il fine era quello di un momento di confronto su alcuni aspetti di quella complessa economia
che non voleva, e non poteva essere, esaustivo ma di semplice stimolo alla riflessione e al dibattito.
Purtroppo, la limitatezza del tempo a disposizione e l’interesse suscitato dai temi trattati dai relatori,
non hanno permesso agli intervenuti di formulare tutte le domande e considerazioni che avrebbero
voluto fare per cui, successivamente al seminario, è stato chiesto ai partecipanti di far avere il testo
finale delle loro domande e considerazioni alle quali i relatori avrebbero risposto. Quindi, con le
relazioni dei Professori Marcella Frangipane, Francesco Pomponio e Luca Peyronel, anch’esse
integrate, vengono pubblicate anche le domande e risposte pervenute. 1
Il rinvenimento di centinaia di migliaia di tavolette cuneiformi, unitamente ai reperti archeologici,
rappresentano una imponente fonte informativa sulla civiltà e sull’economia degli Assiri e
Babilonesi, e più in generale su quella del Vicino Oriente Antico. L’attenzione del seminario si è
soffermata sul periodo più arcaico (3500-1600 a.C.) nel quale nacque, nella Bassa Mesopotamia,
una nuova civiltà dai caratteri profondamente più evoluti e diversi dalle precedenti. In questa nuova
società nacque lo stato e con esso la città, il lavoro specializzato e una classe di élite con privilegi
sociali. Nacque la contrapposizione sociale. Tale società conobbe uno sviluppo economico,
produttivo e demografico inusitato accompagnato da un incremento dei commerci a lunga distanza
e dalla fondazione di colonie. Si ebbe così quel fenomeno che gli studiosi definiscono come
“espansionismo mesopotamico” in quanto la cultura della Mesopotamia fu “esportata” nei paesi
limitrofi la cui civiltà era, in quel tempo, molto meno evoluta.
La Mesopotamia avrà sempre un’economia prevalentemente basata sull’agricoltura (in particolare
orzo) e l’allevamento. Essa fu di tipo accentrato in cui il Tempio e il Palazzo esercitarono, in misura
variabile a seconda delle epoche, un potere sia politico che economico. Comunque in essa l’attività
“privata” svolse un ruolo che andrà crescendo nel tempo per apparire, in tutta la sua rilevanza, nel
periodo antico-babilonese (prima metà del II millennio a.C.), nel commercio con il Golfo Persico
(degli inizi del II millennio a.C.) e nel commercio paleo-assiro (durante i primi tre secoli del II
millennio a.C. ma particolarmente documentato per il XIX secolo a.C.) quando i mercanti assiri
posero in essere un vasto sistema privato di commerci a lunga distanza che si avvalse anche di una
pluralità di strumenti economico-finanziari.
La relazione della Frangipane affronta il tema dell'economia politica gestita dalle élites
mesopotamiche nel momento della formazione dello Stato nel IV millennio a.C., delineandone i
tratti principali come essi si evincono dai dati archeologici. Quell’élite incominciò ad accentrare
1

La circostanza che domande e considerazioni hanno talvolta riguardato argomenti trattati da più relatori ha comportato
la necessità di ripartire i quesiti formulati dai partecipanti al dibattito in funzione delle risposte dei relatori.

1

risorse primarie (terra e bestiame) e lavoro, redistribuendo beni alimentari e favorendo anche la
circolazione interna dei prodotti. Tale processo divenne sempre più centralizzato. L’abbondanza di
beni alimentari favorì anche un forte sviluppo dell’urbanizzazione che stimolò la specializzazione,
la circolazione interna dei prodotti e la produzione artigianale. La presenza di magazzini per la
conservazione delle merci, le ciotole prodotte in massa usate per le redistribuzioni di alimenti e le
cretule d’argilla impresse con sigilli, confermano, dice la studiosa, la presenza di un sistema
redistributivo. La politica economica delle élites, sempre più centralizzata, ruotava quindi
essenzialmente sulla produzione primaria e sul lavoro anche se, quasi certamente, non cancellò la
sfera privata dell’economia che dovette affiancarsi all’economia centrale. Anche se
l’organizzazione centralizzata favorì sicuramente lo sviluppo dell’artigianato e degli scambi a lunga
distanza, questi ultimi riguardavano soprattutto i materiali “esotici” usati per ostentare prestigio e
potere per cui, nel IV millennio a.C., tali commerci erano ancora un’attività “economicamente” non
rilevante, mentre nel III millennio a.C. le reti di scambio divennero gradualmente una parte
importante dell’economia e si organizzarono in modo nuovo.
Per Pomponio, una breve sintesi della sua ampia e dettagliata è di fatto impossibile. Essa abbraccia
infatti quasi tutti gli aspetti economici del periodo neo-sumerico per cui non possiamo che limitarci
a ricordarne alcuni, e non necessariamente i più importanti. Sulla base delle 100.000 tavolette
cuneiformi di quel periodo, lo studioso indica i cinque sovrani della III Dinastia di Ur che
regnarono, per tutto il XXI secolo a.C., su un vasto territorio che comprendeva una quindicina di
province e due fasce di stati cuscinetto (ma-da e stati vassalli). Egli analizza la struttura economica
di quel regno, il modo di gestire le terre (e la loro distribuzione tra il sovrano, le provincie e i
privati) nonché di produrre, di commerciare e di gestire la finanza. Ci dice che quello fu un periodo
fortemente accentrato su Palazzo e Tempio nel quale però “Ora si ammette che … esisteva un vitale
e florido settore privato …” ove agivano imprenditori privati dediti anche all’erogazione di prestiti
e dove la città di Nippur, ma non solo, poteva essere “… divenuta un centro finanziario e affaristico
…”. Tratta dell’allevamento, del lavoro (e sua remunerazione) e del ruolo degli artigiani. Parla
anche delle tasse da pagare (bala), del commercio e del ruolo dei mercanti con i loro capi mercanti.
Pone l’accento sul fatto che tra i possedimenti reali troviamo anche complessi industriali tessili nei
quali lavoravano migliaia di lavoratori e la cui produzione (unitamente a quella dell’orzo) era volta
anche all’esportazione. Esamina infine il ruolo dell’argento come moneta..
Peyronel ci dice che, con l’avvento dell’urbanizzazione, si ha nel Vicino Oriente Antico (IV
millennio a.C.) una centralizzazione delle risorse alimentari e della redistribuzione di prodotti e
servizi. In questa fase il ruolo del commercio a lunga distanza non appare decisivo. Nel periodo
successivo (c. 2900 - 2350) si verifica una marcata stratificazione e l’affermazione di una élite la
cui richiesta di prodotti e materiali di pregio viene soddisfatta attraverso scambi interregionali. Al
riguardo, la migliore documentazione è quella di Ebla (Siria) e delle tombe reali di Ur. I testi
amministrativi fanno intravedere, in maniera sfocata e talvolta equivoca, un sistema di scambi
indipendente dal potere centrale. Una spinta viene dalla metallurgia (rame e stagno). Con l’impero
di Akkad (c. 2350-2200), e le sue campagne militari, si avrà un grande afflusso di beni (bottini e
tributi) accompagnato dal controllo delle ampie reti commerciali precedenti. Si hanno contatti
mercantili anche con la valle dell’Indo (Harappa) mentre harappani si insediano nelle città
mesopotamiche. Rame e pietre esotiche (diorite, olivina e gabbro) provengono da Magan (Golfo
Persico). Un mutamento nelle relazioni commerciali si avrà con la III Dinastia di Ur (XXI secolo
a.C.). I mercanti neo-sumeri agiscono come funzionari dello stato che conducono spedizioni in Iran
e nel Golfo, ricchissimi di materie prime e soprattutto ‘ponte’ verso le regioni afghane dove si
trovavano le miniere di lapislazzuli, la pietra semi-preziosa in assoluto più richiesta nel mondo
vicino-orientale. All’interno, invece, i mercanti svolgono anche attività autonome innescando quei

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cambiamenti di tipo privatistico propri del periodo successivo a Ur III e che caratterizzeranno i
grandi circuiti internazionali del commercio paleo-assiro (e delle sue colonie in Anatolia) e con
Dilmun (Golfo Persico) in un contesto in cui l’argento pesato assumeva, in modo sempre più
accentuato, le funzioni monetarie di mezzo di pagamento, termine di valore e accumulo di capitale.
In definitiva, il quadro che ne emerge è quello di una società che nel corso della sua lunga storia
andrà incontro a mutamenti vari per esaurirsi, sul finire del I millennio a.C., con l’avvento
dell’immenso impero di Ciro il Grande e poi di Alessandro Magno.
Odoardo Bulgarelli

3

Apertura dei lavori al seminario del 10 giugno 2016
P. Ciocca, Accademia Nazionale dei Lincei
Sulla economia e la finanza dell’Antico Vicino Oriente
Non essendo in nessun senso un esperto della materia, ho forse un unico titolo per aprire questo
incontro: essere stato un promotore dell’interessamento della Banca d’Italia per le ricerche degli
assiriologi.
Non è possibile arricchire il museo numismatico della Banca d’Italia con una moneta coniata 5 mila
anni fa da qualche Re, Palazzo, Tempio dell’Antico Vicino Oriente. Allo stato attuale delle nostre
conoscenze quel tipo di moneta allora non c’era. In Asia Minore e in Occidente le prime monete
coniate sembra restino quelle create in Lidia nel VII° secolo a.C., seguite nei decenni dalle
“tartarughe” di Egina, dai “pegasi” – i cavalli alati – di Corinto, dalle “Wappenmünzen”, dai “gufi”
e dalle civette ateniesi, poi dalla monetazione romana.
È tuttavia saggia l’ipotesi della Banca d’Italia di muovere nella storia che il suo museo racconta
dalla vicenda monetaria, finanziaria, economica dell’Antico Vicino Oriente: tre millenni a.C. che le
tavolette incise – comprese quelle di proprietà della Banca – sempre meglio documentano. Si tratta
di una vicenda appassionante, che dovrebbe maggiormente coinvolgere gli storici delle altre epoche
e gli stessi economisti, sulla scia di Keynes che molto se ne occupò negli anni Venti, allorché
lavorava al Treatise on Money.
Sappiamo che l’economia dell’Antico Vicino Oriente esprimeva una vasta gamma di prodotti
agricoli, bestiame d’allevamento, infrastrutture pubbliche, manufatti, servizi. Sappiamo che la
divisione del lavoro era avanzata. Sappiamo che gli scambi erano intensi, gli stessi traffici “di lunga
distanza” normali. Alle transazioni corrispondevano modi di contare, pagare, tesoreggiare che una
finanza sviluppata potenziava. Orzo e argento, come “quasi moneta”, erano alla base di prestiti con
e senza interesse, come pure di contratti assimilati a pagherò, anticresi, garanzie, condivisione di
rischi nel produrre e nei commerci, addirittura derivati.
Qui, per l’economista che assiriologo non è, termina il certo e inizia l’incerto: una serie di
interrogativi, troppo diretti se non ingenui, a cui l’assiriologo vero non può che rispondere con
prudenza.
Un primo quesito è se quella del Vicino Oriente Antico fosse un’economia consuetudinaria di
comando – nel senso di Hichs – governata da Palazzo e Tempio, ovvero semplicemente
un’economia in cui lo “Stato”, esistendo, aveva una sua dimensione anche economica importante,
sebbene quantitativamente inferiore al peso del “privato”.
Il secondo interrogativo è se si trattò di un’economia di mercato – ancora nel senso di Hicks – o
semplicemente di un’economia non di mero autoconsumo con baratti, scambi anche multilaterali,
botteghe, si, ma priva di mercati organizzati, imperniati sulla figura dell’intermediario, che “fa” il
mercato stando sul mercato da entrambi i lati, della domanda e dell’offerta.
L’economia era regolata: dalla politica, dalle norme del tempo trasfuse persino in codici, ma anche
dalla religione? Influiva sull’economia una religione (cito Cagni) “secondo cui l’uomo è stato
creato per sostituire gli dèi nel lavoro: in concreto per servirli”?
Su quali rapporti di produzione – nel senso di Marx – si fondava il sistema, non solo economico?
Sembra che nel tempo siano coesistite diverse forme di lavoro, in varia ma incerta composizione:
schiavistico, servile, remunerato, cooperativo, autonomo. Un vero mercato del lavoro, allocato dal
4

salario, pare non esistesse. Ma, se dipendente, il lavoro da chi dipendeva: dal Palazzo, dal Tempio,
da privati? E questi privati possono dirsi imprenditori privati cioè innovativi cercatori di profitto
estratto dal salario (e non da solo guadagno), come persino Baumol sulla scia di Michael Hudson e
Cornelia Wunsch si è spinto a ritenere? Insomma, si configura o no, un modo di produzione
distinguibile dal modo di produzione asiatico e dagli altri teorizzati da Marx ed Engel?
L’ultimo punto è fra i più intriganti sul piano storico e in certo senso riassume i precedenti. Alcuni,
come il già evocato Hudson, ritengono che le attività produttive e commerciali, tanto apprezzate e
sviluppate nell’Antico Vicino Oriente, sarebbero altrove regredite nella scala dei valori sociali. Con
la Grecia e con Roma, in particolare, si sarebbero affermate le capacità e le propensioni politiche e
militari. Tuttavia, si può essere di opinione diversa. A quale Senofonte credere? A quello che cita la
Sparta di Licurgo come un’eccezione fra le città greche dedite per lo più agli affari ovvero a quello
che vuole i lavori artigianali disprezzati in tutte le città greche?
Inquadrare le origin più remote della finanza movendo da questi e da altri quesiti sull’Antico Vicino
Oriente arricchirebbe non poco di contenuti storici il museo della moneta della Banca d’Italia. Lo
innalzerebbe al di là della mera collezione di oggetti in senso stretto monetari.
Prolusione al seminario del 10 giugno 2016
O. Bulgarelli, Economista
Questo Seminario rappresenta l’ultima tappa di un lungo percorso iniziato in Banca d’Italia sul
finire degli anni ’90 del secolo scorso. Fu allora che, presso il Museo della Moneta di Palazzo Koch
in Roma, si avviò, direi quasi alla sordina e in modo informale, un percorso che sarà sempre più
volto a comprendere meglio quale fosse stata la natura economica di una civiltà i cui inizi
precedettero di oltre tremila anni quella della Grecia classica e di Roma: la civiltà del Vicino
Oriente Antico e in particolare, ma non solo, della Mesopotamia.
La comune credenza che, prima della moneta coniata nata in Lidia nel VII-VI secolo a.C., fossero
presenti essenzialmente economie più o meno “primitive” basate in definitiva sul baratto, suscitò in
noi l’interesse … a saperne di più!
Interessandomi in quel tempo del Museo della Moneta della Banca d’Italia, avviammo i primi
contatti con il mondo accademico, e in particolare con quello degli Assiriologi. Essi si riveleranno
per noi fruttuosi. Gradualmente veniva per noi a schiudersi un mondo economico che appariva
vieppiù articolato. In esso, uno stuolo di studiosi invero non molto numeroso, stava gradualmente
dissipando le nebbie che avvolgevano l’economia di quell’antica civiltà. In un crescendo, che si
andava accelerando nel corso degli ultimi decenni, gli scritti economici si stavano moltiplicando
dando luogo a una vasta bibliografia. Opinioni che nel passato sembravano consolidate venivano
riviste. Le diversità di opinioni, pur permanendo, andavano attenuandosi. Oggi, l’insieme di queste
circostanze porta quindi ad auspicare che, in un contesto sufficientemente condiviso, si possa
giungere quanto prima a scrivere una storia economica generale di quella lunga civiltà la cui durata
è stata pari alla prima metà dell’intero periodo storico dell’uomo.
È in questo contesto che, tra il 2000 e il 2002, la Banca d’Italia acquistò una importante collezione
di tavolette di argilla cuneiformi mesopotamiche. Esse coprono un arco di tempo di circa 800 anni
che va dal 2500 al 1700 a.C. La Banca sostenne anche convegni su aspetti di quell’antica economia.
Lo fece in Banca d’Italia, all’Istituto Italiano di Numismatica e all’Accademia Nazionale dei Lincei.
Altre iniziative furono volte a diffondere la conoscenza degli studi che si stavano conducendo su
quella economia. Furono finanziati anche scavi a Ebla, Qatna e Tell Beydar. Si sostenne anche un
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gruppo di studiosi internazionali impegnati nella formazione di una banca dati degli oltre 100.000
testi cuneiformi della III Dinastia di Ur (XXI secolo a.C.). Nel 2006 la Banca ha imoltre pubblicato
due volumi con la traduzione in italiano dei testi della sua collezione di tavolette cuneiformi con
annesso DVD con le immagini fotografiche delle tavolette.
Nel contempo veniva avvertendosi la necessità di agevolare un dialogo interdisciplinare tra
Assiriologi da una parte ed Economisti e Storici dell’Economia dall’altra. Diverse iniziative furono
prese anche al di fuori della nostra Banca Centrale. In particolare, con la Rivista di Storia
Economica pubblicammo diversi articoli economici scritti da Assiriologi. Così fu per l’intero
numero di questa rivista del 2009/1 il cui tema è stato l’argento come “moneta”. Cosa analoga
avvenne per l’intero numero della stessa rivista del 2015/1 su modo di produzione e commercio.
Intanto, nel 2011, nell’ambito della 57A “Rencontre Assyriologique Internationale”, si organizzava
in Roma, con l’Università “Sapienza”, l’ABI-Associazione Bancaria Italiana e la Rivista di Storia
Economica, un incontro sull’economia della Mesopotamia i cui atti sono stati pubblicati nel 2013 in
un libro edito dalla “Sapienza”.
Ed è appunto nell’ambito di tali iniziative volte al dialogo interdisciplinare e alla diffusione della
conoscenza di tali studi, che si inserisce questo seminario in Banca d’Italia dedicato a “Produzione,
commercio, finanza nel Vicino Oriente Antico”.
Le tre relazioni degli Assiriologi coprono un ampio periodo di tempo (3500-1600 a.C.). Il fine è
quello di dare una panoramica generale su alcuni dei principali aspetti di quella economia e della
sua evoluzione. Comunque esso non vuole essere, e non può di certo essere, una trattazione
esaustiva di quella complessa economia.
Per il periodo più arcaico (seconda metà del IV-prima metà del III millennio a.C.), le considerazioni
svolte si baseranno essenzialmente sulla documentazione archeologica. Essa è tra l’altro
rappresentata da reperti archeologici di vario genere ritrovati in paesi diversi da quelli di
provenienza dei beni stessi o da insediamenti locali aventi caratteristiche che sono proprie della
cultura di altri paesi (a esempio le piante di edifici templari).
Invece, specialmente a partire dalla seconda metà del III millennio a.C., le fonti scritte diventano
vieppiù rilevanti anche se quelle archeologiche seguitano ad avere un loro ruolo seppur non più
preminente o esclusivo.
La Prof.ssa Marcella Frangipane inizierà con una relazione sul periodo più arcaico (seconda metà
IV-inizi III millennio a.C.) alla quale seguirà la relazione del Prof. Francesco Pomponio sulla III
Dinastia di UR (XXI secolo a.C.) per chiudere con quella del Prof. Luca Peyronel che tratterà del
commercio a lunga distanza tra il 2900-1600 a.C.
Sotto il profilo economico, una particolare menzione va’ comunque al commercio a lunga distanza
del periodo paleo-assiro (inizi II millennio a.C.). Tale commercio fu svolto, per proprio profitto, da
mercanti privati le cui merci venivano pagate in argento e, molto meno frequentemente, in oro. La
sua rilevanza risiede anche nel fatto che quei mercanti svolsero tali commerci avvalendosi di molti
degli strumenti economico-finanziari che oggi ritroviamo, in forme ovviamente più evolute, nelle
nostre economie.
A conclusione di questo mio intervento, lascio quindi la parola ai relatori e per prima alla Prof.ssa
Frangipane, nella certezza che anche il dibatto che ne seguirà rappresenterà un contributo a una
migliore comprensione di quell’antica economia.

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Relazioni

- Prof.ssa Marcella FRANGIPANE,
Università “ Sapienza” di Roma
- Prof. Francesco POMPONIO,
Università degli Studi di Messina
- Prof. Luca PEYRONEL,
Università IULM di Milano

L’economia politica delle élites mesopotamiche nel momento di formazione
dello Stato (IV e inizi III millennio a.C.)
Marcella Frangipane – “Sapienza” Università di Roma

L’economia mesopotamica è nota per essere stata caratterizzata, sin dalle più antiche occupazioni
della pianura alluvionale meridionale tra Tigri ed Eufrate, oggi Iraq del sud, da un forte grado di
centralizzazione dei beni, per lo più primari, nelle mani delle autorità politiche e da parallele
pratiche di ‘redistribuzione’ di questi beni alla popolazione o a parte di essa. Le redistribuzioni su
larga scala, trattandosi di distribuzioni di cibo, sono indicative anche di un probabile controllo
centrale sul lavoro. Le razioni alimentari, o anche semplici distribuzioni di pasti, infatti,
specialmente se attuate in modo frequente e intenso, dovevano essere ‘nella sostanza’ forme di
compensazione per prestazioni lavorative.
Già nella prima metà del secolo scorso Karl Polanyi e la sua scuola sostantivista si erano ispirati in
gran parte proprio al modello della società mesopotamica e delle sue istituzioni politico-economiche
nel formulare la loro famosa teoria della specificità e peculiarità dell’economia antica premercantile, che appariva ai loro occhi come intrinsecamente incorporata nella sfera del sociale, del
politico, dell’ideologia, del culto, priva cioè di quella esplicita “autonomia” nata con l’economia di
mercato e con il sistema capitalistico (Polanyi et al. 1957).
L’intuizione di Polanyi che il modo di operare dell’economia in società pre-mercato prendesse
forma in altre istanze non economiche della società, funzionando anche come strumento volto al
mantenimento dell’ordine sociale, al rafforzamento dell’autorità, al consolidamento del prestigio e
del potere delle élites, è stata, a mio avviso, illuminante e ha offerto uno strumento analitico molto
utile, che ha consentito di cogliere il nesso profondo tra il sistema economico di produzione e
circolazione dei beni e il modo di funzionare dei sistemi di relazioni sociali, politiche e ideologiche
operanti per la sopravvivenza delle società e la riproduzione del loro ordine sociale. E la forte enfasi
sulla centralizzazione e redistribuzione dei beni caratteristica delle società pre- e proto-statuali
mesopotamiche, affidata spesso, specie nelle fasi formative più antiche, a pratiche cerimoniali, è
certamente un esempio molto significativo di un tale modo di operare dell’economia.
L’abbondanza di nuovi dati che ci vengono dal mondo dell’archeologia, e quindi dalle evidenze
degli esiti materiali delle attività e delle relazioni socio-economiche rimaste nel record
archeologico, di cui noi tentiamo di ricomporre le tracce, rende tuttavia necessario approfondire,
specificare e articolare meglio alcune definizioni e concetti proposti a suo tempo da Polanyi e dai
sostantivisti. Nella stessa generale definizione di sistema “centralizzato e redistributivo” come
differente e contrapposto al sistema di mercato, ad esempio, possono in realtà rientrare molteplici
modelli e tipi di accentramento e circolazione amministrata dei beni, attuati in società e
organizzazioni politiche molto diverse tra loro e con finalità ed esiti del tutto differenti o addirittura
opposti.
A questo riguardo alcuni quesiti vanno posti in via preliminare.
Il primo interrogativo è: in quali casi è nato un sistema di centralizzazione dei beni e/o delle
attività produttive, e come è cambiato nelle forme e negli obiettivi da caso a caso?

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Il secondo interrogativo, strettamente collegato al primo, è: quale funzione economica e sociale ha
svolto la centralizzazione nei diversi casi in cui ha operato?
Infine, un’altra importante questione, centrale alla comprensione della natura stessa della
centralizzazione e del suo ruolo economico, riguarda l’individuazione di quali tipi di beni e/o
attività venivano centralizzati, e in quali contesti politici e organizzativi.
Ancora una volta Polanyi, poi ripreso da antropologi statunitensi come Earle e D’Altroy, per la
prima volta individuava due tipologie di politica economica delle élites, una incentrata sulla
cosiddetta “staple finance” e un’altra sulla “wealth finance”, riferendosi ad un’enfasi posta sui beni
primari e di sussistenza nel primo caso e sui beni di lusso e artigianali nel secondo (Polanyi 1944;
D’Altroy ed Earle 1982).
La riflessione sulle cause che hanno spinto a centralizzare risorse e lavoro in ambito pubblico e
sulla dimensione e invasività, in termini sia di scala che di varietà di beni coinvolti, di tale
centralizzazione costituisce un punto di partenza essenziale per comprendere i rapporti instauratisi
tra economia pubblica e privata in diverse situazioni e condizioni ambientali e sociali. Analizzare
tali cause aiuta anche a comprendere quanto abbia influito, nella spinta verso l’accentramento delle
risorse e della loro gestione pubblica, un bisogno di razionalizzazione o non piuttosto dinamiche di
competizione e conflitto sociale.
Tipi di centralizzazione e redistribuzione dei beni nel mondo mesopotamico
Forme di centralizzazione e redistribuzione dei beni sono avvenute, nel mondo mesopotamico
allargato, già nel Neolitico. Scoperte archeologiche effettuate in Siria negli anni ’90 hanno
permesso di riconoscere una inaspettata forma di ‘centralizzazione e redistribuzione egalitaria’
messa in atto nelle società del VII e VI millennio a.C. nella Jezirah siro-irachena (Alta
Mesopotamia) (Akkermans ed. 1996; Frangipane 1996; 2000). Qui comunità basate su un’economia
di sussistenza mista, fatta di agricoltura, pastorizia e caccia, immagazzinavano i prodotti in grandi
magazzini comuni per redistribuirli poi in modo regolato e controllato, come testimoniano le
centinaia di cretulae con impressioni di sigillo rinvenute in uno di questi siti, Sabi Abyad
(Duistermaat 1996; Akkermans e Duistermaat 1996). La collettività o le singole famiglie che ne
facevano parte conservavano probabilmente i loro prodotti in questi magazzini per un certo periodo
di tempo, per poi accedere nuovamente ad essi in modo regolamentato.
In queste società, totalmente egalitarie, l’unità di base di produzione e consumo era probabilmente il
gruppo o il villaggio nel suo complesso, e l’esigenza di immagazzinare in spazi condivisi nasceva
probabilmente dal bisogno di settori della comunità di allontanarsi per un certo tempo dal villaggio
(per battute di caccia organizzata stagionale o per la pastorizia), lasciando il prodotto in custodia a
persone che offrivano questo servizio e si facevano carico di garantire poi la redistribuzione “equa”
dei beni immagazzinati (Akkermans e Duistermaat 1996). L’economia di sussistenza di queste
comunità doveva essere basata sulla cooperazione e la loro struttura doveva essere profondamente
egalitaria perché un sistema di questo genere potesse sussistere ed essere efficace (Frangipane
2007). In società di questo tipo normalmente, infatti, ogni tendenza a generare disuguaglianza viene
rigorosamente contrastata. L’obiettivo della centralizzazione nelle comunità neolitiche della Jezirah
era dunque la razionalizzazione e l’efficienza del sistema, non il vantaggio di alcune categorie
sociali.
Profondamente diverso fu il secondo tipo di centralizzazione economica affermatosi in tutto il
mondo mesopotamico allargato nel corso del IV millennio a.C. Si trattava in questo caso di una

10

‘centralizzazione e redistribuzione disuguale’, messa in atto nelle società della Bassa Mesopotamia
composte da grandi famiglie in competizione tra loro in un contesto ambientale difficile.
In questo caso l’unità base di produzione e consumo dovettero essere proprio le singole famiglie,
molto probabilmente allargate, che dovevano gestire le risorse e l’economia di sussistenza in modo
competitivo (Frangipane 2007; Pollock 1999). Questo modello di gestione e circolazione dei beni, o
più probabilmente di una parte di essi, prese forma nelle pianure del sud, forse già a partire dal V
millennio a.C., e si affermò e sviluppò poi in tutto il mondo mesopotamico e nelle regioni collegate
del sud-est anatolico.
Entrambi i tipi di centralizzazione erano imperniati principalmente sui beni primari legati alla
sussistenza, essenzialmente alimenti e forse prodotti secondari non alimentari, ma di uso diffuso
quali lana e lino, dell’agricoltura e dell’allevamento. Ma la funzione sociale ed economica dei due
modelli era profondamente diversa: nel caso delle comunità neolitiche della Jezirah mirava alla
distribuzione equa ed egalitaria delle risorse, mentre nel caso delle società mesopotamiche del IV
millennio accentuava i privilegi, l’accumulazione di risorse e la disuguaglianza (Frangipane 2000;
2016a; 2016b).
La centralizzazione economica e politica nella Mesopotamia del IV millennio a.C.
La Bassa Mesopotamia era una regione piuttosto omogenea dal punto di vista climatico e
ambientale, ma al suo interno vi erano micro-zone ecologicamente differenziate con potenzialità e
risorse differenti (zone adatte all’agricoltura estensiva, zone più propizie all’orticoltura, zone da
pascolo, aree costiere e lagunari buone per la pesca). Proprio le differenze ecologiche in uno spazio
di estensione limitata, unitamente alle condizioni di un’agricoltura cerealicola potenzialmente molto
espansiva grazie alle vaste pianure dell’alluvio ma soggetta alla necessità di irrigazione e a forti
fattori di rischio (alte temperature, aridità e conseguente salinizzazione dei suoli), sono state
probabilmente tra le principali cause della precoce centralizzazione economica e delle pratiche
redistributive ad essa connesse sin dalla prima occupazione di quei territori (Adams 1966).
Il sistema ‘redistributivo’, basato sull’accentramento di risorse primarie in varie forme (offerte,
tributi) nelle mani di persone di alto rango e sulla loro redistribuzione in contesti pubblici e d’élite,
consentiva probabilmente di coordinare e gestire in modo più efficiente una produzione
potenzialmente molto ricca, ma varia da zona a zona e al tempo stesso difficile ed esposta a rischi,
permettendo una capillare circolazione dei prodotti tra le varie componenti produttive, attutendo gli
effetti di possibili momenti di crisi in alcune micro-zone.
Questo tipo di coordinamento e controllo economico si tradusse molto presto nell’investitura di
quelle stesse figure di alto rango di un crescente prestigio e una aumentata autorità politica e
religiosa.
La Bassa Mesopotamia fu anche caratterizzata, infatti, dalla comparsa, già nelle fasi più antiche, di
istituzioni a carattere cerimoniale religioso con sedi architettonicamente monumentali. Non ci sono
dati archeologicamente nuovi per questa regione, ma le informazioni ottenute dallo scavo di grandi
centri urbani del IV millennio, come Uruk-Warka, da numerosi studi territoriali (Adams 1981;
Wright 1969; 1981), e dalle migliaia di tavolette pittografiche rinvenute a Uruk e attribuibili alla
fase finale del IV millennio (Nissen et al. 1993; Nissen 2015), ci consentono di formulare ipotesi
sulle caratteristiche organizzative, sociali ed economiche di queste società.
I dati archeologici a nostra disposizione per il sud della Mesopotamia supportano l’ipotesi
dell’esistenza di famiglie estese sin dalla prima occupazione della pianura alluvionale nel VI e V
11

millennio a.C.. Case ‘tripartite’ molto grandi con uno spazio centrale comune e due ali di stanze
laterali più o meno simmetriche, che obbediscono a modelli molto standardizzati, sono documentate
nel V millennio a.C. (cultura di Ubaid) (Huot 1989; Margueron 1987) e fanno pensare a nuclei
familiari grandi e compositi, che occupavano le diverse parti della casa in accordo a precise regole
codificate.
Nell’unico villaggio Ubaid scavato interamente, Tell Abada, nella valle dell’Hamrin (Jasim 1989),
due case vicine tra loro erano nettamente più grandi delle altre, e una di esse aveva caratteristiche
architettoniche e materiali distintivi, che potrebbero suggerire si trattasse della casa del ‘capo’. In
questa casa, una concentrazione di numerose sepolture di bambini sotto i pavimenti potrebbe
suggerire che alla famiglia preminente venisse affidata la rappresentanza simbolica della comunità
nel suo complesso.
Tutto ciò permette di ipotizzare che le comunità Ubaid avessero un sistema di parentela organizzato
secondo linee di discendenza gerarchiche, che dovettero creare da subito disuguaglianze di rango,
all’inizio non necessariamente associate a privilegi economici (Frangipane 2007).
Un’organizzazione per grandi famiglie di diverso status sociale, del resto, troverebbe conferma
negli sviluppi successivi della società mesopotamica, che dai testi protodinastici appare formata da
corporazioni familiari gerarchicamente organizzate anche al loro interno.
E’ possibile che alle figure di alto rango venissero affidati compiti gestionali, relativi a transazioni
sociali, economiche, religiose e politiche.
Nella Mesopotamia meridionale, come è ben noto, si ebbe la comparsa precoce di edifici
cerimoniali (i famosi ‘templi’ di Eridu), che ricalcano la forma tripartita della casa, ma se ne
differenziano per la monumentalità, per la piattaforma sopraelevata su cui si ergevano, per la
complessa decorazione con pilastri a nicchie e recessi multipli, per la diversa distribuzione interna
degli spazi, in cui nettamente prevaleva lo spazio della grande sala centrale per l’accoglienza del
pubblico. In questa sala, dotata anche di due piattaforme interpretabili come altare e tavola/podio
(Safar et al. 1981), dovevano svolgersi atti cerimoniali probabilmente legati alla distribuzione e al
consumo di cibo. Indizi in tal senso vengono dal ben noto ritrovamento di abbondanti lische di
pesce affumicato in una delle stanze del tempio di Eridu di fase Tardo Ubaid (Adams 1966;
Frangipane 1996), come pure dalla forma larga e bassa dei podi, spesso muniti di focolare, che
appaiono come tavole per preparare e distribuire cibo in cerimonie e feste o banchetti (Helwing
2003; Bray 2003).
E’ probabile dunque che in questi edifici fossero proprio le figure di alto rango a gestire il rituale e
le redistribuzioni alimentari in forma cerimoniale, e che tali edifici fossero la sede principale delle
attività pubbliche, al tempo stesso cerimoniali/religiose ed economiche, dei leader della comunità.
L’iconografia più recente sui sigilli di periodo Tardo Uruk (3400-3100 a.C.) mostra la stretta
relazione tra il cosiddetto “re/sacerdote”, il tempio, e la gestione pubblica e cerimoniale di beni
alimentari (Boehmer 1999), indicandoli come i tre elementi portanti di quel sistema di potere
centralizzato che caratterizzò la società mesopotamica del IV millennio e che probabilmente
affondava le sue radici nella struttura sociale ed economica originaria di quelle comunità, già
riconoscibile nel millennio precedente. Nelle rappresentazioni della glittica di periodo Tardo Uruk
vengono ideologicamente enfatizzate le ‘offerte’ al tempio, ossia i beni che entravano e che
alimentavano quel circuito che aveva poi il suo perno nelle redistribuzioni di cibo (fig. 1a).

12

Fig. 1: Motivi su sigilli cilindrici da Uruk-Warka (disegni di A. Siracusano,
rielaborati da Amiet 1961 e Boehmer 1999).

Tale circuito, nato probabilmente in forma ritualizzata e con finalità forse limitate alla
redistribuzione di alcune risorse nel V millennio, dovette accrescersi progressivamente
determinando un’accumulazione crescente di risorse che non si limitarono ai prodotti, ma inclusero
un crescente accentramento di mezzi di produzione, terra e bestiame per ottenere quantità crescenti
di prodotti.
Questo sistema, che si diffuse nelle sue linee generali in tutta la cosiddetta ‘Grande Mesopotamia’,
non a caso ha avuto la sua origine proprio nell’alluvio meridionale, dove l’ambiente a rischio e
l’accesso disuguale a terreni e risorse di diversa qualità, unitamente alla probabile esistenza di
sistemi socio-parentali basati su linee di discendenza disuguali e “gerarchiche”, devono aver
favorito la nascita di autorità politiche, che, accentrando e redistribuendo risorse, mentre forse ne
garantivano una migliore circolazione, al tempo stesso accumulavano prestigio, autorità politica e
potere economico (Frangipane 2016b).
Le risorse alimentari non possono essere tesaurizzate, in quanto deperibili; esse dovevano, quindi,
essere continuamente reinvestite, generando via via in un sistema di tipo “imprenditoriale” che
destinava almeno una parte dei beni accumulati a sostentare numeri sempre più elevati di persone,
investendo in lavoro e conseguentemente in produzione di nuovi beni.
L’effettiva disuguaglianza sociale, la posizione privilegiata e il prestigio dei leader, la forte
legittimazione ideologica resero il circuito della redistribuzione espansivo, probabilmente
innescando un meccanismo di autoalimentazione, crescita e trasformazione: accentramento
crescente di beni alimentari da redistribuire e probabilmente di mezzi di produzione, come terra e
bestiame, numero crescente di persone che si impoverivano e dovevano essere sostentate ricevendo
cibo, aumento ulteriore del prestigio e potere dei leader, crescenti quantità di lavoro e servizi offerti
a questi leader, accumulazione crescente dei mezzi di produzione e conseguente richiesta aumentata
di forza lavoro. La componente sociale preminente, attraverso l’esercizio dell’autorità politica e
13

l’investitura religiosa, si appropriava di beni, risorse e forza lavoro, e la disuguaglianza sociale si
dovette tradurre ben presto nello sviluppo di una disuguaglianza economica.
La legittimazione ideologica e religiosa dell’autorità e del suo diritto-dovere a gestire la “cosa
pubblica” e a intervenire su aspetti sostanziali dell’economia di sussistenza deve essere stata, in
questa situazione, un elemento essenziale al funzionamento del sistema stesso e alla sua solidità
politica e sociale (Godelier 1977, parte quarta-1; Aldenderfer 2012). Quel potere, ormai anche
economico, continuò, infatti, ad avere una legittimazione e una connotazione prevalentemente
legate alla sfera cultuale. Non solo aree specificamente di culto, come il cosiddetto White Temple a
Uruk, ma anche la grande area dell’Eanna che occupava una vasta estensione al centro della città
(Eichman 2007; Butterlin 2012), continuavano a manifestare un carattere preminentemente
cultuale-religioso. Infatti, pur essendovi numerosi edifici architettonicamente diversi e
probabilmente sedi di numerose e varie attività pubbliche, anche economico-amministrative,
predominavano formalmente, in termini di dimensioni, caratteri e monumentalità, strutture con le
caratteristiche standardizzate che furono proprie degli edifici templari in Mesopotamia per lungo
tempo.
E la stessa iconografia sui sigilli conferma questa forte accentuazione dell’aspetto cerimoniale/
sacro nell’ideologia esibita per sottolineare e confermare l’ “ordine sociale”. La raffigurazione del
tempio è molto frequentemente presente nelle scene della glittica di Uruk (fig. 1).
I leader della comunità controllavano ormai, alla fine del IV millennio, un’enorme varietà e quantità
di beni e transazioni economiche, e le gestivano nelle aree pubbliche mediante un sofisticato
sistema amministrativo, che nella grande città di Uruk sperimentò addirittura la prima scrittura
pittografica 2 (fig. 2e-f).
Lo strumento amministrativo fu la chiave essenziale per il controllo economico della circolazione
dei beni e per tenere conto degli attori delle transazioni, in una società ormai molto articolata e
complessa. Nel IV millennio le tecnologie amministrative si svilupparono moltissimo in quantità e
qualità, con l’introduzione, oltre alle cretulae per sigillare contenitori e porte dei magazzini, di altri
strumenti amministrativi, che obbedivano a molte e varie esigenze in un contesto in cui era
aumentato enormemente il numero delle operazioni e la complessità delle fasi di contabilità e
registrazione di esse (fig. 2a-d e 3). Amministrazione e burocrazia permisero di esercitare un
capillare controllo sia economico che politico sulla popolazione, delegando potere agli
amministratori e permettendo un controllo più capillare anche del territorio.
Sempre più attività produttive vennero coinvolte nel sistema economico centralizzato, come si
evince dalle tavolette pittografiche in cui le liste lessicali menzionano artigiani di vario tipo
organizzati gerarchicamente. Non sappiamo se questi artigiani fossero alle dipendenze
dell’istituzione centrale o se questa agisse da committente privilegiato; ma alla fine del IV millennio
a.C. certamente il sistema economico centrale mostra una capacità crescente di controllo sul sistema
produttivo complessivo, incentivando forse anche in qualche modo la produzione artigianale
mediante una crescente domanda.

2

La scrittura nacque e fu impiegata solo nella grande città di Uruk-Warka alla fine del IV millennio probabilmente
proprio perché la dimensione enorme di quella città e la scala delle transazioni che le sue istituzioni centrali vi
svolgevano, dovette richiedere una memorizzazione delle operazioni, che non poteva essere compiuta con la sola
utilizzazione delle pratiche di sigillatura e con la loro “registrazione” (Frangipane et al. 2007).

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Fig. 2: Cretulae, bullae e tavolette di periodo Tardo Uruk (seconda
metà del IV millennio a.C.). a-b, d: da Arslantepe, Malatya (Turchia) (foto R. Ceccacci, archivio MAIAO);
c, e-f: da Nissen et al. 1991, pp. 14, 24 e 49.

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Fig. 3: Cretulae e disegni ricostruttivi di sigillature di contenitori e porte da Arslantepe
(da Frangipane et al. 2007; disegni T. D’Este).

Urbanizzazione e ruolo dell’economia privata nel IV millennio a.C.
Ma, anche se sappiamo poco della società mesopotamica di questo periodo, la dimensione privata
dell’economia non dovette essere cancellata dall’invasività dell’economia “di stato”, ma
probabilmente affiancava quest’ultima e con essa interagiva, continuando ad avere una certa
importanza.
Questa interpretazione è supportata prima di tutto dalla stessa struttura sociale e origine del sistema,
basato sulla competizione tra grandi famiglie, in cui l’unità familiare che impersonava l’istituzione
di governo della comunità era forse una delle componenti in competizione, sia pure la più forte, e
quella in grado di dirimere i conflitti in nome di una forte legittimazione sociale e
ideologico/religiosa del suo potere.
Inoltre, il ruolo attivo di altre famiglie nel sistema economico è attestato dalla presenza di grandi
quantità di ciotole prodotte in massa e materiali amministrativi anche complessi, come le tavolette
numeriche, in alcune case d’élite nei pochi siti di questo periodo in cui le case sono state scavate: a
Susa (Le Brun 1978) e soprattutto nel sito coloniale di Jebel Aruda, sul Medio Eufrate siriano, dove
queste due classi di materiali, legate alla redistribuzione di cibo ad un numero elevato di persone
certamente extra-famiglia (lavoratori, braccianti, persone che prestavano servizio di un qualche
tipo?) si concentravano in gran numero nel cosiddetto ‘quartiere amministrativo’ composto di case

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più grandi e più standardizzate delle altre, probabilmente destinate a famiglie di alto rango che
svolgevano un ruolo anche economico privilegiato (van Driel e van Driel Murray 1983; van Driel
2002; Frangipane e Palmieri 1988-89).
D’altra parte, anche gli esiti più tardi, e più noti per via dei testi scritti, della società mesopotamica
del III millennio mostrano un peso certamente non irrilevante dell’economia privata.
Il ruolo della componente privata nelle attività produttive dovette crescere con il crescere della
dimensione urbana della società. L’urbanizzazione ebbe un ruolo chiave nella Bassa Mesopotamia e
ne fu uno dei caratteri distintivi.
Forse già nel V millennio vi era qualche centro di dimensioni e popolazione molto consistenti
(Adams 1981), anche se non ci sono scavi estensivi che possano dare informazioni pienamente
attendibili al riguardo. Ma certamente l’urbanizzazione era divenuto un fatto ormai compiuto e su
grande scala nel IV millennio, con alcuni siti che superavano i 50 ettari e il centro principale di
Uruk-Warka che sembra raggiungesse una dimensione superiore ai 200 ettari nel Tardo Uruk
(seconda metà del IV millennio) (Adams 1981, Pollock 2001; Algaze 2008).
Siti così grandi dovevano da un alto presupporre un’economia agricola capace di produrre cibo
sufficiente per nutrire così tante persone, dall’altro un’organizzazione articolata in settori
specializzati e interdipendenti (settori lavorativi, quartieri, aree pubbliche e amministrative), con un
alto grado anche di specializzazione interna nella distribuzione di compiti e funzioni (Adams 2004;
Liverani 1998; Nissen 2015).
Un sistema di questo tipo certamente produsse un coinvolgimento forte del territorio circostante,
basato su un rapporto strutturale e non occasionale tra centro principale e siti vicini che potesse
garantire il regolare sostentamento di questi settori specializzati, così che il territorio entrava
anch’esso nel sistema integrato come parte essenziale di esso.
E’ interessante a questo riguardo l’osservazione di A. Sherratt che sottolinea come la ‘rivoluzione
urbana’ abbia avuto un “trasformative effect on the consumption habits of surrounding human
population” (Sherratt 2004: 101), creando un sistema in cui si crearono “nuove forme di consumo e
nuovi beni che non possono essere semplicemente definiti come ‘staples’…. o ‘prestige goods’ ”
(2004:101). Il processo di urbanizzazione, cioè, produsse un fenomeno di integrazione profonda del
territorio: non si tratta solo di beni rurali che viaggiano verso la città e beni artigianali che si
muovono verso la campagna, secondo la visione corrente più largamente diffusa, ma di qualcosa di
molto più profondo, mescolato e interagente in modo vario e molteplice, che trasforma le relazioni
di produzione e di scambio, creando nuove figure di specialisti (inclusi gli amministratori) e nuovi
bisogni. Questa visione rende ragione anche dell’osservazione di Adams che metteva in evidenza
come attività artigianali fossero documentate non solo nei centri urbani, ma anche nei piccoli siti
dell’alluvio mesopotamico (Adams 1981).
Artigianato e commercio
L’alto grado di specializzazione interna e la sistematica interazione tra i settori produttivi propria
dei contesti urbani della Mesopotamia, unitamente alla domanda crescente delle élites di governo e
alla loro capacità organizzativa, dovettero incentivare lo sviluppo dell’artigianato e la creazione di
nuovi prodotti, documentati nella seconda metà del IV millennio da una varietà di beni, soprattutto
di lusso, che usavano anche svariati materiali importati, di cui la Mesopotamia era priva.

17

Ma erano questi beni e i settori che li producevano anch’essi oggetto di centralizzazione in queste
prime fasi formative dello Stato?
Su questo il dibattito è ancora aperto, dal momento che i dati, quasi esclusivamente archeologici,
non sono sufficientemente chiari al riguardo.
Le uniche informazioni che abbiamo, anche e soprattutto da siti al di fuori della stretta area
geografica propriamente mesopotamica ma culturalmente e strutturalmente a questa molto vicini,
come Arslantepe sull’Alto Eufrate turco (Frangipane ed. 2010), ci indicano che i beni accumulati e
gestiti centralmente erano cibo e lavoro per produrlo. Non c’è, infatti, per questo periodo nessuna
evidenza di immagazzinamento di beni durevoli, ma solo di beni alimentari che venivano
continuamente rimessi in circolazione, come è dimostrato dalla dimensione ridotta dei magazzini,
dalla presenza in essi soprattutto di alimenti elaborati (vasi) e dal fatto che la grande quantità di
cretulae e materiali amministrativi, accompagnata da centinaia e migliaia di ciotole prodotte in
massa, riguardava essenzialmente la gestione del cibo e la sua distribuzione (fig. 4 e 5).

Fig. 4: Arslantepe. Ciotole prodotte in massa dal tempio del 3500 a.C. e vasi dal magazzino di
redistribuzione del palazzo (3300-3100 a.C.) (foto R. Ceccacci, archivio MAIAO).

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Fig. 5: Magazzini e ‘beni’ oggetto di centralizzazione ad Arslantepe. Ricostruzione sulla base di dati di
scavo e della dispersione dei materiali nelle stanze (disegni di A. Siracusano e T. D’Este).

Certamente, come l’artigianato, anche il commercio ebbe un nuovo impulso, e concordo con Algaze
e altri sul fatto che esso si intensificò nel corso del IV millennio a.C. (Algaze 1993, 2001; Stein
1999) e fornì le élites dominanti di oggetti nuovi fabbricati con l’impiego di nuove tecnologie e
nuovi materiali non locali, come il metallo. Ma questi oggetti furono usati soprattutto in ambito
d’élite, e dovettero avere la funzione prevalente di ostentare prestigio e potere e dimostrare la
capacità dei leader di ‘controllare’ risorse, accentuando la loro distanza sociale dagli altri membri
della comunità.

19

Se il commercio molto probabilmente contribuì a rafforzare la disuguaglianza e lo status
privilegiato di alcuni, divenendo uno strumento di affermazione dell’ordine sociale (Yoffee 2005:
36), non vi sono indizi, a mio avviso, che il suo ruolo “economico” in senso proprio fosse stato
rilevante nelle strategie di politica economica degli stati arcaici mesopotamici. Come ho detto più
sopra, i dati archeologici attualmente a nostra disposizione suggeriscono che, in questa fase
formativa, la politica economica delle prime istituzioni centrali fosse basata essenzialmente sul
controllo della produzione primaria e del lavoro (Liverani 1998; Adams 1966; 2004; Pollock 1999:
78-116; Frangipane 1996; 2001; Frangipane ed. 2010; Pollock 2001), e sull’impiego del surplus per
alimentare la forza-lavoro, che a sua volta produceva altro surplus e ricchezza in varie forme.
Questo sistema, come dimostra il suo grande sviluppo nel corso del IV e del III millennio e la sua
espansione in tutti i territori correlati della Greater Mesopotamia, legittimava e supportava
l’esistenza e la forza delle nuove istituzioni centrali, stimolando anche una continua espansione
della loro capacità di intervento sull’economia di base della popolazione.
Il ruolo “economico” del commercio credo, invece, fosse ancora limitato, e la stessa diffusione del
metallo sembra avere avuto una funzione più ‘sociale’ che ‘economica’. Stando ai dati archeologici,
al di là degli ormai consolidati flussi di materiali di uso comune come la selce, l’ossidiana o il
legname, che probabilmente continuavano ad essere ottenuti mediante i canali e i rapporti
tradizionali, i nuovi beni prodotti con materie prime non locali più che andare a coprire esigenze
primarie, o comunque ‘economicamente’ significative, della comunità (produzione di strumenti o
oggetti di uso quotidiano), circolavano principalmente in ambito d’élite (fig. 6a-d) e si riferivano
quindi a quella sfera del prestigio e della rappresentazione dell’ “ordine sociale” di cui già si è detto
(Frangipane ed. 2010: 301-307).
Solo nell’ultima fase del IV millennio, sono attestate armi in metallo, e anche queste non sembrano
ancora destinate ad un uso diffuso per operazioni militari di routine, ma, sia ad Arslantepe che a
Uruk-Warka, sono state rinvenute nelle aree pubbliche e d’élite, dove dovettero avere una funzione
ancora fortemente ostentativa (fig. 6 e-f) (Di Nocera 2010; Heinrich 1936).
Se questa visione è corretta, il commercio a lunga distanza, pur presente e intensificato nel IV
millennio, molto probabilmente non fu uno dei motori e delle cause principali della espansione
mesopotamica verso nord, come ipotizzato da Algaze nella sua ricostruzione dei rapporti
interregionali di quel periodo come rapporti disuguali tra ‘centro’ e ‘periferie’ secondo un modello
di tipo “world system” (Gunder Frank, Gills eds. 1993; Algaze 1993; 2001). L’applicabilità alle
società mesopotamiche del IV millennio di questo modello, che era stato costruito sulle società
capitalistiche, è stata riconsiderata e a volte messa in discussione in vario modo da vari autori
(Johnson 1988-89; Stein 1999; Schwartz 2001; Frangipane 2001; Pollock 2001: 219-221; Butterlin
2003).
Vi sono, inoltre, a mio avviso, anche dei problemi di fondo che rendono problematico nel nostro
caso l’uso di questo modello. Prima di tutto, come ha giustamente sottolineato di recente P. Kohl, l’
Asia sud-occidentale, e in particolare le ampie aree gravitanti su Tigris ed Eufrate che sono oggetto
di questa trattazione, non possono essere considerate come un’area nucleare circondata da periferie;
esse erano piuttosto molteplici aree nucleari variamente integrate e interagenti fra loro (Kohl 2011:
79-81). Appaiono dunque fuorvianti, se applicati a queste società pre-mercantili, gli stessi concetti
di ‘centro’ e ‘periferia’ su cui si basa il modello

20

Fig. 6: Oggetti metallici e di lusso del IV millennio a.C. dalle aree settentrionali
della Mesopotamia e dal sud-est anatolico. a-c, e-f: da Arslantepe (archivio MAIAO);
d: da Tell Brak (da Oates et al. 2007, fig. 8).

Quanto all’impianto, nel Medio Eufrate siriano, di colonie da parte di popolazione di cultura Tardo
Uruk proveniente dal sud della Mesopotamia (Strommenger 1980; Strommenger et al. 2014; Van
Driel, Van Driel-Murray 1983), appare poco plausibile che si fosse trattato di ‘colonie
commerciali’.
Da un lato il peso economico limitato del commercio in queste società, di cui si è detto, insieme alla
limitata capacità di controllo politico sul proprio stesso territorio da parte delle prime istituzioni
statali emergenti rendono poco credibile l’idea che l’esercizio di un’attività commerciale fosse stato
21

la causa principale della fondazione a così grande distanza di insediamenti coloniali, anche di
grande estensione come Habuba Kabira, su cui operare un controllo o anche un semplice indirizzo
da parte dei centri mesopotamici sarebbe stata un’impresa ardua e forse non ambita (Frangipane,
Algaze 2001; Frangipane 2001; 2009; Pollock 2001). Dall’altro lato, gli insediamenti coloniali sul
Medio Eufrate sembrano fondati e occupati da intere comunità di popolazione meridionale che si
trasferirono a vivere stabilmente nelle nuove aree e non solamente o principalmente da piccoli
gruppi orientati alle attività commerciali.
Ciò è confermato anche dall’assenza in questi siti di magazzini o workshop dedicati alla
concentrazione e/o alla lavorazione di materie prime e oggetti da queste prodotti da inviare
eventualmente alla madre patria, mentre, di contro, sono attestate intense attività amministrative
rivolte alla gestione della circolazione interna di beni primari (Frangipane 2001; 2009; Frangipane,
Palmieri 1988-89). Come afferma Susan Pollock, “Emigrants from Southern Mesopotamia quite
likely included peasants with a variety of skills as well as artisans of various sorts……. It would
have been these people who had the skills to reproduce Uruk-style material goods ……, not the
“specialized merchant groups” who are said to have composed the trade diaspora” (Pollock 2001:
221).
Anche se, nel corso del IV millennio, il peso del commercio andò certamente aumentando man
mano che cresceva un artigianato specializzato bisognoso di rifornimenti, soprattutto nei grandi
centri urbani come Uruk-Warka a sud e Tell Brak a nord (Oates et al. 2007), nella maggioranza dei
casi non vi è alcuna evidenza certa di centralizzazione di prodotti e attività artigianali, né della
costituzione di una vera e propria classe di mercanti in stretta relazione con le istituzioni statali
nascenti.
Alcune attività produttive anche di tipo “industriale” dovettero indubbiamente essere stimolate dalla
domanda centrale, come fu certamente il caso della stessa metallurgia e forse della produzione di
tessuti. Ma non possiamo dire se gli artigiani fossero alle dipendenze dell’istituzione centrale, ed
eventualmente in che misura lo fossero, o se fossero semplicemente dei “fornitori” di beni richiesti.
L’influenza delle élites potrebbe essere stata essenzialmente quella di una committenza privilegiata
ed esigente, che si avvaleva di prodotti di lusso per ostentare e rafforzare la propria posizione
sociale.
Io penso che il concetto stesso di “ricchezza” in questo periodo e in queste società si riferisse
essenzialmente alla disponibilità di beni di sussistenza e mezzi per produrli, mentre sono ancora
molto ridotte le evidenze di una vera e propria tesaurizzazione di beni durevoli e della conseguente
creazione di un sistema di valori standard e di equivalenze per lo scambio. Tutte le evidenze
archeologiche indicano che cibo e lavoro per produrlo erano l’oggetto principale dell’interesse
economico delle classi dirigenti e il cuore della gestione amministrativa centrale.
Fu probabilmente proprio la crescente ingerenza delle élites di governo nell’economia di base della
popolazione che, laddove le gerarchie sociali ed economiche erano meno radicate che nel sud,
generò tensioni e conflitti, determinando, alla fine del IV millennio, il collasso del sistema nelle
aree periferiche, come è ben testimoniato nel sito di Arslantepe (Frangipane 2012). E forse furono
le stesse contraddizioni, aggravate dall’insediamento in un ambiente sociale ed economico
differente ed estraneo, più che la caduta di interesse commerciale da parte delle società
mesopotamiche del sud, a determinare l’abbandono dei siti coloniali Tardo Uruk sul Medio Eufrate
intorno al 3000 a.C.

22

La situazione dovette mutare con la formazione di Stati più maturi e lo sviluppo di un artigianato
più sofisticato e complesso, accompagnato da nuove tecnologie e probabilmente nuovi modi di
produzione, a partire dalla metà del III millennio a.C.
Tra le attività in grande sviluppo, la metallurgia cominciò a produrre su più ampia scala oggetti
d’uso quotidiano che sostituirono almeno in parte la selce e altre materie prime tradizionali,
migliorando probabilmente anche il rendimento della produzione agricola. Gli oggetti di metallo
entrarono così a pieno titolo anche nel circuito dei beni comuni e degli strumenti di lavoro
acquisendo “valore economico”.
E’ a questo punto che il commercio divenne un’attività economica cruciale per garantire
l’approvvigionamento regolare di certi materiali che dovevano circolare ampiamente e di cui non si
poteva far a meno.
Non è un caso che solo nel III millennio si svilupparono le vie commerciali dello stagno, materiale
raro, che divenne però essenziale per la fabbricazione di oggetti di bronzo nel momento in cui la
scala quantitativa della produzione crebbe considerevolmente: a quel punto, infatti, l’uso
dell’arsenico, metallo più diffuso e di più facile reperimento nelle stesse aree minerarie di
approvvigionamento del rame, che fino agli inizi del III millennio era stato un efficace, pur se, a
causa della sua velenosità, rischioso composto delle leghe di rame, dovette essere abbandonato e
sostutuito con l’impiego dello stagno sostituto dello stagno. Vie commerciali da est
(dall’Afghanistan e Iran, zone principali di giacimenti di stagno) verso il Mediterraneo, passando
per la Mesopotamia, divennero, ad esempio, rotte regolari, offrendo anche nuove opportunità di
scambio di molteplici beni e materie prime.
Un altro cambiamento importante si registra nel record archeologico della seconda metà del III
millennio in relazione all’organizzazione della produzione metallurgica: negli abitati non si trovano
più, come prima, scorie e grandi crogioli per la separazione del metallo dal minerale (smelting), ma
solo piccoli crogioli e forme di fusione per la fabbricazione di oggetti dai lingotti. Ciò indica una
specializzazione interna all’attività metallurgica, che probabilmente vedeva per la prima volta una
distinzione precisa e regolamentata delle attività tra l’estrazione del metallo in miniera, svolta da
alcuni, e una successiva attività artigianale di fabbricazione degli oggetti, svolta da altri.
Con lo sviluppo degli scambi, il metallo cominciò ad acquisire inoltre anche un’altra importante
funzione: quella di misura di valore, divenendo uno strumento di ‘equivalenza’ standard e
“universale” e a sua volta favorendo la crescita degli scambi.
Breve nota conclusiva
I rapporti economici e il ‘valore’ attribuito a materiali e oggetti mutò radicalmente nel corso della
formazione e dello sviluppo delle antiche società statuali del mondo mesopotamico e vicinoorientale in genere, così come sicuramente mutò il peso economico di certe produzioni e la
concezione stessa del loro valore. La differenza tra Stati arcaici o proto-Stati e Stati maturi non fu
solo una differenza di scala, ma una profonda differenza qualitativa.
La struttura dello Stato con la sua piena maturazione e trasformazione politica nel III millennio
acquisì una precisa definizione territoriale, che, a mio avviso, nel IV millennio ancora non aveva.
La politica economica delle classi dirigenti cambiò profondamente, ampliando la sfera di interessi,
organizzando diversamente il sistema delle entrate con tasse e tributi, tesaurizzando valore in beni
durevoli.

23

Anche il rapporto con la popolazione si trasformò radicalmente, così come l’ideologia del potere,
molto meno legata alla sfera del sacro, e forse la percezione stessa dell’autorità come elargitrice di
benefici.
Se da un lato le istituzioni dello Stato lasciavano forse più spazio alla sfera privata, d’altra parte, esse
avevano più strumenti per interferire indirettamente nella vita economica della popolazione e per
trarne vantaggi mediante la capacità politica e militare di soddisfare nuove mire espansionistiche e di
proteggere le rotte commerciali a beneficio del proprio sistema economico e produttivo.
L’economia politica del IV millennio era, invece, come ho cercato di evidenziare, qualitativamente
diversa e per questo, a mio avviso, andrebbe analizzata con altri parametri. Penso che concetti come
‘commercio’, ‘sfera privata’ o ‘sfera pubblica’, o anche i concetti di ‘accumulazione’ e di ‘ricchezza’,
vadano profondamente riconsiderati nell’analisi di quei contesti formativi. Proiettare su realtà così
profondamente differenti dalla nostra concetti e valori dell’economia contemporanea, a noi
certamente più familiari, senza valutare le differenze strutturali sostanziali che hanno caratterizzato
quelle società, rischia di non far comprendere a fondo la natura delle loro economie, e anche i processi
di cambiamento che le hanno trasformate dando vita ai sistemi socio-economici più vicini a noi.
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27

Elementi dell’economia
dello stato neo-sumerico (circa XXI sec. a.C.)
Francesco Pomponio (Università degli Studi di Messina)
In ricordo
del mio amico Kilain Butz,
insigne studioso di economia babilonese
Il periodo neo-sumerico 1, ovvero della III dinastia di Ur seguendo la terminologia della Lista Reale
Sumerica, è costituito dal regno di cinque sovrani, appartenenti alla medesima famiglia 2 che si
successero sul trono di Ur, la più meridionale delle grandi città mesopotamiche 3:
Ur-Namma: 2159-2142 a.C.
Šulgi: 2141-2094 a.C.
Amar-Suena: 2093-2085 a.C.
Šū-Sîn: 2084-2076 a.C.
Ibbi-Sîn: 2075-2052 a.C. 4
Questo periodo fece seguito a una gravissima crisi politica ed economica che investì la Babilonia
settentrionale a causa dell’occupazione del re di Susa Puzur-Inšušinak (Steinkeller 2013a: 295-296),
le città di Adab e Umma per l’intrusione degli arcibarbari Gutei e la Babilonia meridionale per il
conflitto che contrappose gli statarelli di Ur e di Girsu-Lagaš (d’ora in poi G-L 5). Utu-hegal, re di
Uruk, risolse gli ultimi due problemi, eliminando il re guteo Tirigan, e con ciò procurandosi gloria
1

Il presente lavoro è un cospicuo ampliamento dell’articolo di Pomponio - Verderame 2015. Per precedenti studi
sull’economia neo-sumerica, ma dedicati soprattutto all’impiego in essa dell’argento, cf. Pomponio 2003; Mander Notizia 2009.
Per i sistemi di misure mesopotamiche si notino le seguenti equivalenze:
per le misure di peso: 1 mina (ma-na) = ca. 500 grammi, 1 talento (gú) = 60 mine, 1 mina = 60 sicli (gín), 1 siclo =
180 grani (še);
per gli aridi (cereali, farina, etc.): 1 sìla, "ciotola" = ca. 1 litro; 1 gur = 300 sìla;
per le aree: 1 iku, "campo" = 3.600 m2; 1 bùr = 18 iku = 0,648 ha.; 1 SAR = 1/100 di iku = 36 m2.
Nel presente articolo sono impiegate le seguenti abbreviazioni: AS: Amar-Suena; IS: Ibbi-Sîn; Š: Šulgi; ŠS: Šū-Sîn,
che, seguite da un numero, indicano l’anno di regno dei varî sovrani.
2
Mentre l’ordine di successione di questi sovrani e la durata dei rispettivi anni di regno, per la prima volta nella storia
mesopotamica, sono certi, ancora dubbi sono i rapporti di parentela intercorrenti tra loro, a parte la paternità del primo verso
il secondo. Molto recentemente, Michalowski 2013: 316-317 ha proposto che il terzo re, Amar-Suena, fosse il figlio del
fratello di Šulgi e che il quarto e il quinto fossero figli di Šulgi, ma da differenti mogli. Tra le lacune della storia politica
neo-sumerica vi sono le modalità e le motivazioni della lunga correggenza (tre anni e mezzo) dei regni di Amar-Suena e ŠūSîn, che secondo la succitata ricostruzione sarebbero stati cugini, un evento insolito nella storia di tutti i tempi.
3
In questo periodo la ancora più meridionale Eridu, in una zona ormai invasa dalle paludi, era con ogni probabilità
ridotta a un prestigioso santuario del dio Enki.
4
Alla cronologia tradizionale per il periodo neo-sumerico (2112-2004 a.C.) preferiamo quella che, sulla base di due
omina, aggancerebbe due importanti eventi (la morte del vecchio re Šulgi a causa di un colpo di stato del successore
Amar-Suenao e la distruzione di Ur da parte degli Elamiti) a due eclissi lunari complete e ben visibili nell’estremo
sud della Babilonia, rispettivamente quella del 23 Luglio 2094 a.C. e del 13 Aprile 2052 a.C. (cf. Koch 2008).
5
G-L indica la provincia di Girsu e Lagaš, nella quale il primo, più settentrionale, centro era ormai divenuto la capitale
provinciale, subentrando a Lagaš, che era stata la capitale dello statarello indipendente nel periodo protodinastico
(circa la prima metà del III millennio a.C.), della provincia dell’impero sargonico nel successivo periodo paleoaccadico e ancora dello statarello di nuovo indipendente nel periodo intercorrente tra la caduta dell’impero sargonico
e l’annessione allo stato neo-sumerico da parte di Ur-Namma.

29

immortale nella tradizione storica mesopotamica, e sconfiggendo e occupando Ur (Frayne 1993:
280-293). Ur-Namma, il fondatore della III dinastia di Ur, probabilmente fratello di Utu-hegal e da
lui insediato come governatore militare nella conquistata Ur, ereditò dal fratello, morto dopo solo
sette anni di regno, uno statarello relativamente solido, e poi liberò tutta la Babilonia centromeridionale e la valle del Diyala dall’occupazione di Puzur-Inšušinak, conquistando anche la
capitale di questi, Susa. Infine, un accordo con Namhani di G-L permise a Ur-Namma di annettersi
senza altre guerre fratricide l’ultima enclave meridionale rimasta indipendente. La conquistata Ur
(Grecia capta …) divenne la capitale del nuovo stato, che non dovette subire le ribellioni delle città
sumeriche e accadiche che avevano dissanguato il precedente impero paleo-accadico.
Il successore di Ur-Namma, Šulgi, riuscì a superare una crisi, che potrebbe essere stata provocata
dalla morte del padre causata da una ferita riportata in battaglia (cf. Flückiger-Hawker 1999. 7), e
consolidò con una lunga serie di riforme politiche, amministrative, religiose e culturali (Steinkeller
1987; Waetzoldt 1991: 638; Sallaberger 1999: 148; Goddeeris 2004: 96-97; Selz 2010) l’unità del
nuovo stato, che egli strutturò in una quindicina di province (cf. Sharlach 2004: 7-8), trasformando
un coacervo di città-stato in uno stato burocratico potentemente strutturato. Tra le riforme di Šulgi,
fedelmente rispettate dai suoi successori, devono esservi l’assegnazione delle households templari
al controllo regio; la formazione di centri di produzione e redistribuzione; l’istituzione un
complesso di scuole scribali per fornire i futuri membri degli uffici statali e provinciali di
un’educazione altamente professionale e anche ideologica; la divinizzazione del sovrano;
l’imposizione di un nuovo sistema di tassazione; l’instaurazione di un efficientissimo sistema di
comunicazioni con una rete di strade e posti di sosta per centinaia di missi dominici e corrieri; la
creazione di un Calendario imperiale che doveva valere per tutte le province e, probabilmente, la
creazione di un esercito professionista.
Infine, furono stabilite le linee della politica estera: i confini non furono ampliati, nonostante una
lunga serie di spedizioni vittoriose, ma su tutto il fronte nord-orientale dello stato neo-sumerico
(kalam, “Paese”) fu stabilita un’amplissima fascia-cuscinetto (indicata come ma-da), più vasta dello
stato, che essa cingeva da NE a SE. Il ma-da proteggeva le rotte commerciali verso gli altopiani
iranici, preveniva incursioni dei montanari, soprattutto procurava prima bottino dai nemici sconfitti
e poi tributi dalle colonie militari ivi insediate. In particolare, abbiamo dalla menzione del termine
“bottino” (nam-ra-ak), che ricorre in un centinaio di testi, datati a un periodo ben preciso (da Š 33
ad AS 5), l’indicazione che, nel periodo in questione, i proventi del bottino, destinati al re, a templi,
ma anche distribuiti ai soldati e ripartiti tra le capitali provinciali, erano divenuti importanti per
l’economia dello stato, e questo, più che motivazioni di politica militare, potrebbe spiegare anche,
ad es., perché furono lanciate, nello spazio di una ventina di anni 9 campagne contro Simurrum. In
altre parole, lo stato costante di guerra in cui lo stato neo-sumerico fu coinvolto per 50 anni era
dovuto a una necessità sociale ed economica, più che agli imperativi strategici di assicurare la
sicurezza dello stato con guerre preventive contro nemici reali, o che da secoli avevano cessato di
essere tali se non nel ricordo, e di garantire l’accesso a essenziali risorse (cf. Garfinkle 2014).
Tuttavia, questa vastissima regione comprendeva, accanto a zone di difficile controllo e come tali
obiettivo ricorrente di incursioni militari, altre ormai saldamente inserite nello stato neo-sumerico,
quali le regioni di Zimudar e di Susa (cf. Garfinkle 2014: 359). Pure, in questo caso non sembra che
le linee direttive di politica estera tracciate da Šulgi, con l’abbandono di conquiste su larga scala e
una strategia eminentemente difensiva (cf. Steinkeller 2013d: 28), siano state rigorosamente seguite
dai suoi successori, come generalmente si crede. La conquista di Huhnuri da parte di Amar-Suena ,
con la ricostruzione del tempio del dio poliade Ruhuratir e il cambiamento del nome del centro in
Bīt-Amar-Suena (cf. Mofidi Nasrabadi 2005), suggeriscono un’occupazione stabile e la spedizione
ricordata nel nome di anno di ŠS 7 contro Zabšali, a sud del Mare Superiore (Mar Caspio o lago di
Urmia), andava ben oltre la fascia protettiva del ma-da voluta da Šulgi.
30

Lo stato neo-sumerico (da Steinkeller 1987a: 23)

Lo stato neo-sumerico, il ma-da e la fascia di stati vassalli (da Steinkeller 1987a: 38)
L’agricoltura 6 e l’allevamento risultano essere le basi dell’economia del Paese. Considerando
l’enorme mole della documentazione amministrativa neo-sumerica, che approssimativamente può

6

Per agricoltura intendiamo principalmente la cerealicoltura, o meglio ancora l’orzocultura. Dei tre principali tipi di
cereali (orzo, dicocco e frumento) almeno nei tempi storici della Mesopotamia, l'orzo ebbe una diffusione di gran
lunga più ampia per diversi fattori: la sua maggiore resistenza alla ruggine, ad altre malattie e alla salinizzazione, la
sua necessità di una minore quantità d'acqua, il minor tempo per venire a maturazione, e quindi di rimanere
pericolosamente esposto a predatori forniti o no di ali.

31

raggiungere, tra testi editi integralmente o voci di catalogo, le circa 100.000 tavolette 7, si può
ritenere che i dati da esse forniti dovrebbero permettere una visione completa e coerente
dell’economia del periodo 8. Non è così. Tra l’altro, è da considerare che della quindicina di
province dello stato noi possediamo un’abbondante documentazione solo di quattro: G-L (26.619),
la confinante Umma (29.940), la città santa Nippur (3.697) e la più settentrionale Iri-sagrig/ĀlŠarrākī, della quale sono state recentemente pubblicate 1.056 tavolette (Owen 2013a; Owen 2016a;
Vukosavović 2010: 183-185, 187). 9 Per la datazione è da notare che la quasi totalità della nostra
documentazione fornita di nome di anno, precisamente il 97,5% (cf. Molina 2016a: 8) va da Š 30 10
ad IS 8, per un arco di meno di mezzo secolo. Del regno di Ur-Namma e dei primi 30 anni di Šulgi
ci sono pervenute circa 860 tavolette, per lo più dalla provincia di G-L, e durante gli ultimi 16 anni
di Ibbi-Sîn, allorché lo stato neo-sumerico era ormai ridotto a Ur e al suo territorio sino alla costa,
630 tavolette.
Dagli archivi delle province di G-L e di Umma sappiamo che le risorse dello stato erano ripartite
tra:
1) i possedimenti provinciali, in gran parte appartenenti ai templi, costituiti da proprietà terriere o
anche di altro tipo, amministrate dai sanga, “amministratore templare”, o dagli šabra, “prefetto”,
sotto il controllo del governatore della provincia (énsi), che versava molti contributi
all’amministrazione centrale. Il termine é-gal, “palazzo”, indica la principale unità amministrativa
(Central Office, secondo il termine coniato da P. Steinkeller ) della provincia, gestita dall’énsi;
2) i possedimenti reali, costituiti da terreni distribuiti ai dipendenti del re (lugal), per lo più in
cambio di servizi, dei quali quello militare era il più importante; da complessi industriali, soprattutto
tessili, sotto il diretto controllo del re o di membri della sua famiglia; da mandrie e greggi di
proprietà del re e gestite sotto il controllo del governatore militare (šagina). La produzione di questi
centri non doveva essere tassata, ma passare direttamente alla corona. Il settore economico e
amministrativo 1) e 2) erano essenzialmente indipendenti l’uno dall’altro, anche se i loro rapporti
dovevano essere frequentissimi e regolari, gestendo spesso territori agricoli limitrofi e dividendosi
le stesse risorse idriche, per non parlare delle medesime linee di comunicazione;
3) la proprietà privata, costituita quasi esclusivamente (ma su questo aspetto torneremo sotto) da
case e da piccoli appezzamenti di terreno agricolo, e dall'attività di artigiani, mercanti, pescatori,
ecc.; tutti costoro interagivano con l’amministrazione provinciale. Delle tasse da loro versate
all'amministrazione centrale abbiamo solo qualche incerto dato.

7

In un recentissimo articolo M. Molina (2016a), sulla base del suo data-base (cf. infra, n. 8) parla di 96.000 tavolette di
periodo neo-sumerico, delle quali 64.500 sono state edite in fotografia, copia cuneiforme e/o traslitterazione, 16.500
sono state solo catalogate, mentre di 15.000 conosciamo l’esistenza. Queste tavolette, buona parte delle quali
proviene da scavi irregolari, sono disseminate tra circa 760 collezioni di 40 differenti paesi.
8
La consultazione di questo enorme materiale è da alcuni anni grandemente facilitata dall’impiego di due splendidi
data-bases: BDTNS, Database of Neo-Sumerian Texts del Consejo Superior des Investigaciones Cientificas, Madrid,
curato da M. Molina (http://bdts.filol/csic.es/) e CDLI, Cuneiform Digital Library Initiative di Los Angeles - Oxford Berlino curato da R.K. Englund (http://cdli.ucla.edu/).
9
Gli altri più importanti lotti di testi neo-sumerici provengono dal centro di redistribuzione di Drehem (15.647), nelle
vicinanze di Nippur, da Garšana (1.507: cf. Owen 2007), distretto reale nella provincia di Umma, e dalla capitale Ur
(4.251). Seguono, per numero di tavolette, le capitali provinciali di Ešnunna (156) nella Valle del Diyala, affluente di
sinistra del Tigri, di Adab (116), a nord di Umma, e Susa (75) nel Khuzistan, lembo sud-occidentale dell’attuale Iran.
Circa 250 tavolette, in gran parte inedite, provengono da Išān Mizyad nei pressi di Kiš (Babilonia centrale) e una
ventina dalla meridionale Uruk, culla della dinastia, mentre da un’altra dozzina di centri provengono meno di una
decina di tavolette ciascuno (cf. per questi dati Molina 2016a: 9, n. 18). Quindi, vi è una enorme sproporzione tra la
documentazione proveniente dalla parte meridionale dello stato neo-sumerico e quella dalla sua parte settentrionale
(Accad e valle del Diyala), con un conseguente grave squilibrio nelle nostre conoscenze delle due metà dello stato.
10
In che misura l’enorme incremento della documentazione dopo circa il mezzo del regno di Šulgi sia da attribuire al
caso dei ritrovamenti archeologici o all’efficacia delle riforme del sovrano è ovviamente difficile da stabilire.

32

Lo stato neo-sumerico può considerarsi appartenere al sistema socio-politico definito
“patrimoniale” (cf. Michalowski 1987: 55-56; Steinkeller 2013b: 350): in esso tutte le risorse,
ripartite tra un gran numero di households, di cui le più importanti erano attribuite a un tempio,
costituirebbero la proprietà di un unico individuo, il re, 11 e tutti gli abitanti erano considerati suoi
dipendenti, ovviamente di livello molto differenziato. Nel caso della società neo-sumerica il gradino
infimo era occupato dagli schiavi (árad; femm.: géme 12), privi di alcun diritto socio-legale 13.
Tuttavia, costoro, sia fossero prigionieri di guerra, sia schiavi per debiti, sia nati da schiavi,
costituivano una parte insignificante della popolazione e non risultano avere grande rilevanza
economica, agendo nell’ambito delle singole famiglie. Molto più importante, come numero e
incidenza economica, è la categoria dei “portatori” (UN-ÍL 14, femm.: géme come per la “schiava”),
al servizio dell’amministrazione provinciale tutto l’anno, quali lavoratori privi di specializzazione e
mezzi di produzione.
Ma di gran lunga il più numeroso gruppo sociale della popolazione neo-sumerica era costituito dagli
éren 15, “lavoratore” (var.: dumu-gir 15 , “cittadino”), con pieni diritti socio-legali. Agli éren sembra
appartenere tutta la popolazione, al di fuori del re e degli UN-ÍL e degli schiavi: dai soldati,
messaggeri, agricoltori, pastori, artigiani (falegnami, muratori, fabbri, vasai, lapicidi, cuoiai, orafi,
lavoratori di canne, feltrai, addetti alla tessitura) ai più alti gradi amministrativi, sacerdotali e
militari, includendo i membri della famiglia reale. La principale distinzione tra éren e UN-ÍL
consisterebbe (cf. Steinkeller 1987b e 1996) nel fatto che i primi lavoravano per lo stato e ne erano
remunerati solo metà dell’anno. Per il restante tempo, gli éren non specializzati avrebbero potuto
continuare a lavorare, pagati con stipendi anche molto più alti dei salari normali (di norma 6 litri di
orzo al giorno, alla pari dei lú-hun-gá, “lavoratori ingaggiati” 16), mentre gli artigiani avrebbero
continuato a produrre manufatti, questa volta non per lo stato, ma da vendere o scambiare sul
mercato, incamerandone i proventi. Tuttavia, come notato da Pomponio 2013a: 221-223, troppe
professioni che rientrano nella categoria degli éren (i pastori, i soldati, i messaggeri), proprio per il
loro tipo di attività non avrebbero potuto adattarsi a questo lavoro part-time. Né si capisce quale
lavoro avrebbero potuto svolgere, e per chi, nei loro sei mesi liberi i sacerdoti e i funzionari
amministrativi. L’intera questione sulla forza-lavoro neo-sumerica sembra sfuggire a rigide
11

Diversamente Garfinkle 2008: 60 che vede un limite a questo modello nella sopravvivenza di reti regionali di potere,
rappresentate dalle households controllate dal governatore provinciale, e assegna invece il perfetto modello
“patrimoniale” al successivo periodo paleo-babilonese.
12
I due segni provengono da due pittogrammi composti, formati rispettivamente dal pittogramma per “uomo” e per
“donna”, uniti al pittogramma KUR, che designa la “montagna, paese straniero”. Ciò suggerisce che originariamente
la provenienza degli schiavi doveva essere principalmente, se non esclusivamente, dai paesi montagnosi orientali, da
cui venivano nella Babilonia come prigionieri o deportati.
13
Sul tema della schiavitù della Babilonia del periodo più antico (III millennio a.C.) e soprattutto di quello neosumerico, cf. da ultimo Verderame 2017.
14
La lettura dei due segni è incerta, e la traduzione del secondo come “portatore” è convenzionale (cf. Heimpel 1998:
398).
15
Il segno éren origina da un pittogramma delle più antiche tavolette, le proto-cuneiformi (3.200-3.100 a.C.), che ha il
significato di “giogo”, e che dovrebbe pertanto indicare la totale sottomissione di un lavoratore al capo dell’agenzia
statale o templare da cui dipendeva. In alternativa a éren nella medesima documentazione è usato un altro
pittogramma originato dalla legatura di SAG, che si riferisce a una “testa”, cioè a un essere umano, maschio o
femmina, e a una catena, a indicare la stessa totale subordinazione. Questo secondo segno scompare sin dalla
documentazione immediatamente più recente (cf. Bauer - Englund - Krebernik 1998: 179).
16
Alle donne spettava un ingaggio di 3 litri al giorno (cf. Adams 2010: 3-4): pur ammettendo che le donne ingaggiate
usufruissero di 6 giorni di vacanza al mese come di norma quelle salariate, se loro avessero lavorato tutti i restanti
giorni del mese, avrebbero ricevuto una quantità di orzo (24x3 = 72 litri), nettamente superiore alla retribuzione
media non solo delle donne salariate (40 litri), ma anche degli uomini (60 litri). In generale è stato stabilito (cf.
Englund 2012: 432) che questi lavoratori ingaggiati ricevessero un pagamento triplo rispetto a quelli salariati, ma
senza alcun pagamento addizionale, in olio, lana o altro, alcuna garanzia per quando erano malati o una quota minore
di lavoro per l’età avanzata.

33

separazioni e più sofisticato è il modello di distinzione proposto, più contro di esso sembrano
levarsi fastidiose eccezioni.
A questo riguardo l’unico dato certo è quello della remunerazione (cf. Waetzoldt 1987; Sallaberger
1999: 308): quella media ammontava a 60 litri mensili di orzo per gli uomini, 40 o 30 per le donne,
ma solo da 20 a 15, per le anziane, cui si aggiungeva un’assegnazione annuale di 1 tessile, o 4 mine
di lana, e 5 litri di olio, e da 5 a 20 per i bambini, secondo l’età. Vi erano, poi, quelle che potremmo
definire elargizioni straordinarie di altri beni (birra, carne, verdure, frutta), quando questi beni
deperibili erano disponibili in abbondanza o in speciali occasioni (Neumann 1994: 323-324). Il
salario mensile in orzo saliva secondo i gradi arrivando dai 2,4 gur annuali (60x12 litri) dei
lavoratori succitati ai 100 gur per il “capo contabile” (ša 13 -dub-ba), il “capo del catasto” (sa 12 -du 5 )
e il “capo del granaio” (ka-guru 7 ) e ai 200 gur per il “prefetto” (šabra) 17. Al salario in orzo poteva
sostituirsi o aggiungersi (e ciò vale, sia pure in rari casi, anche per gli UN-ÍL) un campo di
sostentamento, in media di 6 iku (poco più di 2 ha.), che potrebbero aver prodotto, detratte spese
varie, circa 1.000 litri mensili contro i 720 del salario in orzo, ma l’estensione di questi allotment
fields poteva arrivare anche a 40 ha. È stato proposto che questi campi di approvvigionamento non
fossero coltivati direttamente dai loro beneficiari, ma dalle istituzioni che ne erano proprietarie,
utilizzando sia i mezzi a loro disposizione (semenza, buoi da lavoro e personale), sia mietitori
ingaggiati. Il raccolto andava poi diviso tra i beneficiari di questi “campi di approvvigionamento”
(Steinkeller 1999: 320, n. 52) 18. Un accenno ai giorni liberi: i lavoratori della categoria UN-ÍL
avevano diritto a un giorno di riposo ogni dieci, ma quelli della categoria éren impiegati solo per 15
giorni al mese verosimilmente non ne avevano alcuno (cf. Koslova 2013: 315); una volta tanto, le
lavoratrici erano favorite rispetto ai loro colleghi di sesso maschile, avendone uno su sei a Umma e
uno su cinque a Girsu (cf. Englund 1991: 275-278).
Per le remunerazioni summenzionate, distribuite mensilmente, possiamo parlare di salari, ma c’è
una categoria, importante e numerosa, cui i beni di pagamento erano forniti giornalmente, come si
ricava dai testi che li registravano e che erano datati giorno per giorno, anche se queste elargizioni
giornaliere potevano coprire lo spazio anche di un mese (cf. Brunke 2013: 209) 19: si tratta dalla
categoria dei messaggeri, cui era assimilata quella delle guardie di scorta che con loro
verosimilmente interagivano 20. Nelle tre province per le quali abbiamo questo tipo di
17

Non conosciamo a quanto ammontasse lo stipendio di un sanga, la carica somma per ogni household, ma per il
patrimonio, in schiavi, bestiame, beni immobili e mobili che il sanga di un importante tempio della provincia di G-L
riusciva ad accumulare, e che un re poteva essere tentato di confiscare, cf. infra, p. 000.
18
Ma si noti che in un testo da Umma sono denunziate le malversazioni di un gruppo di éren che, con la connivenza del
loro responsabile Abbagina, invece di spianare un campo nell’ambito del lavoro di corvée, avevano spianato il
proprio campo di approvvigionamento e, al contempo, avevano stornato le acque del canale del campo cui erano
destinate per irrigare i propri campi. Inoltre, l’ispettore inviato per un controllo aveva denunziato che solo tre
lavoratori éren erano effettivamente in servizio e che né Abbagina, né altri due suoi colleghi responsabili del terreno
erano sul posto a svolgere la loro supervisione (Molina 2016b: 321-323). In questo caso evidentemente i campi cui
gli éren avevano il compito di provvedere e quelli destinati al loro pagamento erano contigui e a questo personale era
affidata la lavorazione di entrambi.
19
Queste tavolette giornaliere erano molto numerose: per Umma ce ne sono pervenute, pubblicate o catalogate, più di
2.450 e questo dato fa della tipologia dei messenger texts di Umma la più numerosa categoria di testi della provincia.
A questi testi devono essere aggiunte altre tavolette redatte quindicinalmente che raccoglievano i dati delle tavolette
giornaliere di mezzo mese: ce ne sono pervenute più di una quarantina (cf. Laurito - Mezzasalma - Verderame 2006:
207-208).
20
Nei testi di Umma queste scorte dei messaggeri erano indicate come KA-ús-sa, variante dell’àga-ús, “gendarme”, su
cui torneremo tra breve, e in quelli di Girsu come i lú-gištukul-gu-la, “uomo della grande arma”. Nei messenger texts,
oltre ai messaggeri, indicati con diversi titoli, e alle guardie di scorta, sono raramente citati funzionari di alto (tra cui
“figli del re”, “figli del sukkalmah”, governatori militari/generali [šagina], scriba reali) e medio grado, evidentemente
impiegati in missioni, e quindi remunerati con la stesso sistema dei “messaggeri”, ovviamente pareggiati quanto a
retribuzioni, con i gradi più alti di questi. Queste missioni sono specificate nei testi di Girsu e di Iri-sagrig, mentre in
due gruppi dei messenger texts di Umma ricorre solo la sintetica formula: “che vanno/vengono dalla riva (del Tigri)”,
cioè dagli Zagros o dall’Elam (cf. Yoshikawa 1988).

34

documentazione, le “razioni” dei messaggeri erano molte varie. A Umma i messaggeri ricevevano
per ogni giorno birra, di buona o mediocre qualità (da 5 a 3 litri), ninda, normalmente reso come
“pane”, ma da interpretare come un tipo di Mehlbrei, “zuppa di farina” (da 10 a 2 litri), “pesci dalla
coda dritta” (da 3 a 1), cipolle, olio e l’erba-naga che potrebbe essere un’erba alcalina, da impiegare
in sostituzione del sale, o la salicornia, produttrice di soda, da usare per la pulizia del corpo
(Pomponio - Notizia 2006: 176-179). Per i messaggeri di Girsu, i beni assegnati di norma sono la
birra (da 6 a 2 litri), il ninda, o più raramente la farina (da 5 a 2 litri), e l’olio (Notizia 2009). Infine,
i testi provenienti dalla provincia di Iri-sagrig (cf. Brunke 2013) presentano come razione
giornaliera pezzi di carne di ovino o un ovino intero, la zuppa tu 7 fatta di orzo o altri cereali (da 5 a
1 litro), pesci (da 5 a 1), e ancora birra (da 5 a 3 litri), ninda (da 5 a 2 litri), una quantità di olio e in
qualche caso pane dolce/grasso. Queste variazioni, nel tipo e nella quantità di beni alimentari,
dovevano dipendere dall’ambito in cui si muoveva il messaggero, o entro la provincia o verso mete
anche molto lontane. In ogni caso, i beni forniti a questi messaggeri, in numero di molte decine,
doveva costituire un grave esborso per le casse provinciali, giustificato dalla vitale importanza della
loro attività per il sistema di comunicazioni nell’ambito delle province, tra una provincia e l’altra e
tra lo stato, il ma-da e oltre. Infatti, almeno per quanto riguarda la documentazione dei messaggeri
da Umma degli ultimi anni, possiamo notare un certo taglio delle spese.
La grande maggioranza della manodopera, composta da lavoratori non specializzati (UN-ÍL e gli
éren di grado più basso), era sottoposta a grande mobilità: vi erano ovviamente due periodi
dell’anno, quello dell’aratura-semina e soprattutto quello della mietitura-trebbiatura che
richiedevano l’impegno di moltissimi lavoratori, per attività concentrate in un tempo alquanto breve
e non differibili, e così, per l’allevamento, il periodo della tosatura, che si svolgeva tra Gennaio e
Marzo, poco prima della mietitura. A parte ciò, i ĝuruš, termine che designa i lavoratori maschili nel
pieno delle loro capacità lavorative, e che comprende gli UN-ÍL e molti gruppi di éren (escluse le
più alte cariche), erano alternativamente impiegati ad es. nella manutenzione dei canali e delle
strutture connesse (argini, chiuse), nella costruzione di edifici religiosi e civili, nel taglio e nel
trasporto di canne ed erbe, nello spostamento di grandi masse di terriccio. La stessa mobilità aveva
il loro corrispondente femminile, le géme. Questa mobilità non si arrestava ai confini della
provincia. Il tributo bala, che ogni provincia doveva all’amministrazione centrale, su cui torneremo,
comprendeva anche manodopera per un determinato periodo dell’anno. E poi vi era la corvée in cui
gli abitanti di ogni provincia potevano essere impegnati a riguardo di grandi lavori di interesse
nazionale 21.
Vi era, poi, l’attività militare: a essa, sia per le funzioni di polizia (ordine pubblico, guardie del
corpo, protezione dei collegamenti), sia per le spedizioni militari, partecipavano soprattutto gli éren
del settore reale, mentre solo raramente, in casi di evidente necessità, a costoro si aggiungevano gli
éren del settore provinciale; il contrario avveniva per la corvée civile (Steinkeller 2013b: 372-373.
Nell’ambito militare, se gli éren costituivano il personale di leva, in un rapporto forse di 1:10, ma
che potrebbe essere anche di 1:4, vi erano i militari di carriera, gli àga-ús 22, che costituivano l’élite
dell’esercito, uno dei cui compiti principali era quello di scorta per il re e alti funzionari. In questo
corpo specializzato potevano essere arruolati sia normali lavoratori (pastori, contadini), sia stranieri
21

22

Ad es., i grandi lavori nel palazzo reale di Tummal (situata a Tell Dlehim, 20 km a sud di Nippur), cui partecipò
personale delle province sia di G-L, sia di Umma, e del tem