Principal I sogni di mio padre

I sogni di mio padre

Barack Obama racconta i primi trent'anni della sua vita, la storia non facile di un americano nato dal matrimonio fra un uomo di colore, proveniente dal Kenya, e una donna bianca, originaria di una piccola cittadina del Kansas. I sogni di mio padre è un'autobiografia senza reticenze, senza diplomazie o ipocrisie, a ulteriore testimonianza della forza e della novità del linguaggio di Obama, anche perché scritta prima della sua fulminea carriera politica. Una storia che in un linguaggio vivo e diretto, senza veli, racconta più di tanti saggi le difficoltà della società americana e dei suoi giovani di colore. Un viaggio, quello alla scoperta della propria identità, che inizia quando, appena ventunenne, Obama viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Il presidente degli Stati Uniti ripercorre così la sua infanzia alle Hawaii, dove nasce e dove dopo pochi anni rimane solo con la madre, quando il padre decide di tornare in Africa dalla famiglia d'origine. Non tace sulla difficile adolescenza quando, confuso sulla propria identità, rischia di smarrirsi fra droghe e gang giovanili. E racconta infine il viaggio in Kenya per conoscere i parenti della famiglia di suo padre, ma soprattutto per ritrovare la 'metà africana' della sua cultura e identità.
Año: 2019
Editorial: Garzanti
Idioma: italian
Páginas: 397
ISBN 13: 9788865590867
File: EPUB, 594 KB
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Whole Again

Año: 2019
Idioma: english
File: EPUB, 1.31 MB
L’autore

Dalla fine del doppio mandato nel 2017, Barack Obama ha continuato la sua attività politica e civile attraverso la fondazione che porta il suo nome. È oggi impegnato nella scrittura delle sue memorie presidenziali, che verranno pubblicate da Garzanti nel 2019.





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In copertina: © Tony quinn / EyeEm / GettyImages

Progetto grafico: Mauro de Toffol theWorldofDOT

Traduzione dall’inglese di

Cristina Cavalli e Gianni Nicola

Titolo originale dell’opera:

Dreams from my Father

© 1995, 2004 Barack Obama

Firts published in the United States in 1995 by Times Books, an imprint of Crown Publishing Gorup, a division of Random House Group, Inc., New York

Firts published in the United States in 2004 by Crown Publishers, an imprint of Crown Publishing Gorup, a division of Random House Group, Inc., New York





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ISBN 978-88-11-60796-0

© 2019, Garzanti S.r.l., Milano

Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale: febbraio 2019

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

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Indice





Prefazione all’edizione del 2004

Introduzione

PRIMA PARTE. LE ORIGINI

Capitolo uno

Capitolo due

Capitolo tre

Capitolo quattro

Capitolo cinque

Capitolo sei

SECONDA PARTE. CHICAGO

Capitolo sette

Capitolo otto

Capitolo nove

Capitolo dieci

Capitolo undici

Capitolo dodici

Capitolo tredici

Capitolo quattordici

TERZA PARTE. KENYA

Capitolo quindici

Capitolo sedici

Capitolo diciassette

Capitolo diciotto

Capitolo diciannove

Epilogo





I SOGNI DI MIO PADRE





«Noi siamo forestieri davanti a te

e ospiti come tutti i nostri padri.«

1 Cronache 29,15





PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 2004

Sono passati quasi dieci anni dalla prima pubblicazione di questo libro. Come spiegai nell’introduzione originale, l’occasione di scriverlo mi si presentò quando frequentavo la f; acoltà di legge e venni eletto presidente della «Harvard Law Review». Ero il primo afroamericano a ricoprire quella carica. Sull’onda della modesta pubblicità che seguì all’evento, un editore mi propose di scrivere la mia biografia. Mi misi al lavoro convinto che la storia della mia famiglia, e i miei sforzi per ricostruirla, potessero in qualche modo aiutare a comprendere le divisioni razziali che hanno caratterizzato l’esperienza americana, così come lo stato mutevole dell’identità (i cambiamenti nel tempo, il conflitto fra culture) che contraddistingue la nostra vita moderna.

Come tutti gli esordienti ero pieno di speranze e di timori: speravo che il libro potesse avere successo al di là delle mie più rosee aspettative, e insieme temevo di aver tralasciato cose degne di essere raccontate. Il risultato fu una via di mezzo. Le critiche furono abbastanza positive. La gente veniva ai reading organizzati dall’editore, ma le vendite non erano esaltanti. Dopo alcuni mesi tornai alla vita di sempre, con la certezza che la mia carriera di scrittore sarebbe stata breve ma contento che la mia dignità ne fosse uscita più o meno intatta.

Nei dieci anni che seguirono ebbi poco tempo per fermarmi a riflettere. Condussi un censimento elettorale per le elezioni del 1992, feci pratica come avvocato per i diritti civili e cominciai a insegnare diritto costituzionale all’Università di Chicago. Io e mia moglie comprammo casa, fummo benedetti dalla nascita di due figlie splendide, sane e vivaci, e seppur con fatica riuscimmo a pagare tutte le bollette. Nel 1996 una poltrona nel Parlamento del mio Stato rimase vacante e i miei amici mi convinsero a candidarmi. Vinsi. Ancora prima di entrare in carica, sapevo bene che la politica locale non ha lo stesso fascino della sua equivalente a Washington; si lavora molto nell’ombra e soprattutto si lavora a questioni che possono avere grande importanza per alcuni ma che la maggior parte della gente comune può tranquillamente ignorare (per esempio, la normativa per le case mobili o le conseguenze fiscali del deprezzamento delle attrezzature agricole). L’incarico, tuttavia, mi dava soddisfazioni, soprattutto perché la politica a livello statale permette di ottenere risultati concreti in tempi ragionevoli – come l’estensione dell’assicurazione sanitaria ai bambini poveri o la riforma delle leggi che spediscono innocenti nel braccio della morte –, e poi perché all’interno del palazzo governativo di un grande Stato industrializzato si vede ogni giorno il volto di una nazione in costante dialogo: madri dei quartieri degradati e coltivatori di mais e fagioli, immigrati che lavoravano a giornata accanto a consulenti finanziari e banchieri. Tutti sgomitano per farsi sentire, e ognuno ha una storia da raccontare.

In seguito ottenni la candidatura democratica per un seggio come senatore dell’Illinois. Fu una corsa molto difficile, condotta contro candidati di spicco, qualificati e ben finanziati, mentre io ero un candidato nero con un nome buffo, privo del sostegno organizzativo e senza risorse personali: rappresentavo una scommessa. Quando ottenni la maggioranza dei voti alle primarie dei Democratici sia nelle zone dei bianchi sia in quelle dei neri, nei quartieri residenziali come a Chicago, la reazione fu simile a quella che seguì alla mia nomina a direttore della «Law Review». I cronisti più famosi espressero sorpresa e speranza che la mia vittoria fosse il segnale di un grande cambiamento nella politica razziale del paese. All’interno della comunità nera il mio successo era vissuto con un misto d’orgoglio e di frustrazione, quest’ultima generata dal fatto che, cinquant’anni dopo il caso «Brown vs Board of Education» e quarant’anni dopo l’approvazione del Voting Rights Act, ancora si festeggiasse come un evento la possibilità (e solo quella, poiché di fronte a me si prospettava una dura elezione generale) che io potessi essere l’unico afroamericano – e solo il terzo dalla Ricostruzione – a entrare in carica in Senato. La mia famiglia, gli amici e io stesso eravamo un po’ perplessi per tutta quell’attenzione e sempre consapevoli dell’abisso che esiste tra il mondo patinato mostrato dai media e la confusione e l’ordinarietà della vita reale.

La nuova ondata di pubblicità portò alla ristampa del libro e per la prima volta dopo anni ne rilessi alcuni capitoli per cercare di capire quanto fossi cambiato da allora. Confesso che trovai raccapricciante leggere ogni tanto frasi contorte, parole fuori luogo, espressioni scontate o compiaciute. Ho sempre apprezzato la brevità e durante la lettura mi venne voglia di tagliare una cinquantina di pagine. In ogni caso riconobbi la mia voce e posso dire che oggi non riscriverei la mia storia in maniera diversa rispetto a dieci anni fa, benché alcuni passi si siano rivelati in seguito politicamente sconvenienti, offrendo ai commentatori e agli avversari politici materiale per i loro attacchi.

Ciò che è cambiato da allora, in maniera drammatica e definitiva, è il contesto. Cominciai a scrivere nel periodo della recessione a Silicon Valley, del boom della borsa e del crollo del muro di Berlino. Mandela usciva di prigione, con passo lento ma deciso, per guidare un paese. Erano stati firmati gli accordi di pace a Oslo. In patria i nostri dibattiti culturali – sulle armi, sull’aborto e sui testi delle canzoni rap – sembravano molto accesi, perché la Terza Via di Bill Clinton, un giro di vite sul welfare che non aveva grandi ambizioni ma almeno non prevedeva grossi tagli, pareva incontrare ampio consenso sulle questioni di tutti i giorni, un consenso che perfino George W. Bush avrebbe sfruttato in occasione della sua prima campagna elettorale con la teoria del «conservatorismo compassionevole». Gli scrittori di tutto il mondo annunciavano la fine della storia, l’ascesa del mercato libero e della democrazia liberale. I vecchi odi e le guerre sarebbero stati sostituiti da comunità virtuali e da battaglie per le quote di mercato.

Poi ci fu l’11 settembre 2001, e il mondo si incrinò.

Riuscire a descrivere quel giorno e quelli che seguirono va ben oltre le mie capacità di scrittore: gli aerei, come spettri, che svanivano nel vetro e nell’acciaio, le torri che si accartocciavano lentamente su sé stesse, le figure coperte di cenere che vagavano per le strade, l’angoscia e la paura. Non riesco a comprendere lo spietato nichilismo che quel giorno guidò i terroristi né quello che continua a guidare i loro compagni. La mia capacità empatica e la mia abilità di entrare nei cuori delle persone non riescono a penetrare gli sguardi vuoti di chi uccide innocenti con una forma di appagamento astratto e sereno.

Ero certo che la storia fosse tornata per vendicarsi. Come ci rammenta Faulkner, il passato non è mai morto e sepolto, non è neanche passato. Questa storia collettiva, questo passato, va a toccare anche la mia storia, il mio passato, e non solo perché le bombe di al-Qaeda hanno segnato, con una lugubre precisione, alcuni luoghi della mia vita – i palazzi, le strade e i volti di Nairobi, Bali e Manhattan – o perché dopo l’11 settembre il mio nome è diventato il bersaglio preferito dei siti satirici gestiti da Repubblicani fanatici, ma anche perché è in corso una guerra sotterranea tra il mondo dell’abbondanza e quello del bisogno, tra quello antico e quello moderno, tra coloro che accettano la nostra irritante diversità, insistendo sull’esistenza di una gamma di valori che ci uniscono, e coloro che al contrario sfruttano una bandiera, uno slogan o un testo sacro per giustificare la violenza perpetrata contro i diversi, una guerra che, in scala minore, continua in questo libro.

Io conosco, perché l’ho vista, la disperazione di chi è impotente, so che può piegare le vite dei bambini nelle strade di Giacarta o Nairobi o anche del South Side di Chicago. So che l’umiliazione può sfociare nella furia incontrollata, nella violenza e nella disperazione. So che i potenti rispondono a queste situazioni in maniera inadeguata, alternando una sorda noncuranza e, quando la confusione sfugge al loro controllo, il ricorso regolare e sconsiderato alla forza, alle lunghe pene detentive e ad altre e più sofisticate soluzioni militari. So che l’irrigidimento dei confini, l’accettazione del fondamentalismo e del tribalismo saranno la nostra condanna.

Quello che era stato uno sforzo intimo e interiore per comprendere questa lotta e trovare il mio posto al suo interno è confluito in un dibattito pubblico più esteso nel quale sono impegnato professionalmente. È uno di quei dibattiti che influenzeranno la nostra vita e la vita dei nostri figli negli anni a venire.

Le implicazioni politiche di tutto ciò sono l’argomento di un altro libro. Permettetemi di finire con una nota più personale. La maggior parte dei personaggi di questo libro fa ancora parte della mia vita, benché in modo diverso da un tempo, per via dei cambiamenti legati al lavoro, ai figli, agli spostamenti e agli scherzi del destino.

L’unica eccezione è mia madre che, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, è scomparsa con una brutale rapidità divorata da un cancro. Aveva passato gli ultimi dieci anni della sua vita a fare ciò che amava: viaggiare per il mondo lavorando in villaggi sperduti dell’Asia e dell’Africa aiutando le donne a comprarsi una macchina per cucire o una vacca da latte o a procurarsi un’istruzione che le facesse entrare nel mondo del lavoro. Aveva amici di ogni ceto sociale, adorava fare lunghe passeggiate, era una sognatrice e andava nei mercati di Delhi o Marrakech a cercare cianfrusaglie, sciarpe o pietre intagliate solo per il piacere degli occhi. Scrisse resoconti, lesse romanzi, assillò sempre i suoi figli, e sognò di avere tanti nipoti.

Ci vedevamo spesso, il nostro era un legame indissolubile. Mentre scrivevo il libro, lei leggeva le bozze e correggeva quegli episodi della nostra storia familiare che io avevo frainteso. Non si sbilanciò mai sul ritratto che avevo fatto di lei, mentre era sempre pronta a spiegare o a giustificare gli aspetti meno lusinghieri del carattere di mio padre. Visse la malattia senza drammi e sempre col sorriso sulle labbra. Mi rimase vicina, e rimase vicina a mia sorella, ci aiutò a vincere le nostre paure, le nostre difficoltà e i nostri improvvisi cedimenti.

A volte penso che avrei scritto un libro diverso se avessi saputo che non sarebbe sopravvissuta alla malattia: non una riflessione sulla perdita di un genitore bensì la celebrazione di una persona che è stata l’unico punto fermo della mia vita. Ogni giorno rivedo nelle mie figlie la sua gioia e la sua costante capacità di meravigliarsi. Non voglio parlare del mio dolore per la sua scomparsa. So che era lo spirito più gentile e generoso che io abbia mai conosciuto e che la parte migliore di me la devo solo a lei.





INTRODUZIONE

In principio avevo intenzione di scrivere un libro molto diverso. L’occasione di scriverlo si presentò dopo che fui eletto presidente, il primo presidente di colore, della «Harvard Law Review», una rivista giuridica poco conosciuta al di fuori dell’ambito professionale. La mia elezione ebbe grande risalto sulla stampa, uscirono diversi articoli che testimoniavano non tanto il mio modesto risultato quanto il fatto che l’Università di Harvard fosse entrata nella mitologia americana e testimoniavano il desiderio di ogni minimo segno ottimistico sul fronte dell’integrazione razziale, a riprova che, dopotutto, passi avanti erano stati fatti. Fui contattato da qualche editore e io, pensando di avere qualcosa di originale da dire sullo stato attuale dell’integrazione razziale, accettai di dedicare l’anno seguente alla laurea a mettere i miei pensieri su carta.

Ero all’ultimo anno di giurisprudenza e, con una fiducia spaventosa in me stesso, cominciai a definire nella mia mente i contenuti del libro. Avrei inserito un saggio sui limiti delle vertenze per i diritti civili nel realizzare l’uguaglianza razziale, pensieri sul significato di comunità e restaurazione della vita pubblica attraverso organizzazioni popolari, riflessioni sulle misure contro la discriminazione delle minoranze e sull’afrocentrismo: la lista dei possibili argomenti riempì una pagina intera. Avrei incluso aneddoti personali e avrei analizzato i motivi di alcune emozioni ricorrenti. Ma doveva essere soprattutto un viaggio intellettuale, completo di mappe e punti di ristoro e con un itinerario ben preciso. La prima parte doveva essere finita entro marzo e la seconda ad agosto.

Quando mi misi all’opera, però, mi resi conto che era un’impresa tutt’altro che semplice. I primi ricordi nostalgici mi toccarono il cuore. Voci lontane comparvero, svanirono e comparvero di nuovo. Ripensai alle storie che mia madre e i miei nonni mi avevano raccontato quando ero piccolo, i racconti di una famiglia che cercava di spiegare la propria storia. Rievocai il mio primo anno come coordinatore di comunità a Chicago e il mio approccio maldestro all’età adulta. Ascoltavo mia nonna, seduta sotto un albero di mango mentre faceva le trecce a mia sorella, che mi raccontava del padre che non avevo mai realmente conosciuto.

Di fronte a questo flusso di ricordi, tutte le mie belle teorie sembravano inconsistenti e approssimative. Resistetti con tutta la mia forza all’impulso di spiattellare il mio passato in un libro, un passato che mi avrebbe messo a nudo e del quale un po’ mi vergognavo. Non perché ci fosse qualcosa di particolarmente doloroso o scabroso, ma perché alcuni suoi aspetti non erano frutto di una scelta cosciente e, perlomeno superficialmente, contraddicono il mondo in cui vivo adesso. Dopotutto ora ho trentatré anni, sono un avvocato e partecipo attivamente alla vita sociale e politica di Chicago, una città abituata alle ferite razziali e fiera della propria freddezza. Ho resistito al cinismo, tuttavia so bene come va il mondo e sto attento a non avere troppe aspettative.

Ciò che mi colpisce di più quando ripenso alla storia della mia famiglia è la presenza di una vena di innocenza, che sembra inimmaginabile anche per i bambini. La cugina di mia moglie, che ha solo sei anni, ha già perduto quell’innocenza. Qualche settimana fa ha raccontato ai genitori che alcuni suoi compagni di classe si sono rifiutati di giocare con lei per il colore della sua pelle. I suoi genitori, nati e cresciuti tra Chicago e Gary, persero la loro innocenza molti anni fa, e sebbene non siano amareggiati – sono invece forti, fieri e pieni di risorse quanto altri genitori di mia conoscenza – si può sentire il dolore nelle loro voci quando affermano che forse trasferirsi in un quartiere a maggioranza bianca non è stata una buona scelta. Avevano deciso di andare a vivere lì per proteggere i figli, per evitare che finissero uccisi in una sparatoria tra gang rivali e per far frequentare loro scuole decenti.

Come tutti noi, anche loro sanno troppo e hanno visto troppo per giudicare la breve unione dei miei genitori – un nero e una donna bianca, un africano e una americana – solo per quello che è stata. Ma nello stesso tempo, c’è anche chi ha difficoltà a giudicarmi solo per quello che sono. Quando le persone che non mi conoscono bene, bianchi o neri che siano, scoprono le mie origini (e di solito si tratta di una vera e propria scoperta dal momento che ho smesso di specificare la razza di mia madre da quando avevo tredici anni, nel periodo in cui iniziai a sospettare che se lo facevo mi ingraziavo i bianchi), nella frazione di secondo che impiegano per riprendersi dalla sorpresa mi accorgo che cercano nei miei occhi un segno rivelatore. Non sanno più chi sono. Immagino si mettano a pensare a chissà quanto dolore mi porto dentro, alla tragedia del sangue misto e dell’anima divisa, alla figura misteriosa del mulatto intrappolato tra due mondi. E se cercassi di spiegare loro che no, la tragedia non è la mia, o meglio, non solo la mia, ma anche la vostra, figli e figlie di Plymouth Rock ed Ellis Island, e la vostra, figli dell’Africa, è la tragedia della cugina di sei anni di mia moglie e dei suoi compagni di scuola bianchi; e se continuassi dicendo che quindi non c’è bisogno di immaginare il dolore che mi porto dentro, perché lo può vedere chiunque al telegiornale; e se dicessi infine che dovremmo ammettere tutto ciò perché solo così il tragico circolo vizioso che c’intrappola inizierebbe a spezzarsi, ai loro occhi apparirei come un sognatore incurabile, pieno di speranze perdute, come quei comunisti che cercano di vendere il loro giornale fuori dai college. O, peggio ancora, sembrerei qualcuno che cerca di fuggire da sé stesso.

Non colpevolizzo le persone per la loro diffidenza. Ho imparato ormai da tempo a considerare con cautela la mia infanzia e le storie che l’hanno plasmata. Fu solo quando mi sedetti sulla tomba di mio padre e gli parlai attraverso la terra rossa dell’Africa che riuscii ad aprire gli occhi sul mio passato e a dare il giusto peso a quei racconti. Per essere più precisi, fu solo allora che mi resi conto che avevo trascorso gran parte della mia vita a cercare di riscrivere quelle storie tappando i buchi della narrazione, aggiustando particolari spiacevoli, scagliando le scelte individuali contro il flusso cieco della storia nella speranza di estrarre solide verità da trasmettere ai miei figli non ancora nati.

A un certo punto, nonostante cercassi con tutte le forze di proteggermi dal faticoso scavo introspettivo e nonostante la frequente tentazione di abbandonare il progetto, ciò che si è fatto strada in queste pagine è il racconto di un viaggio personale e interiore: un ragazzo che cerca suo padre e che attraverso questa ricerca vuole trovare il significato della sua esistenza di nero americano. Il risultato è autobiografico, anche se nel corso degli ultimi tre anni a chiunque mi chiedesse di cosa parlava il libro non ho mai risposto usando questo termine. Una vera autobiografia promette prodezze, conversazioni con personaggi famosi, la presenza di una figura protagonista di eventi importanti. Tra queste pagine non troverete nulla di tutto ciò. Un’autobiografia richiede un bilancio finale, una conclusione, cosa complicata per me che ancora mi stavo facendo strada nel mondo. Non posso neanche considerare la mia esperienza rappresentativa dell’esperienza dell’America nera («Dopotutto non vieni da un ambiente degradato», mi disse una volta un editore di Manhattan). Imparare ad accettare questa particolare verità – e cioè che posso abbracciare i miei fratelli e sorelle di colore, in questo paese o in Africa, e affermare di avere un destino comune senza fingere di fare da portavoce di tutte le nostre numerose battaglie – è uno degli scopi del libro.

C’è sempre un margine di rischio quando si scrive un’opera autobiografica: la tentazione di colorare i singoli episodi in un certo modo o la tendenza a pensare che a tutti possa interessare un determinato evento della propria vita. Questi rischi sono maggiori quando allo scrittore manca la saggezza dettata dall’età, quel distacco capace di curare la propria vanità. Non so dire se sia riuscito a evitare tutti questi rischi. Ovviamente, nonostante il libro si basi sui diari o sui racconti orali della mia famiglia, i dialoghi sono stati ricostruiti. Per amore della brevità, alcuni personaggi incarnano qualità e caratteristiche appartenenti a più di una persona che ho realmente conosciuto e gli eventi non sono esposti sempre secondo un ordine cronologico. Fatta eccezione per i nomi dei miei familiari e di alcune figure pubbliche, i nomi degli altri personaggi sono stati cambiati per rispetto della privacy.

Qualunque etichetta verrà affibbiata al mio libro – autobiografia, memoir, storia familiare eccetera –, ciò che ho cercato di fare è stato scrivere un racconto onesto di un periodo particolare della mia vita. Nei momenti di difficoltà ho avuto il valido sostegno della mia agente Jane Dystel, che ringrazio per la tenacia e la fiducia in me, e del mio editor, Henry Ferris, che ringrazio per le sue indicazioni e correzioni decise ma sempre gentili. Ringrazio anche Ruth Fecych e lo staff della Times Books per il loro entusiasmo e per la loro attenzione nel seguire il manoscritto in tutte le sue varie fasi. Ringrazio i miei amici, in particolare Robert Fisher, per aver letto le bozze, e la fantastica Michelle, mia moglie, per la sua intelligenza, la grazia, il candore e per la sua infallibile capacità di sostenermi nelle mie migliori iniziative.

Dedico questo libro alla mia famiglia, a mia madre, ai miei nonni, ai miei fratelli sparsi in tutto il mondo. A loro va tutta la mia più profonda gratitudine. Senza il loro amore e il loro incessante sostegno, senza il loro permesso a farmi narrare le loro storie e senza la loro tolleranza nei confronti di qualche mio errore, non avrei mai potuto terminare l’opera. Se non altro, spero che l’amore e il rispetto che provo per loro risplenda in ogni pagina.





PRIMA PARTE

Le origini





CAPITOLO UNO

Ricevetti la notizia da uno sconosciuto qualche mese dopo il mio ventunesimo compleanno. In quel periodo vivevo a New York sulla Novantaquattresima Strada, tra la Seconda e la Prima, parte di quel confine mutevole e senza nome che separa East Harlem dal resto di Manhattan. Era un isolato squallido, tetro e senza verde, fiancheggiato da palazzi fuligginosi e privi di ascensore che lo mantenevano immerso nell’ombra per gran parte della giornata. L’appartamento era piccolo, con il pavimento in pendenza e il riscaldamento che funzionava solo a tratti. Il citofono era rotto e così, prima di salire, gli amici dovevano chiamare dal telefono a gettoni del benzinaio all’angolo dove un dobermann nero, grosso come un lupo, faceva la guardia tutta la notte camminando su e giù con una bottiglia di birra vuota tra i denti.

Tutto questo per me non era un grosso problema dal momento che non ricevevo molte visite. In quei giorni ero inquieto, pieno di lavoro e di progetti da portare a termine, e consideravo le relazioni sociali un’inutile distrazione. Non che disdegnassi la compagnia. Mi piaceva fare quattro chiacchiere con i vicini portoricani e quando rientravo a casa dopo lezione mi fermavo a parlare dei Knicks o della sparatoria della notte prima con i ragazzi del vicinato che d’estate se ne stavano sempre fuori in veranda. Quando era bel tempo, io e il mio coinquilino ci sedevamo sulle scale antincendio a fumare una sigaretta e osservare il tramonto o a guardare i bianchi dei quartieri più ricchi che portavano i cani a fare i bisogni sui marciapiedi della nostra zona. «Raccogli quella merda, bastardo!» gridava con una rabbia impressionante il mio coinquilino, poi scoppiavamo tutti e due a ridere sia per l’espressione del cane sia per quella del padrone che si chinava a pulire.

Mi piacevano quei momenti, ma dovevano essere brevi. Se la chiacchierata cominciava ad andare per le lunghe o a diventare troppo intima, trovavo una scusa per allontanarmi. Mi ero abituato alla mia solitudine, il luogo più sicuro che conoscessi.

Ricordo che nell’appartamento a fianco al mio abitava un vecchio che sembrava avere il mio stesso carattere. Viveva da solo, era scheletrico e curvo, e nelle rare occasioni in cui usciva di casa indossava un pesante cappotto nero e un cappello di feltro sformato. Ogni tanto lo incontravo mentre tornava dall’emporio e mi offrivo di portargli le buste della spesa su per le scale. Lui mi guardava e scrollava le spalle, poi cominciavamo la nostra scalata fermandoci a ogni pianerottolo in modo che potesse riprendere fiato. Appena arrivavamo davanti alla sua porta, posavo delicatamente le buste a terra e lui mi salutava con un cortese cenno del capo per poi trascinarsi dentro e chiudere la porta col chiavistello. Non ci scambiammo mai una sola parola né ricevetti mai da lui un ringraziamento.

Il suo silenzio mi è rimasto impresso: consideravo quell’uomo il mio alter ego. Un giorno il mio coinquilino lo trovò accasciato sul pianerottolo del terzo piano, rannicchiato come un feto, con gli occhi spalancati e braccia e gambe irrigidite. Attorno a lui si era radunata un po’ di gente; alcune donne si facevano il segno della croce e i bambini parlottavano tra loro tutti eccitati. Alla fine arrivarono gli infermieri che si portarono via il corpo e la polizia entrò nel suo appartamento. Era ordinato, spoglio: un tavolo, una sedia, il ritratto scolorito di una donna con le sopracciglia folte e un sorriso gentile sopra la mensola del camino. Quando aprirono il frigorifero, nascosto dietro barattoli di maionese e sottaceti trovarono circa un migliaio di dollari in banconote di piccolo taglio arrotolate dentro vecchi fogli di giornale.

Fui molto colpito da quella scena desolante, e per un momento provai il desiderio di sapere come si chiamasse il vecchio. Subito dopo, però, respinsi quel desiderio, così come il dolore: ebbi l’impressione che la nostra intesa si fosse spezzata, come se in quella stanza vuota il vecchio mi stesse sussurrando una storia indicibile e mi stesse dicendo cose che avrei preferito non sentire.

Ricevetti la notizia più o meno un mese dopo la morte del vecchio, in una di quelle mattine di novembre fredde e cupe nelle quali si intravede appena il sole dietro un velo di nubi. Stavo preparando la colazione, il caffè era sul fuoco e due uova friggevano in padella, quando a un certo punto il mio coinquilino mi passò il telefono. La linea era molto disturbata.

«Barry? Barry, sei tu?»

«Sì, chi parla?»

«Barry, sono zia Jane, da Nairobi. Mi senti?»

«Mi dispiace, si sente malissimo, chi parla?»

«Sono zia Jane. Ascolta Barry, tuo padre è morto. Ha avuto un incidente stradale. Ehi, mi senti? Ho detto che tuo padre è morto. Ti prego, Barry, chiama tuo zio a Boston e diglielo. Devo attaccare adesso, Barry. Provo a richiamarti più tardi…»

Fu tutto quello che riuscii a sentire. Cadde la linea. Mi sedetti sul divano, mentre le uova bruciavano in cucina, a fissare le crepe dell’intonaco e a cercare di soppesare la mia perdita.

Mio padre è sempre stato un mito per me, ancora più che un uomo, anche dopo la sua morte. Se ne era andato dalle Hawaii nel 1963, quando io avevo solo due anni, e così imparai a conoscerlo attraverso i racconti di mia madre e dei miei nonni; ognuno aveva il suo aneddoto preferito e non faceva che ripeterlo, tutto d’un fiato e senza il minimo tentennamento. Riesco ancora a vedere Nonno che dopo cena si adagiava sulla sua vecchia poltrona e, mentre sorseggiava whisky e si puliva i denti con il cellophane del pacchetto di sigarette, rievocava la volta in cui mio padre per poco non buttò giù dal Pali Lookout un tizio per colpa di una pipa…

«La tua mamma e il tuo papà decisero di portare un loro amico a fare un giro dell’isola. Raggiunsero in macchina il belvedere. Quasi sicuramente Barack guidò per tutto il tragitto sulla corsia sbagliata.»

«Tuo padre guidava malissimo», interveniva mia madre. «Finiva sempre sulla corsia sinistra, come gli inglesi, e se provavi a dirgli qualcosa lui sbuffava e diceva che se ne fregava delle stupide regole americane…»

«Be’, quella volta arrivarono lassù sani e salvi. Scesero dalla macchina e si misero a guardare il panorama appoggiati alla ringhiera. Barack fumava la pipa che gli avevo regalato io per il suo compleanno e tra una boccata e l’altra indicava il paesaggio con la cannuccia della pipa come se fosse il comandante di una nave.»

«Tuo padre era molto orgoglioso di quella pipa», lo interrompeva ancora mia madre. «La fumava tutta la notte mentre studiava e a volte…»

«Senti, Ann, hai intenzione di raccontare la storia tu o vuoi lasciarmi finire?»

«Scusa, papà. Continua, continua pure.»

«Se non sbaglio, questo poveraccio era uno dei tanti studenti africani appena sbarcati, no? Insomma, questo poveretto doveva essere rimasto impressionato dal modo in cui Barack maneggiava la pipa perché a un certo punto gli chiese se poteva provarla. Tuo padre ci pensò un attimo, poi gliela passò, e non appena fece il suo primo tiro cominciò a tossire in maniera talmente violenta che la pipa gli scivolò di mano e cadde oltre la ringhiera finendo un centinaio di metri di sotto.»

A quel punto Nonno si interrompeva per bere un altro sorso di whisky. «Poi», continuava, «tuo padre fu abbastanza gentile da aspettare che l’amico smettesse di tossire, dopodiché gli chiese di scavalcare la ringhiera e andargli a riprendere la pipa. Quello guardò il pendio ripidissimo e disse a Barack che gliene avrebbe comprata un’altra.»

«Una proposta ragionevole», commentava Toot dalla cucina (la nonna la chiamavamo Tutu, o Toot, che in hawaiano significa proprio «nonna», perché il giorno in cui nacqui io aveva affermato che era troppo giovane per essere chiamata Nonna). Nonno aggrottava la fronte ma la ignorava.

«Barack, però, era irremovibile, rivoleva la sua pipa, perché era un regalo e i regali non si possono rimpiazzare. Il tizio guardò di nuovo il dirupo e scosse la testa, fu allora che tuo padre lo tirò su di forza e lo fece penzolare nel vuoto al di là della ringhiera!»

In quel momento Nonno scoppiava in una risata fragorosa e, mentre si sbellicava dandosi pacche sulle gambe, io immaginavo di stare lì a guardare mio padre, una sagoma scura contro il sole splendente, e le braccia del trasgressore che si agitavano convulsamente nel vuoto. Un’immagine spaventosa della giustizia.

«No, non è che proprio l’aveva fatto penzolare dalla ringhiera, papà», interveniva mia madre notando il mio sguardo preoccupato, ma Nonno mandava giù un altro sorso di whisky e riprendeva il racconto.

«A quel punto tutti si girarono dalla nostra parte mentre tua madre pregava Barack di fermarsi. Suppongo che l’amico di Barack stesse trattenendo il respiro e pregasse. Dopo qualche minuto tuo padre riportò il tizio al di qua della ringhiera e gli diede una pacca sulla spalla. Aspettò che si fosse calmato, poi lo invitò a bere una birra. E sai una cosa? Per tutto il resto della gita tuo padre si comportò come se non fosse successo niente. Quando tornarono a casa, tua madre era ancora turbata e a stento rivolgeva la parola a tuo padre. Barack non le facilitò certo le cose, e quando tua madre iniziò a raccontarci cosa era successo, lui scosse la testa e cominciò a ridere. “Rilassati, Anna”, le disse. Tuo padre aveva un vocione profondo e un accento inglese fortissimo.» Arrivato a quel punto il nonno tirava all’indentro il mento per produrre l’effetto migliore: «“Rilassati, Anna”, disse, “volevo solo che il ragazzino imparasse a dare il giusto valore alle cose degli altri!”».

Nonno scoppiava a ridere e Toot bofonchiava che per fortuna mio padre s’era reso conto che la pipa era caduta accidentalmente, altrimenti chissà cosa sarebbe successo. Mia madre alzava gli occhi al cielo esasperata e diceva che stavano esagerando tutti e due.

«Tuo padre sapeva essere dispotico», ammetteva mia madre accennando un sorriso. «Ma in fondo era una persona molto onesta, ed è proprio per questo che a volte diventava intransigente.»

Mia madre preferiva offrire un ritratto più delicato di mio padre. Mi raccontava l’episodio in cui fu invitato ad accedere alla confraternita universitaria Phi Beta Kappa e si presentò alla cerimonia con il suo abbigliamento preferito: jeans e una vecchia maglietta con il disegno di un leopardo. «Nessuno gli aveva detto che era un’occasione speciale e nel momento in cui entrò in quella stanza elegante vide che erano tutti in smoking. Fu l’unica volta in cui lo vidi in imbarazzo.»

Nonno si faceva improvvisamente pensieroso e iniziava ad annuire con un cenno della testa. «In effetti, Bar», diceva, «tuo padre riusciva a cavarsela in quasi tutte le situazioni, e riusciva pure a piacere a tutti. Ti ricordi quando cantò all’International Music Festival? Aveva accettato di cantare alcune canzoni africane, ma quando arrivò si rese conto che era una manifestazione seria. La donna che si esibì prima di lui era una cantante semiprofessionista, una ragazza hawaiana con tanto di gruppo al seguito. Chiunque altro si sarebbe tirato indietro spiegando che c’era stato un errore. Ma non Barack. Si alzò e cantò davanti a quella folla immensa. E ti assicuro che non fu un’impresa facile. Non se la cavò benissimo, ma era talmente sicuro di sé che ricevette più applausi di tutti gli altri.»

Nonno, a quel punto, scuoteva la testa e si alzava dalla poltrona per accendere la televisione. «C’è una cosa che puoi imparare da tuo padre», mi diceva. «La fiducia nei propri mezzi. Questo è il segreto del successo di un uomo.»

Ecco com’erano le storie che mi raccontavano: concise, apocrife, narrate in rapida successione nel corso di una serata per poi essere archiviate per mesi, a volte per anni, nella memoria della famiglia. Come quelle poche fotografie di papà conservate in casa, vecchie immagini in bianco e nero che trovavo quando mi mettevo a rovistare negli armadi in cerca di decorazioni natalizie o di una vecchia attrezzatura da snorkeling. I miei ricordi personali prendono forma nel momento in cui mia madre aveva iniziato a frequentare quello che sarebbe diventato il suo secondo marito, e fu allora che compresi, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, il motivo per cui le foto erano state messe via. Di tanto in tanto, seduto per terra con mia madre, con l’odore di polvere e di naftalina che sprigionava l’album fotografico consunto, potevo vedere mio padre, il suo viso scuro e sorridente, la fronte prominente e gli occhiali spessi che lo facevano apparire più vecchio della sua età, e ascoltavo la storia della sua vita come se fosse un romanzo.

Mio padre era africano, un keniota della tribù Luo, nato in un posto chiamato Alego sulle sponde del lago Vittoria. Era un villaggio povero, e suo padre – l’altro mio nonno, Hussein Onyango Obama – era stato un agricoltore rispettato da tutti, l’anziano della tribù e uno sciamano. Mio padre crebbe portando al pascolo le pecore e frequentando la scuola locale, fondata dall’amministrazione coloniale inglese, dove si distinse per la sue promettenti capacità. Vinse una borsa di studio per Nairobi, dopodiché, alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza del Kenya, fu scelto da leader kenioti e sponsor americani per frequentare una università degli Stati Uniti. Avrebbe fatto parte della prima grossa ondata di africani mandati a imparare tutto della tecnologia occidentale per poi tornare in patria e costruire una nuova, moderna Africa.

Nel 1959, a ventitré anni, mio padre arrivò all’Università delle Hawaii: fu il primo studente africano. Studiò economia con una dedizione senza pari e dopo tre anni si laureò con il massimo dei voti. Aveva un sacco di amici e contribuì a fondare la International Students Association di cui divenne il primo presidente. A un corso di russo conobbe una ragazza americana appena diciottenne, un po’ timida e impacciata, della quale si innamorò subito. I genitori della ragazza, dopo una iniziale diffidenza, si lasciarono conquistare dal fascino e dall’intelligenza di Barack. I due si sposarono e da quella unione nacque un bambino a cui fu dato lo stesso nome del padre. Mio padre vinse un’altra borsa di studio, questa volta per un dottorato a Harvard, ma i soldi non erano sufficienti per permettersi di portare con sé anche la famiglia. E così dovettero separarsi, lui tornò in Africa per tenere fede alla promessa fatta al suo continente e lei rimase in America con il piccolo, ma il loro amore si mantenne forte nonostante la distanza.

A quel punto l’album fotografico si chiudeva e io me ne andavo via contento, cullato in una storia che mi collocava al centro di un universo vasto e ben organizzato. Nelle versioni frammentate della vita di mio padre che mi offrivano mia madre e i nonni c’erano, tuttavia, molte cose che non comprendevo, ma raramente mi facevo spiegare il significato di parole come «dottorato» o «colonialismo» o mi facevo indicare Alego su una carta geografica. Il percorso di mio padre si inseriva nello sfondo di un libro che mi aveva regalato mia madre, una raccolta di racconti sulla creazione intitolata Origini: la storia della Genesi e dell’albero che segnava la nascita dell’uomo, Prometeo e il dono del fuoco, la tartaruga della leggenda indù che fluttuava nello spazio sostenendo il peso del mondo sopra il suo guscio. Nel tempo, quando scoprii la più banale strada per la celebrità rappresentata alla tivù e al cinema, cominciai a pormi una serie di domande. Cosa portava sul suo guscio la tartaruga? Perché esisteva un Dio onnipotente che permetteva al serpente di provocare tanta sofferenza? Perché mio padre non tornava a casa? A cinque anni ero contento di lasciare irrisolti questi misteri, ogni storia era autonoma e vera e potevo trascinarmela nel dolce mondo dei sogni.

Del fatto che mio padre non somigliasse per niente alle persone intorno a me, che lui fosse nero come la pece e mia madre bianca come il latte, non riuscivo proprio a rendermi conto.

Ricordo solo un episodio con riferimenti razziali espliciti che mi raccontavano sempre più spesso per farmi cogliere l’essenza della moralità di mio padre. Una sera, dopo varie ore di studio, mio padre aveva raggiunto il nonno e degli amici in un locale di Waikiki. Erano tutti di buon umore, mangiavano e bevevano al suono delle steel guitars hawaiane, quando a un certo punto un bianco disse al barista, con voce alta perché tutti potessero sentirlo, che non poteva bere «vicino a un negro». Nel locale calò il silenzio e si girarono tutti verso mio padre convinti che si sarebbe scatenata una rissa. E invece papà si alzò, si avvicinò all’uomo, gli sorrise e gli fece una paternale sull’assurdità dell’intolleranza, sulle promesse del sogno americano e sui diritti universali dell’uomo. «Quel tipo si sentì talmente un verme», mi raccontava Nonno, «che non appena Barack finì di parlare mise mano al portafoglio e gli diede cento dollari. Pagò da bere a tutti quanti per il resto della serata… e l’affitto a tuo padre.»

Nel periodo dell’adolescenza cominciai a nutrire forti dubbi sulla veridicità di quella storia e la accantonai insieme alle altre fino al giorno in cui, qualche anno più tardi, ricevetti una telefonata da un uomo, un giapponese-americano, che diceva d’aver studiato con mio padre alle Hawaii e che al momento insegnava in una università del Midwest. Fu molto gentile, si scusò per quella sua intrusione e mi disse che aveva letto una mia intervista su un giornale locale e il nome di mio padre gli aveva riportato alla mente una serie di ricordi. Nel corso della conversazione, mi ripeté la stessa storia che mi aveva raccontato mio nonno, di quel bianco che aveva cercato di comprare il perdono di mio padre. «Non lo dimenticherò mai», disse l’uomo, e nella sua voce sentii lo stesso tono che era risuonato nella voce di Nonno così tanti anni prima, un tono carico di incredulità e di speranza.

Incrocio di razze. Questa espressione è sgradevole, fastidiosa, foriera di effetti mostruosi ed evoca immagini di un’altra era, di un mondo lontano fatto di fruste, roghi, magnolie appassite e portici fatiscenti. Ma fu solo nel 1967 – anno in cui compii sei anni e Jimi Hendrix suonò a Monterey, tre anni dopo che Martin Luther King ricevette il premio Nobel per la pace, fase in cui l’America cominciava ad averne abbastanza della discriminazione dei neri – che la Corte Suprema degli Stati Uniti sostenne che il divieto dei matrimoni interrazziali nello Stato della Virginia violava la Costituzione. Nel 1960, l’anno in cui i miei genitori si sposarono, l’espressione incrocio di razze descriveva ancora un reato nella maggior parte degli Stati degli USA. In molte zone del Sud mio padre sarebbe stato impiccato a un albero semplicemente per aver guardato mia madre nel modo sbagliato, mentre nelle città più evolute del Nord gli sguardi ostili e i pettegolezzi avrebbero spinto una donna nella situazione di mia madre a un aborto clandestino o come minimo a lasciare il bambino in un convento lontano che avrebbe provveduto all’adozione. L’immagine di loro due insieme sarebbe stata considerata lurida e perversa, una facile risposta a quel manipolo di sciocchi liberal che sostenevano un programma per i diritti civili.

Permettereste a vostra figlia di sposare uno come quello?

Il fatto che i miei nonni materni avessero risposto di sì alla domanda, seppure a malincuore, per me rimarrà sempre un mistero. Nel loro background non c’era nulla che potesse far prevedere quella risposta, nessun trascendentalista del New England o socialista di larghe vedute nel loro albero genealogico. Il Kansas si era schierato con l’Unione nella Guerra Civile, e a Nonno piaceva ricordare che in famiglia c’erano stati ferventi abolizionisti. Se glielo domandavano, Toot avrebbe mostrato il suo profilo col naso aquilino che, insieme agli occhi neri come l’inchiostro, era una prova che nelle sue vene scorreva sangue cherokee.

Appoggiata su un ripiano dello scaffale dei libri c’era una vecchia foto color seppia che parlava in modo eloquente delle loro radici. Ritraeva i nonni di Toot, di stirpe inglese e scozzese, in piedi davanti a una fattoria malmessa, con addosso vestiti di lana grezza, seri e con gli occhi socchiusi per proteggersi dai raggi spietati del sole. Erano gli stessi volti di American Gothic, i cugini poveri dei WASP, e nei loro sguardi si poteva leggere una verità che avrei appreso solo più tardi: il Kansas era entrato nell’Unione solo dopo un violento preludio alla Guerra Civile, una battaglia in cui la spada di John Brown aveva assaggiato il primo sangue. Uno dei miei avi, Christopher Columbus Clark, aveva ricevuto una medaglia al valore militare come soldato dell’Unione e si diceva che la madre di sua moglie fosse la cugina di secondo grado di Jefferson Davis, presidente degli Stati Confederati d’America. Un altro lontanissimo antenato di Toot era un Cherokee puro e quella discendenza era fonte di vergogna per la madre di mia nonna, la quale sbiancava ogni volta che qualcuno accennava a quel particolare, perché sperava di portarsi il segreto nella tomba.

Questo era il mondo in cui erano cresciuti i miei nonni: un luogo chiuso, nel centro esatto del paese, un posto in cui il decoro, la sopportazione e lo spirito pionieristico convivevano con il conformismo, il sospetto e la capacità di compiere atti di disumana crudeltà. Erano cresciuti a meno di trenta chilometri di distanza l’uno dall’altra, mia nonna ad Augusta, mio nonno a El Dorado, due paesi troppo piccoli per meritare di essere segnalati in una cartina stradale. L’infanzia di cui mi parlavano era fatta di piccole province, dell’America nella Grande Depressione in tutto il suo innocente splendore, delle sfilate del Quattro Luglio e delle immagini proiettate contro la parete di un granaio, delle lucciole dentro i barattoli e del sapore dei pomodori maturi e dolci come mele, delle tempeste di sabbia e degli acquazzoni, delle classi piene di bambini, i figli dei contadini, che all’inizio dell’inverno si mettevano la biancheria intima di lana e non se la toglievano più fino a puzzare come maiali.

Anche il trauma del disastro economico e della chiusura delle fattorie sembrava romantico quando erano i nonni a parlarne, e nella loro memoria quelli erano tempi in cui gli stenti avevano livellato la popolazione rendendola più unita. Dovevo ascoltare con estrema attenzione per riuscire a capire quali fossero le sottili gerarchie e le tacite leggi che avevano regolato quelle vite, quali fossero i meriti di quelle persone che non avevano quasi niente e abitavano nel bel mezzo del nulla. Il valore centrale era la rispettabilità – c’erano persone rispettabili e altre non così rispettabili –, e sebbene non si dovesse essere per forza ricchi per essere rispettabili, di sicuro si doveva lavorare di più se non lo si era.

La famiglia di Toot era rispettabile. Suo padre era riuscito a mantenere il lavoro anche durante la Grande Depressione e gestiva una stazione di rifornimento per la Standard Oil. La madre aveva insegnato a scuola prima che nascessero i figli. La loro casa era sempre pulita; ordinavano per corrispondenza i volumi della collana Great Books e leggevano la Bibbia, ma si tenevano alla larga dagli ambienti revivalisti prediligendo invece quella forma rigorosa di metodismo che anteponeva la ragione alla passione e la temperanza a entrambe.

La storia di mio nonno, e quella di suo fratello maggiore, era più complicata. I suoi genitori non erano benestanti ma erano persone oneste, battisti timorati di Dio che si mantenevano lavorando nei pozzi petroliferi dalle parti di Wichita. Eppure il nonno divenne un tipo turbolento. Alcuni vicini attribuivano quel suo temperamento al suicidio della madre: era stato proprio lui, Stanley, a soli otto anni, a trovare il corpo. Altri, anime meno caritatevoli, scuotevano semplicemente il capo convinti che stesse seguendo le orme di quel donnaiolo di suo padre che era stato la causa indiscutibile del crollo della moglie.

Qualunque fosse il motivo, la reputazione di Nonno sembrava ampiamente meritata. A quindici anni fu espulso dalla scuola per aver dato un pugno sul naso al preside. Nei tre anni che seguirono fece i lavori più strani, spostandosi con un treno e l’altro tra Chicago, la California e casa sua, e si diede al gioco delle carte e alle donne. Come amava affermare, sapeva bene come togliersi dagli impicci a Wichita, dove la sua famiglia e quella di Toot si erano appena trasferite. Toot lo assecondava sempre, ma i suoi genitori non gradivano che quel poco di buono corteggiasse la figlia poiché sul suo conto giravano strane storie. La prima volta che Nonno si presentò a casa di Toot per conoscere i genitori, il padre guardò i suoi capelli neri lisciati all’indietro e il suo sorriso da saputello e fece il suo commento secco.

«Sembra uno sporco italiano.»

Mia nonna fece finta di niente. Lei, che era cresciuta all’insegna dell’economia domestica, che si era appena diplomata ed era stufa della rispettabilità, doveva aver visto in mio nonno una ventata d’aria fresca. Mi capita spesso di immaginarli in una città americana prima della guerra: lui con le brache, la canottiera e il cappello sulle ventitré, che offre una sigaretta alla sua ragazza bionda tinta, con il rossetto rosso troppo marcato e le gambe sufficientemente belle per posare come modella per il grande magazzino locale. Lui che le parla di metropoli, di autostrade infinite e della sua imminente fuga dalle pianure polverose e deserte dove l’obiettivo più ambizioso è diventare direttore di banca e il massimo del divertimento è il gelato o la matinée della domenica, dove la paura e la mancanza d’immaginazione soffocano i sogni e dove sai che morirai nello stesso posto in cui sei nato e sai già chi sarà a seppellirti. Non finirà così, insisteva mio nonno, lui aveva dei sogni, aveva dei progetti, e avrebbe contagiato mia nonna con quella frenesia che molti anni prima aveva spinto i loro antenati ad attraversare l’Atlantico e mezzo continente.

Fuggirono insieme poco prima del bombardamento di Pearl Harbor e mio nonno si arruolò nell’esercito. A questo punto i ricordi si susseguono nella mia mente come in quei vecchi film che mostrano i fogli di un calendario staccati uno dopo l’altro da mani invisibili, le prime pagine con Hitler, Churchill, Roosevelt e la Normandia che scorrono veloci accompagnate dal fragore dei bombardamenti e dalla voce di Edward R. Murrow e dalla BBC. Vedo mia madre che nasce nella base militare dove Nonno è di stanza. Nonna è Rosie la Rivettatrice* che lavora alla catena di montaggio dei bombardieri e Nonno avanza nel fango della Francia insieme alle brigate di Patton.

Nonno tornò dalla guerra senza aver mai combattuto veramente e la famiglia si trasferì in California, dove lui si iscrisse a Berkeley beneficiando come veterano di guerra del G.I. Bill, la legge che garantiva ai reduci una istruzione universitaria gratuita. Ma le pareti di un’aula non potevano contenere le sue ambizioni e la sua irrequietezza, e così la famiglia si rimise in viaggio: tornarono prima nel Kansas e poi si stabilirono in diverse cittadine del Texas e infine a Seattle, dove si fermarono abbastanza a lungo per permettere a mia madre di finire le superiori. Nonno vendeva mobili. Comprarono una casa e si fecero degli amici con cui giocare a bridge. Erano contenti che mia madre andasse bene a scuola, ma quando le offrirono di frequentare l’Università di Chicago mio nonno glielo impedì ritenendola troppo giovane per vivere da sola.

A questo punto la storia poteva dirsi finita: una casa, una famiglia, una vita rispettabile. Ma c’era ancora qualcosa che tormentava mio nonno. Riesco a immaginarlo sulla riva del Pacifico, alto e corpulento e con i capelli prematuramente grigi, intento a fissare l’orizzonte finché non gli arrivava alle narici l’odore delle piattaforme petrolifere, del grano e della vita dura che pensava di essersi lasciato alle spalle. Un giorno il padrone del mobilificio in cui lavorava gli disse che stava per aprire un negozio a Honolulu e che laggiù si potevano fare ottimi affari; lui corse da mia nonna e la convinse a preparare armi e bagagli e imbarcarsi per il loro ultimo viaggio, verso ovest, verso il tramonto…

Sarebbe sempre stato così, mio nonno, sempre alla ricerca di un nuovo inizio, sempre in fuga dalla monotonia. Quando arrivarono alle Hawaii, il suo carattere era ormai ben delineato, suppongo: la generosità e la voglia di compiacere, una complessa miscela di provincialismo e raffinatezza, la ruvidezza che lo spingeva a essere spesso un po’ scortese e a offendersi con grande facilità. Era il carattere tipico degli americani della sua generazione, uomini che abbracciavano le idee di libertà, di individualismo e di apertura senza sapere bene quale fosse il prezzo da pagare, uomini il cui entusiasmo poteva benissimo condurre alla viltà del maccartismo o agli eroismi della Seconda guerra mondiale. Erano uomini pericolosi e promettenti proprio per la loro innocenza, uomini che, in fin dei conti, erano votati alla delusione.

Nel 1960, tuttavia, mio nonno non era stato ancora messo alla prova; le delusioni sarebbero giunte solo più tardi e sarebbero arrivate gradualmente, senza la violenza che avrebbe potuto cambiarlo in meglio o in peggio. In qualche recesso della sua mente, era arrivato a considerarsi un libero pensatore, una sorta di bohémien. Scriveva poesie, ascoltava jazz e tra i suoi amici più cari annoverava alcuni ebrei che aveva conosciuto al lavoro. Durante il suo periodo di fervore religioso aveva iscritto la famiglia alla congregazione locale della Chiesa unitaria universalista. Gli piaceva che gli unitariani attingessero ai testi sacri di tutte le principali religioni («È come avere cinque religioni in una», diceva). Toot lo dissuase dall’interessarsi alla religione («Sant’Iddio, Stanley, la religione non è come comprare i cereali per colazione!»), era per natura più scettica di lui e non condivideva le sue idee più bizzarre. In ogni caso, l’ostinazione di mia nonna e la sua indipendenza di pensiero di solito li portava a raggiungere un compromesso.

Tutto ciò li rendeva vagamente liberal, nonostante le loro idee non convergessero in una ideologia ben definita: anche in questo erano molto americani. E così, quando mia madre tornò a casa e parlò di un uomo che aveva conosciuto all’università, uno studente africano di nome Barack, il loro primo impulso fu quello di invitarlo a cena. Povero ragazzo, così lontano dalla sua famiglia dovrà sentirsi molto solo, avrà pensato mio nonno. Meglio vedere che tipo è, avrà detto invece Toot. Quando mio padre si presentò a casa loro, Nonno doveva esser stato subito colpito dalla somiglianza con Nat King Cole, uno dei suoi cantanti preferiti. Lo immagino che chiede a mio padre se sa cantare, senza comprendere l’espressione mortificata sul volto di mia nonna, e lo immagino troppo impegnato a raccontare una delle sue barzellette o a discutere con Toot su come cuocere le bistecche per accorgersi che mia madre aveva allungato la mano per stringere quella nodosa di lui. Toot invece se ne era accorta, ma era stata abbastanza cortese da mordersi la lingua e offrire il dessert. I suoi impulsi l’avevano messa in guardia contro l’opportunità di fare una scenata. A fine serata di sicuro i nonni avranno sottolineato l’intelligenza del giovane, i suoi modi gentili, i gesti misurati, la grazia del suo portamento… e quell’accento!

Ma avrebbero permesso a loro figlia di sposare uno come lui?

Non lo sappiamo ancora. La storia, arrivata a questo punto, non ci fornisce troppe spiegazioni. La verità è che, come la maggior parte degli americani di allora, non avevano mai prestato molta attenzione ai neri. La discriminazione si era fatta strada nel Kansas molto prima che nascessero i miei nonni, ma nell’area di Wichita la cosa appariva nella sua veste più informale e dignitosa, priva della violenza che pervadeva il profondo Sud. Gli stessi codici non scritti che governavano la vita tra i bianchi furono applicati alle altre razze. Quando i neri fecero la loro comparsa nel Kansas dei ricordi dei miei nonni, le immagini erano piuttosto sfocate: uomini di colore che si recavano presso i pozzi petroliferi in cerca di lavoro a giornata e donne che finivano per lavorare in lavanderie o a fare le cameriere nelle case dei bianchi. I neri c’erano, ma era come se non ci fossero. Erano tutti come Sam il pianista, Beulah la cameriera, o come Amos e Andy che lavoravano alla radio: presenze oscure e silenziose che non suscitavano né paura né passione.

La questione razziale si impose nella vita dei miei familiari nel dopoguerra, quando si trasferirono in Texas. Nel corso della prima settimana di lavoro, mio nonno ricevette da alcuni colleghi dei consigli su come trattare i clienti neri e i messicani. «Se i neri vogliono guardare la merce devono venire dopo l’orario di chiusura e portarsela via con i propri mezzi»; invece Toot, che lavorava in banca, fece subito amicizia con il custode, un uomo di colore alto e distinto, un veterano della Seconda guerra mondiale, Mr Reed. Un giorno, dopo che i due erano stati visti a chiacchierare per il corridoio, si presentò come una furia nell’ufficio di mia nonna una segretaria che le intimò di non «dare del “signore” a un negro». Poco dopo Toot trovò Mr Reed in lacrime in un angolo del palazzo. Quando gli chiese cosa stesse succedendo, lui si tirò su, si asciugò gli occhi e rispose con un’altra domanda.

«Cosa abbiamo fatto per essere trattati in maniera così meschina?»

Quel giorno mia nonna non seppe cosa rispondere, e la domanda continuò a tormentarla per giorni e giorni; lei e Nonno ne parlavano spesso, dopo aver aspettato che mia madre fosse andata a dormire. Alla fine decisero che Toot avrebbe continuato a chiamare il custode Mr Reed, anche se aveva capito ormai, con un misto di tristezza e sollievo, il motivo per cui l’uomo mantenesse una certa distanza da lei ogni volta che si incrociavano nel corridoio. Nonno cominciò a declinare gli inviti dei colleghi per una birra dicendo che doveva andare a casa da sua moglie. I nonni si chiusero in sé stessi, divennero suscettibili, apprensivi, fino a sentirsi eterni estranei in quella città.

Mia madre patì più di tutti quell’aria malsana. A quel tempo aveva solo undici o dodici anni e stava cercando di venir fuori da una brutta asma. La malattia, e i ripetuti traslochi, l’avevano trasformata in una bambina solitaria: pur essendo ancora allegra e gioviale, era sempre pronta a seppellire la testa in un libro o a fare passeggiate da sola. Toot cominciava a temere che l’ultimo trasferimento avesse accentuato quelle sue stravaganze. Mia madre si era fatta pochi amici a scuola; la prendevano tutti in giro per il suo nome, Stanley Ann (una delle idee meno brillanti di Nonno, che avrebbe voluto un maschio) e la chiamavano Stanley Steamer. Stan the Man.** Quando Toot tornava a casa dal lavoro, trovava mia madre da sola in cortile, che faceva dondolare le gambe nel vuoto seduta sul portico, oppure sdraiata sul prato persa nel suo mondo. Tranne quel giorno caldo e senza vento, quando Toot tornò a casa e trovò un gruppetto di ragazzini radunati fuori dalla palizzata che circondava la casa. A mano a mano che si avvicinava, Toot sentì le loro risate e urla sguaiate e vide il disgusto e la rabbia disegnati sui loro volti, mentre, con voce acuta, ripetevano come una cantilena:

«Amica dei negri!».

«Sporca yankee!»

«Amica dei negri!»

Quando videro Toot scapparono, ma solo dopo che uno dei ragazzini ebbe lanciato un sasso oltre la palizzata. Mia nonna ne seguì con lo sguardo la traiettoria, lo vide cadere ai piedi di un albero e comprese la causa di tutto quel trambusto: mia madre e una bambina di colore più o meno della sua stessa età erano sdraiate, una accanto all’altra, a pancia in giù, le gonnelline sollevate sopra le ginocchia, le dita dei piedi conficcate sul prato, il mento appoggiato sulle mani, immerse nella lettura di un libro di mia nonna. Da quella distanza sembrava una scena serena ma, quando aprì il cancelletto e si avvicinò, Toot notò che la ragazzina nera stava tremando e mia madre aveva gli occhi gonfi di lacrime. La bambina rimase immobile, paralizzata dal terrore, finché Toot non si chinò e posò una mano sulle loro teste.

«Se volete giocare», disse loro, «forse è meglio andare dentro. Su. Tutte e due.» Fece alzare mia madre e porse la mano all’altra bambina che si tirò su da sola e corse via a rotta di collo sparendo dietro l’angolo della strada.

Quando fu informato dell’accaduto Nonno era fuori di sé e pretese un racconto dettagliato. Si annotò i nomi dei ragazzini e il giorno dopo, anziché andare al lavoro, si presentò dal preside della scuola. Chiamò a uno a uno i genitori di quei ragazzini per dirgliene quattro, ma ricevette da tutti la stessa risposta:

«Signor Dunham, è meglio che parli con sua figlia. In questa città le bambine bianche non giocano con i negri».

È difficile capire che peso dare a quegli episodi, sapere quali rapporti si crearono o si ruppero, o se devono essere considerati solo alla luce degli eventi che seguirono. Ogni volta che affrontava l’argomento, Nonno mi diceva che eravamo andati via dal Texas perché non si trovavano bene in mezzo a quei razzisti. Toot era più cauta nelle affermazioni. Una volta rimasi da solo con mia nonna e lei mi confidò che si erano trasferiti perché il lavoro di Nonno non andava tanto bene e un suo amico gli aveva promesso di trovargliene uno migliore a Seattle. Stando ai racconti di Toot, la parola razzismo a quei tempi non esisteva neanche nel loro vocabolario. «Io e il nonno, Bar, siamo sempre stati convinti che tutti abbiamo il diritto di essere trattati bene.»

È sempre stata saggia, mia nonna, sospettosa dei sentimenti sbandierati o delle rivendicazioni esagerate, e piena di buonsenso. Ecco perché io tendo a fidarmi di più delle sue versioni. Tutto ciò corrisponde all’immagine che ho di Nonno: un uomo che tendeva a riscrivere la storia più conforme all’immagine che voleva per sé.

Tuttavia non voglio dire che i suoi racconti fossero manipolati, l’ennesimo atto di revisionismo dei bianchi. Non posso, soprattutto perché so bene quanto credesse e tenesse alle sue storie, anche se non sempre riusciva a renderle realistiche. Ho il sospetto che dopo l’esperienza del Texas la gente di colore fosse diventata parte integrante dei suoi racconti. Nella sua fantasia la condizione della gente di colore, le loro sofferenze e le loro ferite diventavano sue: l’assenza del padre e le voci sullo scandalo, una madre scomparsa, la crudeltà degli altri ragazzini, la consapevolezza di non essere un bel biondino con gli occhi azzurri ma di assomigliare a «uno sporco italiano». Il razzismo era parte di quel passato, i suoi impulsi glielo dicevano, era parte delle convenzioni, della rispettabilità, dello status, erano i sorrisetti, i sussurri e i pettegolezzi che lo avevano tenuto lontano dagli altri.

Quegli impulsi contano qualcosa, credo; per molti bianchi della generazione dei miei nonni gli impulsi corrono nella direzione opposta, nella direzione della massa. E sebbene i rapporti tra mio nonno e mia madre fossero tesi quando arrivarono alle Hawaii – lei non gli avrebbe mai perdonato la sua instabilità e il suo temperamento spesso violento e si sarebbe sempre vergognata dei suoi modi rozzi e maldestri –, furono proprio quel desiderio di cancellare il passato e la fiducia nella possibilità di ricostruire il mondo da capo il suo patrimonio più prezioso. Non so se Nonno se ne rendesse conto, ma la vista della figlia con un uomo di colore fu, a livello inconscio, una finestra aperta nel suo cuore.

Ma questa consapevolezza, anche quando pienamente manifesta, non avrebbe reso più accettabile l’amore di mia madre per Barack. E infatti il luogo e la data del matrimonio sono sempre rimasti avvolti nel mistero e io non ho mai avuto il coraggio di approfondire l’argomento. Non esistono prove di un vero matrimonio, di una torta, di un anello, di un bouquet lanciato dalla sposa. Non ci furono inviti, e non è chiaro se i parenti del Kansas fossero stati perlomeno informati. Solo una piccola cerimonia civile di fronte al giudice di pace. A posteriori tutto sembra tanto azzardato e fragile. Forse i nonni hanno voluto che fosse così: una prova da superare, solo una questione di tempo, finché fossero riusciti a rimanere impassibili e a non prendere posizioni drastiche.

Ma non avevano valutato bene la silenziosa determinazione di mia madre e l’altalena delle loro emozioni. Prima di tutto arrivò il nipote, circa quattro chili, sano e sempre affamato. Che diavolo pensavano di fare ora?

Il tempo e il luogo cominciarono a cospirare, trasformando una potenziale sfortuna in qualcosa di tollerabile, perfino in una fonte d’orgoglio. Mentre si bevevano una birra, mio nonno ascoltava il genero parlare di politica ed economia, di luoghi lontani come il Cremlino o Whitehall e si immaginava proiettato nel futuro. Cominciò a leggere i giornali con maggiore attenzione e scoprì le prime tracce dell’integrazione razziale. Dentro di sé arrivò alla conclusione che il mondo si stava rimpicciolendo, che gli equilibri stavano cambiando, che la famiglia di Wichita si era mossa verso la «nuova frontiera» di Kennedy e il magnifico sogno di Martin Luther King. Com’era possibile che l’America mandasse l’uomo nello spazio mentre i neri erano ancora discriminati? In uno dei miei primi ricordi mi rivedo seduto sulle spalle di mio nonno mentre gli astronauti di una missione Apollo arrivavano alla base aerea di Hickam dopo l’ammaraggio riuscito. Ricordo che vidi appena gli astronauti con gli occhiali da aviatore chiusi dentro la camera d’isolamento. Nonno ha sempre giurato che uno di loro mi aveva salutato e che io gli avevo risposto. Faceva parte della storia che raccontava a sé stesso. Nonno era entrato nell’era spaziale con un genero nero e un nipote mulatto.

E quale porto migliore per cominciare questa nuova avventura se non quello delle Hawaii, lo Stato più giovane dell’Unione? Anche ora che la popolazione dello Stato è quadruplicata, che Waikiki è piena zeppa di fast food, empori e videoteche con film porno, e che sulle colline le case spuntano come funghi, ricordo ancora i primi passi che feci da bambino sull’isola e quanto rimasi affascinato dalla sua bellezza. La superficie blu increspata del Pacifico. Le scogliere ricoperte di muschio e le cascate imponenti di Manoa, i fiori di zenzero e gli alberi altissimi tra i quali echeggiavano i richiami di uccelli invisibili. Le onde impetuose della costa settentrionale che si infrangevano come al rallentatore. L’ombra del monte Pali e l’aria profumata di salmastro.

Hawaii! Credo che la mia famiglia, che vi arrivò nel 1959, avesse pensato che la terra, stufa di eserciti in marcia e di civilizzazione selvaggia, aveva fatto emergere dal mare quella catena di rocce color smeraldo affinché i pionieri di tutto il mondo potessero abitarvi lasciando che i figli si abbronzassero al sole. La deplorevole sottomissione dei nativi hawaiani ottenuta con il mancato rispetto dei trattati e le terribili malattie portate dai missionari, lo sfruttamento da parte delle compagnie americane del fertile suolo vulcanico, convertito in piantagioni di canna da zucchero e ananas, il sistema di contratti che costringeva gli immigrati giapponesi, filippini e cinesi a lavorare nelle piantagioni dall’alba al tramonto, i campi di concentramento per i cittadini americani di origine giapponese durante la guerra: era tutta storia recente. Eppure, quando la mia famiglia arrivò sembrava che quelle pagine oscure fossero scomparse dalla memoria collettiva, come la nebbia che si dissolve all’arrivo del sole. Sull’isola c’erano troppe razze per imporre il rigido sistema di caste del continente, e così i pochi neri che arrivavano alle Hawaii sapevano che là il segregazionismo non esisteva. Il miscuglio razziale dell’isola aveva ben poco a che fare con quello che succedeva altrove.

In quel periodo nacque la leggenda che le Hawaii fossero un vero e proprio melting pot, un esperimento di armonia razziale. I nonni – specialmente Nonno, che grazie al suo lavoro entrò in contatto con un sacco di gente – si gettarono nella «causa della comprensione reciproca». Nello scaffale c’è ancora una copia di Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie. Col passare degli anni sentivo mio nonno parlare con lo stile disinvolto e colloquiale che riteneva adatto per trattare con i clienti. Mostrava le foto e parlava della storia della famiglia anche al primo sconosciuto, stringeva energicamente la mano al postino e scherzava con i camerieri al ristorante.

Tutta questa espansività mi metteva in imbarazzo, ma le persone, che erano molto più indulgenti di me, apprezzavano quell’aspetto stravagante del suo carattere. Non riuscì mai a conquistare grande autorità, ma seppe crearsi un’ampia cerchia di amici. Un giapponese-americano, che si faceva chiamare Freddy e aveva un negozio di alimentari vicino a casa, ci teneva sempre da parte i tagli migliori di aku per fare il sashimi e mi dava dei dolcetti di riso avvolti in un tipo di carta commestibile. Capitava spesso che gli hawaiani che consegnavano i mobili per il Nonno ci invitassero a mangiare il maiale arrosto con il poi, che Nonno divorava di gusto, mentre Toot fumava una sigaretta dopo l’altra per tutta la durata del pasto e poi, una volta a casa, si faceva delle uova strapazzate. Spesso accompagnavo Nonno all’Ali’i Park, dove giocava a dama con un vecchio filippino che fumava il sigaro e sputava il succo di noce di betel come se fosse sangue. Ricordo ancora che un mattino andammo a pesca nella baia di Kailua con un portoghese al quale Nonno aveva fatto fare un buon affare con un divano. Una minuscola lanterna a gas era appesa alla cabina della piccola barca da pesca. Io osservavo i due uomini che si immergevano nell’acqua illuminati dai fasci di luce delle torce. A un certo punto emersero con un grosso pesce iridescente infilzato con la fiocina. Nonno mi insegnò il suo nome hawaiano, humu-humu-nuku-nuku-apuaa, che ripetemmo per tutto il viaggio di ritorno.

In un simile ambiente il colore della mia pelle non creò grossi problemi ai nonni e molto presto loro adottarono nei confronti dei razzisti l’atteggiamento di scherno tipico degli isolani. A volte, quando si accorgeva che i turisti mi guardavano mentre giocavo sulla sabbia, mio nonno si avvicinava e bisbigliava, con la dovuta riverenza, che io ero il pronipote del re Kamehameha, il primo re hawaiano. «Sono sicuro che la tua foto si trova in un migliaio di album fotografici dall’Idaho al Maine», gli piaceva dire sogghignando. Questa storia ha qualcosa di ambiguo. Ci vedo dentro una strategia per evitare i temi difficili. Tuttavia Nonno aveva sempre a portata di mano un nuovo aneddoto, come quello secondo cui un turista, che mi vide nuotare e non sapeva nulla delle mie origini, disse: «Nuotare è qualcosa di naturale per questi hawaiani». Il nonno replicò scettico: «Si dà il caso che quel ragazzino sia mio nipote. La madre è del Kansas, il padre dell’entroterra del Kenya e non c’è traccia di oceano per chilometri e chilometri in nessuno dei due posti». Per il nonno, la razza non costituiva più un motivo di preoccupazione. Se l’ignoranza era ancora profondamente radicata in certi individui, si poteva supporre che il resto del mondo avrebbe recuperato presto.

Credo che tutti i racconti su mio padre vertessero, più che su di lui, sui cambiamenti che la sua presenza provocò nelle persone che gli gravitavano attorno, sul processo che modificò l’atteggiamento dei miei nonni verso le questioni razziali. Racconti che, in questo senso, davano voce a uno spirito che avrebbe pervaso la nazione in quel fugace periodo tra l’elezione di Kennedy e il passaggio del Voting Rights Act: l’apparente trionfo dell’universalismo sulla meschinità e chiusura mentale, un nuovo mondo luminoso in cui le differenze di razza e cultura avrebbero insegnato, divertito e forse addirittura nobilitato. Racconti utili che hanno accompagnato tanto me quanto la mia famiglia, suggestivi come una sorta di Eden perduto che oltrepassa la semplice infanzia.

C’era solo un problema: mio padre non c’era più. Aveva lasciato il paradiso e non c’era nulla che mia madre o i nonni potessero dire per porvi rimedio. Le loro storie non mi spiegavano come mai fosse partito né come sarebbe stato se fosse rimasto. Come Mr Reed, il custode, o come la ragazzina di colore che scappava a gambe levate, mio padre divenne un personaggio del racconto di qualcun altro. Un personaggio affascinante – una figura aliena con il cuore d’oro, lo straniero misterioso che salva la città e conquista la ragazza – tuttavia sempre e solo un personaggio.

Non me la sento di biasimare mia madre e i nonni per questo. È probabile che a mio padre sarebbe piaciuta l’immagine che gli avevano cucito addosso e in un certo senso lui ne era stato complice. Quando si era laureato, infatti, sull’«Honolulu Star-Bulletin» era uscito un articolo che lo descriveva come studente modello, cauto e responsabile, e ambasciatore del suo continente. Nell’intervista rimproverava l’università per il fatto che stipava gli studenti nei dormitori e li obbligava a seguire programmi volti a promuovere la comprensione culturale, cosa che li distoglieva, come sosteneva lui, dalla formazione pratica a cui invece era interessato lui. Pur non avendola mai sperimentata sulla propria pelle, avvertiva che l’autosegregazione e la discriminazione erano presenti tra i vari gruppi etnici e si mostrava sarcasticamente divertito per il fatto che alle Hawaii i «caucasici» fossero spesso oggetto di pregiudizio. Era un’affermazione molto precisa, che cercò di stemperare con un’ultima nota allegra: diceva che una cosa che le altre nazioni potevano imparare dalle Hawaii era la disponibilità delle razze a lavorare insieme per un progetto di sviluppo comune, cosa che non aveva riscontrato tra i bianchi in altre parti del mondo.

Trovai questo articolo, piegato tra il mio certificato di nascita e vecchi moduli delle vaccinazioni, mentre frequentavo le superiori. Era un pezzo breve, e c’era anche una sua fotografia. Né io né mia madre eravamo stati menzionati e mi chiesi se quell’omissione non fosse stata intenzionale, quasi un avvertimento della sua partenza. O forse il giornalista, intimidito dall’aria autoritaria di mio padre, non gli aveva fatto domande sulla sua vita privata, o ancora, forse il taglio dell’intervista era stato deciso dalla redazione e la famiglia non faceva parte della storia che volevano pubblicare. Mi chiedo anche se quell’omissione non avesse causato una lite tra i miei genitori.

A quel tempo non potevo saperlo, ero troppo giovane per rendermi conto che fosse normale avere un padre presente accanto a me ed ero troppo giovane per sapere che non potevo sfuggire alla questione razziale. Per un lasso di tempo non breve sembrò che mio padre fosse finito sotto lo stesso incantesimo. Nei primi sei anni della mia vita, anche quando l’incantesimo si era ormai rotto e i mondi che i miei familiari credevano di essersi lasciati alle spalle li avevano richiamati a sé, ho occupato il posto che era stato quello dei loro sogni.





CAPITOLO DUE

La strada che portava all’ambasciata era trafficatissima: macchine, motociclette, risciò e autobus stracarichi di gente, una processione di ruote e corpi che cercavano di farsi largo nella calura pomeridiana. Avanzavamo lentamente di qualche metro, ci fermavamo, trovavamo un varco, avanzavamo un altro po’ e ci fermavamo di nuovo. Il tassista scacciò alcuni ragazzini che cercavano di venderci gomme da masticare e sigarette sfuse, poi evitò per un soffio uno scooter con a bordo una famiglia intera, padre, madre, figlio e figlia che si inclinavano contemporaneamente per assecondare la curva come se fossero una sola persona. Avevano dei fazzoletti sulla bocca per proteggersi dallo smog: sembrava una famiglia di banditi. Lungo il ciglio della strada vecchie donne rugose con addosso un sarong marrone come la loro pelle accatastavano cesti di vimini pieni di frutta matura, mentre due meccanici stavano accovacciati nel loro garage a cielo aperto scacciando di tanto in tanto le mosche che gli ronzavano attorno mentre smontavano un motore. Alle loro spalle il terreno digradava in una discarica fumante dove due bambini inseguivano tutti eccitati una scheletrica gallina nera; finirono per scivolare nel pantano, tra foglie di granturco e bucce di banana, urlando divertiti, e poi scomparvero oltre la strada polverosa.

La situazione migliorò quando il taxi imboccò l’autostrada; scendemmo di fronte all’ambasciata dove due marine ben vestiti ci rivolsero un cenno di saluto. Nel cortile il baccano della strada lasciò il posto al rumore regolare del tosasiepi. Il capo di mia madre era un uomo di colore corpulento, con i capelli rasati striati di grigio sulle tempie. Dietro la scrivania spiccava una sontuosa bandiera americana attaccata a un’asta. L’uomo mi diede un’energica stretta di mano: «Come va, giovanotto?». Odorava di dopobarba e il colletto inamidato della camicia gli stringeva visibilmente il collo. Stavo sull’attenti mentre rispondevo alle sue domande sul mio andamento scolastico. L’aria dell’ufficio era fresca e secca, simile a quella che si respira in montagna: era l’aria pura e inebriante del privilegio.

Terminato l’incontro, mia madre mi portò in biblioteca e mi fece sedere lì mentre lei andò nella sua stanza a lavorare. Lessi il fumetto che mi ero portato da casa e finii i compiti, poi salii su una sedia per dare un’occhiata ai libri. La maggior parte dei volumi era poco interessante per un bambino di nove anni: relazioni della Banca Mondiale, indagini geologiche, pianificazioni di sviluppo urbanistico. Ma in un angolo trovai alcuni numeri della rivista «Life» disposti in un raccoglitore di plastica. Mi misi a sfogliare le pagine patinate della rivista e mi soffermai sulle pubblicità: pneumatici Goodyear, Dodge Fever, televisori Zenith («Perché non scegliere il meglio?») e la zuppa Campbell («Mmm, che bontà!»), uomini in dolcevita bianco che versavano del Seagram in bicchieri pieni di ghiaccio sotto lo sguardo ammirato di donne in minigonna rossa. Giunsi alle pagine dei reportage e cercai di indovinare il tema delle singole fotografie coprendo le didascalie. Una foto ritraeva alcuni bambini francesi che si scapicollavano giù per un selciato, forse stavano giocando a nascondino dopo una giornata passata sui libri di scuola, sembrava una scena felice e le loro risate parlavano di libertà. Poi vidi la foto di una donna giapponese che cullava una ragazzina nuda in una vaschetta: era un’immagine triste, la ragazzina era malata, aveva le gambe deformi e la testa reclinata all’indietro contro il seno della madre mentre costei aveva il viso contratto dal dolore, forse si sentiva responsabile… Infine vidi la fotografia di un vecchio con un impermeabile e gli occhiali da sole che camminava in una strada deserta. Questa volta però non riuscii a indovinare il tema della foto, mi sembrava una scena assolutamente normale. La foto della pagina successiva raffigurava un particolare delle mani di quell’uomo. Erano di un pallore strano, innaturale, come se non vi scorresse il sangue. Tornai alla foto della pagina precedente e solo allora notai che i capelli crespi, le labbra carnose e il naso largo e grosso dell’uomo avevano un colorito spettrale e non omogeneo.

Doveva essere gravemente malato, pensai. Forse aveva una malattia da radiazioni, oppure era albino; proprio qualche giorno prima ne avevo visto uno per strada e mia madre me ne aveva parlato. Quando lessi la didascalia, mi resi conto che non si trattava di un albino. L’uomo si era sottoposto a un trattamento chimico, così diceva l’articolo, per schiarire il colore della pelle. Aveva perfino pagato per questo. Diceva di essersi pentito d’aver provato a diventare bianco ed era amareggiato per come erano andate le cose. Il risultato purtroppo era irreversibile. Migliaia di uomini e donne di colore si erano sottoposti allo stesso trattamento dopo aver letto un annuncio pubblicitario che prometteva loro le gioie di essere un bianco.

Mi sentii il viso e il collo in fiamme, e mi prese una stretta allo stomaco. Le scritte cominciarono a sfocarsi. Le sapeva queste cose mia madre? E il suo capo, come faceva a rimanere tanto calmo mentre leggeva le sue carte d’ufficio? Provai l’impulso di saltare giù dalla sedia e andare da loro a mostrare quello che avevo appena visto per avere spiegazioni o conferme, ma qualcosa mi trattenne. Mi sembrava di trovarmi in uno di quei sogni in cui non riesci a urlare per la paura. Quando tornò mia madre per riportarmi a casa mi sforzai di sorridere, le riviste erano di nuovo al loro posto e nella stanza c’era la stessa calma di quando mi aveva lasciato lì.

A quel tempo io e mia madre vivevamo in Indonesia ormai da tre anni, ci eravamo trasferiti lì dopo che lei si era risposata con un indonesiano di nome Lolo, un altro studente che aveva conosciuto all’Università delle Hawaii. In hawaiano il suo nome significava «pazzo», cosa che non piacque molto a mio nonno; tuttavia quel nome non gli si adattava per niente dal momento che Lolo aveva le buone maniere e la grazia tipiche della sua gente. Era basso, scuro di carnagione e bello. Per i suoi capelli neri e folti e i suoi lineamenti del viso poteva passare benissimo per messicano o samoano. Era un uomo imperturbabile, aveva un sorriso incredibilmente sereno e sapeva giocare bene a tennis. Per due anni passò ore e ore a giocare a scacchi con mio nonno e a fare la lotta con me. Un giorno mia madre mi prese da parte per dirmi che Lolo voleva che ci trasferissimo con lui in un paese lontano; non rimasi sorpreso da quella proposta né espressi alcuna obiezione. Le chiesi se lo amava: anche se avevo solo sei anni, ero grande abbastanza per sapere che questa era una cosa importante. Ricordo che in quel momento a mia madre iniziò a tremare il mento, come se stesse trattenendo le lacrime, poi mi strinse in un lungo abbraccio che mi fece sentire molto coraggioso, anche se non sapevo bene il perché.

Lolo partì poco tempo dopo, e io e mia madre impiegammo mesi interi per i preparativi: passaporti, visti, biglietti aerei, prenotazione di alberghi e una serie interminabile di foto. Mentre facevamo i bagagli, mio nonno prese l’atlante e lesse i nomi delle isole dell’arcipelago indonesiano: Giava, Sumatra, Borneo e Bali. Mi disse che ricordava alcuni di quei nomi dalle sue letture giovanili dei libri di Joseph Conrad. Le Isole delle Spezie, così un tempo le chiamavano, nomi magici, avvolti nel mistero. «Ho sentito dire che laggiù ci sono ancora le tigri e gli orangutan», disse, poi alzò la testa dal libro e spalancò gli occhi: «E ho sentito dire che ci sono ancora i cacciatori di teste!». Toot invece contattò il Dipartimento di Stato per sapere se fosse un paese sicuro, e tutte le persone con cui parlò le dissero che la situazione era sotto controllo. Nonostante questo insistette perché ci portassimo dietro un sacco di provviste, come il latte in polvere o le sardine in scatola. «Non si può mai sapere cosa mangia quella gente», affermò risoluta. Mia madre si mise a sospirare e Toot, per cercare il mio appoggio, disse che avremmo dovuto portarci anche tante scatole di caramelle.

Arrivato il giorno della partenza, salimmo sull’aereo della Pan Am che ci avrebbe portato all’altro capo del mondo. Indossavo una camicia bianca a maniche lunghe e una cravatta grigia chiusa con una clip. L’hostess mi diede dei cruciverba, una porzione extra di noccioline e una spilla metallica a forma di ali che attaccai sul taschino della camicia. Facemmo una tappa di tre giorni in Giappone, dove sfidammo la pioggia gelida per vedere la grande statua bronzea del Buddha di Kamakura e mangiammo il gelato al tè verde su un traghetto che attraversava i laghi di montagna. La sera mia madre studiava l’alfabetario. Quando atterrammo a Giacarta, la pista sembrava ondeggiare per il calore e il sole bruciava come un forno: io stringevo la mano di mia madre, determinato a proteggerla da qualunque cosa.

Lolo era lì ad accoglierci, con qualche chilo in più e i baffi folti sopra il suo bel sorriso. Abbracciò mia madre, mi prese in braccio, poi ci disse di seguire l’uomo basso e muscoloso che stava portando i bagagli verso la macchina. L’uomo ci sorrise mentre sistemava le valigie sul carrello, mia madre cercò di dirgli qualcosa, ma lui continuò a sorridere e a fare cenni con la testa. La gente fluttuava attorno a noi parlando una lingua che mi era del tutto sconosciuta. Rimanemmo a guardare Lolo che chiacchierava con un gruppo di soldati in uniforme marrone; avevano la pistola nella fondina, ma sembravano tranquilli e stavano ridendo per qualcosa che aveva detto Lolo. Quando ci raggiunse, mia madre gli chiese se quei soldati dovevano controllare i nostri bagagli.

«Non ti preoccupare… è tutto a posto», la rassicurò lui, salendo al posto di guida. «Sono miei amici.»

Ci disse che quella macchina gliel’avevano prestata, ma che si era comprato una motocicletta nuova fiammante, un modello giapponese, che per il momento sarebbe stata sufficiente. La casa nuova era terminata, mancava solo qualche rifinitura. Aveva già provveduto a iscrivermi a una scuola vicino a casa e disse che i suoi parenti erano ansiosi di incontrarci. Mentre lui e mia madre parlavano, io ne approfittai per sporgere la testa fuori dal finestrino posteriore e osservare il paesaggio: una distesa di verde e marrone, villaggi che scomparivano nella foresta, odore di gasolio e di legna bruciata. Uomini e donne camminavano come gru nelle risaie, le facce nascoste da enormi cappelli di paglia. Un ragazzino, bagnato e lucido come una lontra, sedeva sulla schiena di un bufalo indiano inespressivo e gli frustava il posteriore con una canna di bambù. A mano a mano che procedevamo le strade si facevano sempre più animate e piene di negozietti, di mercati e di uomini che spingevano carretti carichi di ghiaia e legname, i palazzi erano sempre più alti, simili a quelli delle Hawaii – l’Hotel Indonesia, molto moderno, ci disse Lolo, e il nuovo centro commerciale, bianco e splendente –, ma erano pochi quelli che superavano in altezza gli alberi che ombreggiavano la strada. Superammo una serie di grosse case circondate da alte siepi e da posti di guardia. Mia madre disse qualcosa che non afferrai completamente, qualcosa sul governo e su un uomo di nome Sukarno.

«Chi è Sukarno?» gridai dal sedile posteriore, ma Lolo sembrò non sentirmi. Mi toccò il braccio e fece cenno di guardare avanti. «Guarda!» disse indicando verso l’alto. Imponente come un palazzo di dieci piani si ergeva una statua con il corpo di un uomo e la faccia di una scimmia.

«È Hanuman», mi spiegò Lolo, girando attorno alla statua, «il dio scimmia.» Mi voltai a guardare ipnotizzato quella figura solitaria che si stagliava scura contro il sole, pronta a spiccare il volo verso il cielo, mentre le macchine minuscole turbinavano ai suoi piedi. «È un grande guerriero», continuò Lolo. «È forte come cento uomini, e quando ha combattuto contro i demoni ha sempre vinto.»

La casa si trovava in un quartiere di recente costruzione nei sobborghi della città. Attraversammo un ponte stretto che si allungava su un ampio fiume dall’acqua marrone, dove vidi persone che si facevano il bagno e altre che lavavano i panni sulle sponde ripide. Passammo dall’asfalto alla ghiaia per finire in uno sterrato che serpeggiava tra negozietti e bungalow imbiancati a calce. Infine lo sterrato lasciò il posto al sentiero stretto che conduceva al villaggio. La casa era una casupola a malapena intonacata e con le tegole rosse, ma era ben ventilata e aveva un grande albero di mango nel piccolo cortile anteriore. Stavamo varcando il cancello quando Lolo disse che c’era una sorpresa per me. In quel momento sentimmo un lamento assordante provenire dall’albero, e sia io sia mia madre ci voltammo spaventati e ci ritrovammo davanti una grossa creatura pelosa con la testa piccola e piatta e con braccia lunghe e minacciose che si agitava su un ramo basso.

«Una scimmia!» gridai io.

«Uno scimpanzé», mi corresse mia madre.

Lolo prese una nocciolina dalla tasca e la porse all’animale che la afferrò avidamente. «Si chiama Tata», disse. «L’ho portato apposta per te dalla Nuova Guinea.»

Stavo per avvicinarmi per vederlo meglio, ma Tata, che mi guardava con i suoi occhi cerchiati di nero sospettosi e feroci, sembrò sul punto di saltarmi addosso, e così decisi di tornare dov’ero.

«Non preoccuparti», disse Lolo porgendo a Tata una seconda nocciolina. «È legato. Vieni, c’è un’altra sorpresa.»

Fissai mia madre che mi rivolse un sorriso timido. Sul retro della casa trovammo una specie di piccolo zoo: galline e anatre che correvano in tutte le direzioni, un grosso cane dal pelo giallognolo che latrava funesto, due uccelli del paradiso, un cacatua bianco e infine due cuccioli di coccodrillo immersi per metà in un laghetto recintato in fondo al cortile. Lolo fissò i rettili. «Prima erano tre», spiegò, «ma il più grosso è strisciato fuori da un buco della recinzione, si è intrufolato nella risaia di uno del villaggio e si è mangiato le sue anatre. Abbiamo dovuto dargli la caccia di notte con le torce.»

Si stava facendo buio, ma facemmo ugualmente una breve passeggiata fino al villaggio. Gruppetti di bambini ci salutavano dai cortili vicini sorridendo e alcuni vecchi ci vennero incontro scalzi per stringerci la mano. Ci fermammo in un terreno dove uno degli uomini di Lolo stava facendo pascolare le capre. Mi si avvicinò un ragazzino che teneva in mano uno spago a cui era legata una libellula. Quando rientrammo a casa, trovammo nel cortile posteriore l’uomo che ci aveva portato i bagagli: aveva una gallina color ruggine sotto il braccio e un lungo coltello nella mano destra. Disse qualcosa a Lolo che annuì, poi ci chiamò. Mia madre mi disse di non muovermi e lanciò a Lolo un’occhiata interrogativa.

«Non pensi che sia troppo piccolo?»

Lui scrollò le spalle e mi guardò. «Il ragazzo dovrebbe sapere da dove arriva la cena. Tu che ne pensi, Barry?» Guardai mia madre, poi mi girai verso l’uomo con la gallina. Lolo annuì per la seconda volta, e l’uomo appoggiò a terra la gallina, la tenne ferma con un ginocchio più delicatamente che poté e fece passare il collo sopra un canaletto di scolo. La gallina si dimenò e sbatté freneticamente le ali per qualche secondo, qualche piuma danzò in aria mossa dal vento. Poi si bloccò. L’uomo fece scendere la lama sul collo dell’animale con un unico movimento fluido, liberando un fiotto di sangue rosso scuro. Si alzò in piedi tenendo la gallina lontana dal corpo e improvvisamente la scagliò in aria. La gallina cadde a terra con un tonfo, si rialzò barcollando e cominciò a correre in cerchio con la testa che pendeva grottescamente da un lato. I cerchi si facevano sempre più stretti e il fiotto di sangue che fuoriusciva sempre più debole fino a che la gallina non stramazzò a terra.

Lolo mi passò una mano tra i capelli e ci disse di andarci a lavare prima di cena. Mangiammo tutti e tre in silenzio sotto la luce debole di una lampadina: stufato di gallina e riso, e per dessert frutti rossi e pelosi talmente dolci che solo un mal di stomaco avrebbe potuto impedirmi di mangiarli. Più tardi, sdraiato da solo nel mio letto sotto la zanzariera, ascoltavo il verso dei grilli ripensando all’ultimo spasmo di vita che avevo visto poche ore prima. A stento riuscivo a credere alla mia buona sorte.

«Come prima cosa devi imparare a difenderti.»

Lolo e io facevamo la lotta in cortile. Il giorno prima ero tornato a casa con un bernoccolo in testa grande come un uovo. Lolo, che stava lavando la sua motocicletta, mi chiese cosa fosse successo. Gli raccontai che avevo litigato con un ragazzino più grande di me che viveva in fondo alla strada: s’era impossessato del pallone del mio amico mentre giocavamo e se n’era scappato portandoselo via. Io l’avevo inseguito e lui mi aveva tirato un sasso. «Non è giusto», avevo detto con la voce strozzata dal pianto. Aveva imbrogliato.

Lolo aveva esaminato il bernoccolo in silenzio. «Non sanguina», aveva detto, dopodiché era tornato a lucidare la moto.

Pensai che fosse finita lì, ma il giorno dopo tornò dal lavoro con due paia di guantoni da boxe. Odoravano di cuoio nuovo. I grandi erano neri, i piccoli rossi.

Dopo avermi stretto i lacci fece un passo indietro per esaminare la sua opera. Le braccia mi pendevano lungo i fianchi simili a steli a cui sembrava avessero avvitato due lampadine. Lolo scosse il capo e mi sollevò i guantoni all’altezza del viso.

«Così. Tieni le mani in alto.» Mi aggiustò i gomiti, poi assunse la mia stessa posizione e cominciò a saltellare. «Devi muoverti, ma cerca di stare sempre abbassato col corpo, non offrire mai il bersaglio. Come ti pare?» Annuii, cercando di imitare i suoi movimenti come meglio potevo. Dopo alcuni minuti si fermò e mi mise davanti al naso la sua mano aperta.

«Ok», disse. «Proviamo il pugno.»

Quello lo sapevo fare. Feci un passo indietro e tirai il mio colpo migliore. La mano di Lolo si mosse appena.

«Niente male», disse annuendo, senza cambiare espressione. «Davvero niente male. Ehi, guarda dove hai le mani. Cosa ti ho detto? Tienile alte.»

Ubbidii e cominciai a tirare deboli pugni contro i palmi di Lolo, guardandolo negli occhi di tanto in tanto. In quel momento mi resi conto che nel corso dei due anni passati insieme il suo volto mi era diventato familiare quanto la terra che calpestavo. In meno di sei mesi avevo imparato la lingua dell’Indonesia, le sue usanze, le sue leggende. Ero sopravvissuto alla varicella, al morbillo e alle bacchettate degli insegnanti. I miei migliori amici erano figli di contadini, di domestici e di semplici impiegati, e insieme correvamo per le strade giorno e notte facendo le cose più strane, acchiappando cavallette e sfidandoci con gare di aquiloni ancorati a fili tesi e taglienti come lame. Chi perdeva sarebbe rimasto a guardare il suo aquilone trasportato via dal vento, consapevole che poco distante ci sarebbe stata una lunga fila di bambini con la testa rivolta al cielo in attesa che il loro premio atterrasse. Lolo mi insegnò a mangiare i peperoncini verdi crudi per cena (con un sacco di riso), e fuori dai pasti assaggiai la carne di cane (stopposa), quella di serpente (ancora più stopposa) e le cavallette arrostite (croccanti). Come la maggior parte degli indonesiani, Lolo seguiva quella corrente dell’Islam che conviveva con le credenze animiste della fede indù. Mi spiegò che gli uomini traggono energia da ciò che mangiano e mi promise che un giorno avremmo mangiato carne di tigre.

La mia vita scorreva così, come un’avventura continua. Il dono della fanciullezza. Nelle lettere che scrivevo ai nonni raccontavo quegli episodi con dovizia di particolari, fiducioso del fatto che avrei ricevuto da loro cibi più civilizzati come il cioccolato e il burro d’arachidi. Nelle lettere però non riuscivo a raccontare tutto, perché alcune cose erano veramente difficili da spiegare. Non parlai mai a Toot e a Nonno del giorno in cui davanti alla porta di casa si presentò un uomo che al posto del naso aveva un grosso buco, e del suono sibilante che emise quando chiese a mia madre del cibo. Non gli raccontai nemmeno di quando un mio amico mi disse che la notte prima uno spirito malvagio trasportato dal vento aveva ucciso il suo fratellino – per un attimo il terrore aveva danzato negli occhi del mio compagno di giochi prima che dalla sua bocca uscisse una strana risata, dopodiché mi aveva dato un pugno sulla spalla ed era scappato via correndo a gambe levate. Non gli parlai mai dello sguardo vuoto dei contadini che camminavano scalzi per i campi bruciati dal sole chinandosi ogni tanto per raccogliere un grumo di terra che si sfaldava tra le dita per quanto era secco, né descrissi mai la loro disperazione quando, l’anno seguente, le piogge incessanti spazzarono via i campi e si riversarono sulle strade entrando nelle case e obbligando famiglie intere a scappare e portare in salvo le capre e le galline, mentre buona parte delle baracche crollava al suolo.

Il mondo era violento, lo stavo imparando, imprevedibile e spesso crudele. I miei nonni non sapevano nulla di quel posto, quindi decisi che non era il caso di turbarli con domande alle quali non avrebbero saputo rispondere. A volte, quando mia madre tornava a casa dal lavoro, le raccontavo ciò che avevo visto o sentito e lei mi ascoltava con attenzione accarezzandomi la fronte, poi cercava sempre di darmi una spiegazione plausibile. Ho sempre amato le sue attenzioni, la sua voce e le sue carezze: mi davano sicurezza. La sua conoscenza di esorcismi, alluvioni e combattimenti tra galli lasciava molto a desiderare. Anche per lei era tutto nuovo e così spesso finivo per cambiare argomento per paura che si preoccupasse inutilmente.

Fu Lolo la mia fonte di spiegazioni, la mia guida. Non parlava molto, ma con lui mi sentivo a mio agio. Mi aveva presentato alla sua famiglia e ai suoi amici come un figlio, senza però spingersi mai oltre il ruolo di chi spiegava le cose e senza fingere che il nostro rapporto fosse più di ciò che era. Mi piaceva quella distanza perché comportava una fiducia reciproca. La sua conoscenza del mondo sembrava inesauribile. Non sapeva solo cambiare una gomma o giocare a scacchi, ma se la cavava bene anche con le questioni impalpabili come le emozioni o i misteri del destino.

Sapeva come comportarsi con i mendicanti, che erano ovunque: una galleria di infermi, uomini, donne e bambini in abiti stracciati e sporchi, alcuni senza braccia, altri senza piedi, vittime dello scorbuto, della poliomielite o della lebbra, che camminavano sulle mani o avanzavano per le strade gremite di gente su carretti instabili, con le gambe piegate sotto il corpo come contorsionisti. All’inizio avevo notato che mia madre dava soldi a chiunque bussasse alla porta di casa o chiedesse l’elemosina per strada, in seguito si rese conto che la marea del dolore era infinita e cominciò a essere selettiva, imparando a calibrare il livello della sofferenza. Lolo pensava che i suoi calcoli morali fossero ammirevoli ma inutili, e ogni volta che mi sorprendeva a seguire il suo esempio con i pochi soldi che avevo in tasca mi prendeva da parte e mi diceva: «Quanti soldi hai?».

Svuotavo le tasche. «Trenta rupie.»

«Quanti poveri ci sono per strada?»

Cercavo di ricordare solo quelli che si erano presentati alla porta di casa la settimana prima. «Vedi?» mi diceva quando capiva che avevo perso il conto. «Meglio se tieni il denaro per te, così eviterai di finire anche tu in mezzo alla strada.»

La stessa cosa succedeva con i domestici. La maggior parte erano ragazzi delle campagne vicine che arrivavano in città e si mettevano a lavorare per famiglie poco più abbienti di quelle che avevano lasciato. Lo facevano per mandare i soldi a casa o per mettersi da parte qualcosa e poi aprire un’attività propria. Lolo era contento di aiutarli a realizzare i loro sogni e di solito si mostrava tollerante nei confronti delle loro bizzarrie. Per più di un anno fece lavorare un bravo ragazzo che nei fine settimana si vestiva da donna: a Lolo piaceva come cucinava. E non aveva problemi a licenziarli nel caso non fossero educati o se erano maldestri o distratti. Rimaneva sempre stupito quando io e mia madre cercavamo di proteggerli dai suoi giudizi.

«Tua madre ha il cuore tenero», mi disse Lolo quando si ruppe la radio e lei cercò di assumersi la colpa sostenendo che era stata lei a farla cadere dalla credenza. «È una cosa positiva per una donna, ma tu un giorno sarai un uomo e dovrai avere buonsenso.»

Mi spiegò che non centrava nulla con l’essere buoni o cattivi, era questione di accettare la vita per quello che era.

Mi arrivò un colpo alla mascella e fissai il volto sudato di Lolo.

«Stai attento. Tieni le mani sempre alte.»

Dopo una mezz’ora di allenamento, Lolo decise di prenderci una pausa. Mi sentivo le braccia che bruciavano e la testa che pulsava. Riempimmo una caraffa d’acqua e ci sedemmo vicino al laghetto dei coccodrilli.

«Stanco?» mi chiese.

Mi lasciai cadere in avanti annuendo appena. Lui sorrise e si arrotolò l’orlo dei pantaloni per grattarsi la caviglia. Notai una serie di cicatrici che gli arrivavano agli stinchi.

«Cosa sono?» gli chiesi.

«I segni delle sanguisughe che mi hanno morso quando ero in Nuova Guinea», mi spiegò. «Si infilano negli anfibi quando cammini nelle paludi. Poi la sera, quando ti togli i calzettoni, le trovi attaccate alla pelle, gonfie di sangue. Le cospargi di sale e quelle muoiono, ma poi le devi staccare con un coltello rovente.»

Feci scorrere un dito su una delle cicatrici ovali. Era liscia e senza peli. Chiesi a Lolo se gli aveva fatto male.

«Certo che mi ha fatto male», rispose, poi bevve un sorso d’acqua. «Ci sono momenti in cui non puoi preoccuparti del dolore. Devi preoccuparti solo di raggiungere la tua meta.»

Rimanemmo in silenzio per un po’ e lo guardai con la coda dell’occhio. Mi resi conto che non l’avevo mai sentito parlare dei suoi sentimenti e che non l’avevo mai visto veramente triste o arrabbiato. Sembrava che vivesse in un mondo di solide certezze. All’improvviso mi balzò alla mente una domanda strana.

«Hai mai visto un uomo ammazzato?» gli chiesi.

Mi fissò, sorpreso dalla domanda.

«L’hai mai visto?» lo incalzai.

«Sì», rispose lui.

«C’era molto sangue?»

«Sì.»

Rimasi in silenzio per un attimo. «Perché l’hanno ucciso, l’uomo che hai visto?»

«Perché era debole.»

«Solo per questo?»

Lolo scrollò le spalle e si abbassò i pantaloni. «Di solito è più che sufficiente. Gli uomini approfittano della debolezza degli altri. La stessa cosa vale per le nazioni. L’uomo più forte prende le terre del più debole e lo fa lavorare nei suoi campi. E se la donna del debole è bella, quello forte si prende anche lei.» Fece una pausa per bere di nuovo. «E tu? Chi vorresti essere?»

Non risposi e Lolo strizzò gli occhi verso il cielo. «Meglio essere forti», sentenziò, alzandosi in piedi. «Se non riesci a essere forte, cerca almeno di essere furbo e stare in buoni rapporti con chi è forte. In ogni caso è sempre meglio essere forti. Sempre.»

Mia madre era dentro casa e ci guardava seduta dietro la scrivania mentre sistemava alcune carte. Di cosa staranno parlando?, si chiedeva. Di sangue, di budella, di chiodi ingoiati. Cose allegre, cose da uomini.

Scoppiò a ridere ma si bloccò subito: era ingiusta. Era veramente grata a Lolo per le attenzioni che mi rivolgeva. Mi trattava come se fossi veramente suo figlio. Sapeva di essere fortunata ad aver incontrato una persona così gentile. Mise da parte le carte e mi osservò fare le flessioni. Cresce in fretta, pensò. Cercò di rivedersi il giorno in cui arrivammo in Indonesia, una donna di ventiquattro anni con un bambino piccolo al seguito, sposata con un uomo di cui non conosceva il passato, la patria. Oltre al passaporto americano, aveva portato con sé solo la sua innocenza. Le cose sarebbero potute andare molto peggio. Decisamente peggio.

Aveva previsto che la nuova vita sarebbe stata difficile. Prima di lasciare le Hawaii, aveva cercato di apprendere il più possibile sull’Indonesia: la popolazione, quinto paese al mondo, con centinaia di tribù e dialetti; la dominazione coloni