Principal Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo

Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo

Año:
2014
Editorial:
Il Saggiatore
Idioma:
italian
Páginas:
460
ISBN 10:
8842819034
ISBN 13:
9788842819035
File:
EPUB, 1.12 MB
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1

Il discorso filosofico della modernità

Year:
1987
Language:
italian
File:
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2

Mysl, mozek a věda

Year:
1994
Language:
czech
File:
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  La Cultura


  847


  


  Giovanni Arrighi


  Il lungo XX secolo


  Denaro, potere e le origini del nostro tempo


  Presentazione di Mario Pianta


  Traduzione di Mauro Di Meglio


  [image: ]


  


  La traduzione del Poscritto alla nuova edizione è di Paolo Ortelli


  Sito & eStore – www.ilsaggiatore.com

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  © il Saggiatore S.r.l., Milano 2014


  Titolo originale: The Long Twentieth Century



  ISBN 9788865763667


  


  Presentazione


  Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi è uno dei testi più importanti del dopoguerra nel campo delle scienze sociali. Un «classico», apparso in inglese vent’anni fa, nel 1994, che qui viene presentato in una nuova edizione, ampliata dal Poscritto pubblicato nel 2009, poco prima della morte dell’autore. Al centro del Lungo XX secolo c’è l’evoluzione del capitalismo su scala mondiale – con il susseguirsi di cicli di accumulazione – e il suo intreccio con l’evoluzione del sistema di potere internazionale – i cicli di egemonia mondiale. Vi si propone una teoria che unisce processi economici, politici e sociali, integrata in una narrazione storica degli ultimi 500 anni, di cui viene infine esplorata la capacità di anticipare gli sviluppi futuri.


  L’originalità di Arrighi consiste appunto in una visione del sistema capitalistico mondiale come successione – a partire dal XV secolo – di cicli di accumulazione, che vedono alternarsi fasi di espansione produttiva e fasi di espansione finanziaria, e di cicli di egemonia, con l’ascesa e il declino di una potenza dominante. Il ciclo di accumulazione – seguendo Karl Marx e Fernand Braudel – è caratterizzato al suo avvio da un’espansione materiale, con l’allargamento della produzione e del commercio di beni; quando poi tale sviluppo incontra il proprio limite, emerge una crisi, a cui il «centro» capitalistico risponde con un’espansione finanziaria che rilancia – temporaneamente – l’accumulazione, fino a una ; crisi terminale che porta alla riorganizzazione del sistema mondiale del capitalismo.


  Arrighi estende la logica dell’accumulazione del capitale descritta da Marx con riferimento ai singoli investimenti (la sequenza di denaro come capitale monetario, merce, capitale monetario allargato) alla logica del capitalismo nel suo complesso. Nella prima fase di espansione materiale l’investimento di capitale alimenta la crescita della produzione. Il capitale perde la sua forma liquida e flessibile e viene immobilizzato in un particolare insieme di merci e mezzi di produzione. All’inizio l’espansione materiale produce grandi profitti monopolistici per i capitalisti che ne sono stati protagonisti, ma con il passare del tempo il flusso di capitali investiti nelle stesse attività non trova più un parallelo aumento delle opportunità di investimento e di profitto. Emerge così una maggiore concorrenza tra capitali, che riduce il tasso di profitto.


  Il punto di svolta è dato da una «crisi spia», in cui il capitale investito nell’espansione materiale si riduce e il processo di accumulazione rallenta. La mancanza di opportunità di profitto spinge i capitalisti a mantenere in forma liquida una parte crescente dei capitali. Questo crea le condizioni per una fase di espansione finanziaria, in cui i capitali puntano a ottenere profitti e accumulazione senza passare per investimenti materiali. In tal modo l’offerta di capitali monetari si allarga rapidamente, insieme alla domanda di liquidità e all’indebitamento, anche per l’effetto della crisi sulle finanze pubbliche e private. L’espansione finanziaria consente un periodo di rinnovata crescita e accumulazione del capitale, ma alla fine porta a un crollo: le bolle speculative che avevano gonfiato le quotazioni di borsa o i valori immobiliari scoppiano, i debiti accumulati – sia dalle imprese che dai governi – diventano insostenibili, molte banche falliscono, la produzione non ottiene più credito e la caduta dell’economia può trasformarsi in una depressione prolungata. È questa la «crisi terminale» del ciclo di accumulazione.


  Il processo di accumulazione si verifica su scala mondiale in base alla gerarchia che si viene a creare tra un «centro», dove confluiscono l’accumulazione stessa e il potere di decisione di grandi imprese e banche, e una «periferia» che assume un ruolo subalterno come fonte di forza-lavoro e risorse materiali e finanziarie, oltre che come mercato di sbocco e destinazione di investimenti esteri diretti.


  Per Arrighi, la sequenza dei cicli di accumulazione è accompagnata da una successione di cicli egemonici (una definizione che si fonda sul concetto di egemonia di Antonio Gramsci) nella sfera dei rapporti politici tra stati. Lo sviluppo dell’accumulazione su scala mondiale, infatti, ha bisogno della presenza di un potere politico che organizzi i mercati, protegga gli investimenti, assicuri i profitti. È quindi necessaria l’affermazione di un paese capace di esercitare un’egemonia internazionale e di definire il centro del sistema mondiale in cui il capitalismo è storicamente organizzato; intorno a esso si struttura una periferia di paesi subalterni sul piano politico. Come nella fase ascendente il potere egemonico e l’accumulazione del capitale procedono di pari passo, così la fine dell’espansione materiale e la finanziarizzazione si associano a una diminuzione del potere del centro egemonico: nelle parole di Fernand Braudel, l’ascesa della finanza è «il segnale dell’autunno» per il potere del paese leader.


  Le fasi finali dei cicli sono caratterizzate da una transizione economica e politica. L’accumulazione del capitale tende a spostarsi verso una nuova area, che emerge come centro di un nuovo stadio di espansione materiale; un passaggio alimentato dalla stessa espansione finanziaria precedente, che muove i capitali dai vecchi ai nuovi centri di accumulazione. Nei rapporti interstatali emerge così un periodo di «caos sistemico», seguito dal progressivo consolidamento di un diverso ordine mondiale, con una nuova potenza egemone. Le fasi di transizione sono sempre caratterizzate da una forte incertezza economica – sulle attività emergenti, sui mercati di sbocco, sugli investimenti più promettenti – e da un’elevata instabilità politica, che rendono incerta anche l’evoluzione dei rapporti tra stati e gli assetti istituzionali destinati a definire la nuova egemonia mondiale.


  Nel Lungo XX secolo Arrighi individua quattro cicli di accumulazione ed egemonia, dal XV secolo a oggi: un ciclo genovese-iberico dal XV secolo all’inizio del XVII; un ciclo olandese dal XVII secolo alla metà del XVIII; un ciclo britannico dalla metà del XVIII secolo all’inizio del XX; un ciclo statunitense apertosi all’inizio del XX secolo. In quest’ultimo ciclo, gli Stati Uniti hanno preso il posto dell’impero britannico come potenza egemone, in una transizione che si completò con la Seconda guerra mondiale. Tale ciclo ha avuto una lunga fase di espansione materiale – dagli anni quaranta agli anni settanta del Novecento – caratterizzata dalla produzione industriale «fordista», che è stata messa in crisi dalle lotte sociali nel centro, dalla crescente competizione con Europa, Giappone e Asia orientale e dalle difficoltà nel controllare i paesi della periferia. Al rallentare dell’accumulazione, a partire dagli anni ottanta i capitali dei paesi del centro si sono spostati verso investimenti finanziari più «liquidi», alla ricerca di rendimenti maggiori. Esattamente come durante la Belle époque, al termine dell’egemonia britannica, l’espansione finanziaria dagli anni ottanta ai primi anni del 2000 ha consentito una momentanea ripresa dell’accumulazione, ma ha anche rappresentato il «segnale dell’autunno» del ciclo americano, fino alla crisi terminale del 2008. Il Poscritto a questa nuova edizione esamina proprio le lezioni che Il lungo XX secolo può offrire per capire la crisi attuale, la complessità della transizione in corso e gli scenari possibili per il futuro.


  La capacità anticipatrice di Giovanni Arrighi è di grande rilievo e abbraccia molteplici fronti di ricerca. Il primo e più immediato elemento riguarda l’interpretazione della crisi scoppiata nel 2008. Negli ultimi trent’anni la ricerca economica mainstream ha posto la crescita economica come orizzonte indiscutibile, una crescita fondata sull’espansione della finanza e sulla liberalizzazione di mercati ritenuti in grado di autoregolarsi. Si è teorizzata la «fine dei cicli economici», arrivando ad affermare – l’ha fatto Robert Lucas all’American Economic Association nel 2003 – che per la macroeconomia «il problema centrale di prevenire la depressione è stato risolto a tutti gli effetti». Già nel 1999, all’apice dell’espansione americana trainata dalla «new economy» e dalla finanza, Giovanni Arrighi e Beverly Silver, in Caos e governo del mondo, sostenevano che:


  
    L’espansione finanziaria globale degli ultimi vent’anni circa non è né un nuovo stadio del capitalismo mondiale, né il prodromo di una «imminente egemonia dei mercati globali». Piuttosto, è il segno più chiaro del fatto che ci troviamo nel bel mezzo di una crisi egemonica. In quanto tale, l’espansione può essere considerata un fenomeno temporaneo che si concluderà più o meno catastroficamente, a seconda di come la crisi sarà affrontata dalla potenza egemonica in declino […]. L’unica domanda che rimane aperta a questo riguardo non è se, ma fra quanto tempo e quanto catastroficamente l’attuale dominio globale dei mercati finanziari non regolamentati crollerà (Arrighi e Silver, 2003, pp. 316-317).
  


  La finanziarizzazione dell’economia da cui è scaturita la crisi del 2008 non è dunque una «degenerazione» eccezionale del capitalismo, risultato di comportamenti individuali scorretti o di errori nelle politiche, come ha poi argomentato, a crisi ormai avvenuta, l’economia mainstream. D’altro canto, le interpretazioni «keynesiane» della crisi – per esempio quella di Paul Krugman – sottolineano il ruolo, nel caso degli Stati Uniti, dell’eccesso di debito privato provocato dalla deregolamentazione della finanza. Joseph Stiglitz e altri autori, inoltre, chiamano in causa gli squilibri delle bilance dei pagamenti internazionali, i problemi della domanda e gli effetti delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito. Tutti i «keynesiani» criticano poi le politiche di austerità che, specie in Europa, hanno trasformato la crisi in prolungata depressione.


  Tuttavia, nell’interpretazione di Arrighi – la più convincente tra le molte avanzate – l’espansione finanziaria non è che la modalità con cui l’accumulazione capitalistica si trasforma quando l’aumento della produzione di beni non è più sufficiente a sostenere i profitti dei paesi al centro del sistema mondiale. L’espansione finanziaria porta inevitabilmente alla crisi perché non può sostenere un processo di accumulazione duraturo; le lezioni della storia insegnano che con la crisi finanziaria crolla l’intera organizzazione economica e politica di un particolare ciclo di sviluppo del capitalismo.


  Negli ultimi trent’anni i conflitti sociali, l’esaurimento del modello della grande industria, i limiti ambientali allo sviluppo, la scarsa dinamica della domanda – insieme all’emergere delle grandi capacità produttive dell’Asia orientale – hanno spinto gli Stati Uniti e buona parte dell’Europa a spostare gli investimenti dall’economia reale alla finanza. Alla perduta competitività industriale si è sostituita una supremazia nei mercati dei capitali su scala globale. Ma per attrarre a Wall Street e nella City di Londra i capitali di tutto il mondo è stato necessario liberalizzare i flussi di capitale di tutti i paesi, allentare le regole per banche, borse e patrimoni, assicurare rendite finanziarie molto elevate, ridurre o aggirare l’imposizione fiscale su di esse. Questo è quanto avvenuto negli ultimi trent’anni: una nuova belle époque della finanza, destinata a tramontare e a trascinare con sé l’ordine internazionale su cui si sosteneva.


  Il secondo tema su cui occorre sottolineare la capacità anticipatrice di Arrighi è la dimensione autenticamente globale della sua analisi, fondata sui rapporti tra centro e periferia del sistema mondiale. Conta qui l’esperienza personale dell’autore – sia professionale che politica – nell’Africa della decolonizzazione prima, nell’Italia delle lotte sociali poi e, infine, negli Stati Uniti, con il gruppo di ricerca sul «sistema-mondo» diretto insieme a Immanuel Wallerstein. Un percorso ricostruito nella splendida intervista autobiografica rilasciata a David Harvey, pubblicata in italiano nella raccolta Capitalismo e (dis)ordine mondiale (manifestolibri, Roma 2010; vedi anche l’introduzione di Giorgio Cesarale).


  Dall’inizio del suo lavoro di ricerca Arrighi ha tenuto insieme in maniera del tutto originale non solo – come abbiamo visto – economia e politica, ma anche l’ottica sul centro e sulla periferia dei processi di accumulazione e nei rapporti di potere. Per ricostruire l’evoluzione del capitalismo, la sua analisi ha intrecciato rotte commerciali e conflitti, imperi e colonie, imprese multinazionali dei paesi ricchi e strutture sociali dei paesi poveri, sempre utilizzando fonti di assoluto rilievo, documentazioni originali, connessioni impreviste e feconde. Ne sono prova i capitoli centrali del Lungo XX secolo, ma anche in precedenza lo stesso sguardo sul sistema mondiale era stato alla base di analisi sull’economia politica dell’Africa, sulle dinamiche della crisi mondiale degli anni settanta, sulle disuguaglianze mondiali.


  Così, ben prima che si parlasse di globalizzazione, Giovanni Arrighi aveva già esplorato i processi di accumulazione e i rapporti di dominio su scala globale, studiando la complessità dei flussi di merci, capitali e persone in un sistema mondiale nel quale gli sviluppi della periferia sono essenziali per spiegare le forme di accumulazione e di potere del centro e, viceversa, le forme di integrazione subalterna delle società ai margini del capitalismo sono il riflesso di ciò che avviene nel cuore dell’egemonia mondiale. Un contributo di particolare rilievo riguarda il concetto di «semiperiferia» – così per esempio erano definiti i paesi dell’Europa meridionale nei primi decenni del dopoguerra –, cioè l’area intermedia del sistema-mondo in cui si intrecciano fenomeni di espansione produttiva e dipendenza, di modernità e arretratezza, in un quadro assai instabile degli assetti politici.


  Il terzo argomento su cui Arrighi ha fornito un apporto rilevante è l’ascesa dell’Asia orientale e della Cina, che rappresenta il nucleo del suo ultimo libro, Adam Smith a Pechino (2008). L’attenzione per l’Asia orientale nasce dalle conclusioni stesse del Lungo XX secolo, in cui il successo economico dell’area viene individuato come il più importante tra i fenomeni di espansione produttiva che potrebbero prefigurare un nuovo ciclo di accumulazione. Arrighi ha esaminato in profondità il rapido sviluppo della Cina, sottolineando il forte controllo politico dei processi economici. Nelle sue riforme economiche, il governo cinese è partito dalle campagne e dal miglioramento di produttività e redditi dei contadini; ha rinnovato le imprese di stato e sostenuto le «imprese di municipalità e di villaggio», programmando un forte sviluppo industriale ad alta intensità di lavoro, che tuttavia ha provocato gravi costi sociali e distruzioni ambientali. Ha poi attirato le imprese multinazionali e i loro investimenti esteri, ma lo ha fatto dettando le condizioni per il trasferimento di conoscenze e processi produttivi, così da sviluppare nuove specializzazioni nei settori a tecnologia avanzata. In più, in opposizione alle prescrizioni neoliberiste (il cosiddetto Washington consensus), il governo cinese ha evitato di liberalizzare oltre misura le attività finanziarie, ha mantenuto il cambio ancorato al dollaro e il controllo sui movimenti di capitale, creando così la cornice di stabilità necessaria per la straordinaria espansione produttiva degli ultimi decenni.


  Ora che la Cina è la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti, il nuovo ciclo di accumulazione imperniato sull’Asia orientale – con Pechino al centro – è ben visibile a tutti. Eppure i nuovi assetti dell’economia mondiale si differenziano dai cicli di espansione materiale del passato: il paese emergente – la Cina – ha un mercato interno dal ruolo limitato e continua a esportare enormi quantità di merci e capitali verso il paese in declino – gli Stati Uniti – prolungandone il ruolo guida. Non ci sono ancora segnali che l’ascesa economica della Cina possa farne un paese egemone, capace di sostituire gli Stati Uniti al centro di un nuovo ordine mondiale. Come Arrighi sostiene nel Poscritto a questo volume, oggi la transizione egemonica appare complicata dall’enorme potere militare statunitense, dalle possibilità di un recupero di potere dell’Occidente e dai rischi di caos sistemico generalizzato. Ma, con l’ascesa dell’Asia orientale, si prospetta anche lo scenario di un riequilibrio di potere e ricchezza fra le aree del mondo, fondato su rapporti di mercato meno asimmetrici e su una pluralità di opzioni politiche. La questione, per Arrighi, resta aperta, e il suo esito dipenderà sì dai processi economici e politici, ma anche dalle nostre azioni collettive.


  Il quarto tema su cui Arrighi ha fornito contributi anticipatori è proprio la funzione dei conflitti nel sistema mondiale. Analizzare i processi economici e le loro ricorrenze cicliche non significa affatto cadere in un determinismo che elimina le possibilità di cambiamento per effetto dell’agire umano. Capire i meccanismi di fondo dell’accumulazione e dell’egemonia non significa escludere il ruolo che possono avere i fattori contingenti o l’azione individuale o collettiva. Il capitale in cerca di accumulazione e il sistema degli stati in cerca di potere non sono infatti gli unici protagonisti sulla scena mondiale. Lo sviluppo del capitale crea da sé i propri antagonisti: un movimento operaio che dalla «rivoluzione mondiale» del 1848 in poi si è dato strutture organizzative stabili, ovvero sindacati e partiti, sia nella variante socialdemocratica che in quella comunista. Analogamente, la gerarchia del sistema-mondo crea i propri antagonisti nei movimenti di liberazione nazionale e nelle forme di resistenza al dominio della potenza egemonica (gli imperi coloniali europei prima, la superpotenza americana poi).


  Queste risposte «antisistemiche» si sono evolute in un orizzonte d’azione di scala nazionale e si sono poste l’obiettivo di conquistare il potere dello stato, come si sostiene in Antisystemic Movements, scritto da Arrighi nel 1989 insieme a Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein. Tale scelta, sia nelle socialdemocrazie occidentali, sia nei paesi del «socialismo reale» e nel Terzo mondo dopo la decolonizzazione, ha istituzionalizzato e burocratizzato partiti e sindacati, allontanandoli dalle richieste della base e integrandoli nell’ordine internazionale definito dall’egemonia statunitense.


  La protesta contro quest’ordine sociale internazionale è venuta con la «rivoluzione mondiale» del 1968, destinata ad alimentare successive ondate di mobilitazioni sociali che hanno avuto per protagonisti soggetti differenziati: le categorie più deboli dei lavoratori salariati e gruppi di status contraddistinti da identità e condizioni sociali diverse, dagli studenti alle donne, dai gruppi etnici e religiosi agli immigrati. L’obiettivo ha cessato di essere la presa del potere statale o la costruzione di organizzazioni stabili, e le lotte si sono sviluppate da un lato con l’immediatezza di rivendicazioni specifiche per migliorare le condizioni di lavoro e di vita, e dall’altro su temi globali – la natura distruttiva del capitalismo, il rifiuto della guerra, la difesa dell’ambiente, la giustizia sociale – che hanno aperto la via a legami internazionali tra movimenti di tipo nuovo.


  Tratteggiando questo scenario, Arrighi ha anticipato lo sviluppo che dalla fine degli anni novanta hanno registrato i movimenti contro la globalizzazione neoliberista, e nel 2003 quelli contro la guerra degli Stati Uniti in Iraq: mobilitazioni di rilievo mondiale e con una diffusione geografica senza precedenti. Si trattava dei primi passi verso la costruzione di movimenti globali contrapposti alla logica del capitalismo e del potere egemonico, fautori di un progetto di «globalizzazione dal basso» antitetica a quella neoliberista. Una conferma della possibilità di organizzare il conflitto sociale allo stesso livello – quello mondiale – in cui hanno luogo i processi di accumulazione ed egemonia. Non è certo una sfida facile, come ha mostrato la crisi del 2008 che, accanto al crollo della finanza e all’instabilità politica, ha prodotto anche l’arretramento e la frammentazione dei movimenti, riportando le mobilitazioni su scala nazionale, soprattutto in forma di resistenza contro gli effetti della recessione. La crisi del sistema mondiale ha finito così per logorare anche le capacità di risposta a livello internazionale dei soggetti sociali. Per Arrighi, tuttavia, l’azione collettiva resta il principale strumento per il cambiamento a nostra disposizione.


  L’ampiezza dei contributi di Giovanni Arrighi, che attraversano di continuo i confini disciplinari, ha paradossalmente limitato il suo impatto diretto sugli studi economici, politici e sociali. Le sue opere sono state al centro dei dibattiti della New Left Review, la maggiore rivista culturale in lingua inglese della sinistra, e hanno influenzato gli economisti radical americani più di quelli europei. La tradizione di ricerca sul sistema-mondo si è allargata a una varietà di lavori, soprattutto sociologici, storici e sui paesi della periferia, in gran parte debitori nei confronti di Arrighi. I problemi affrontati dai suoi studi restano al cuore dell’agenda di ricerca internazionale in molti altri campi. Alla Johns Hopkins University esiste oggi un Arrighi Center for Global Studies diretto da Beverly Silver, sua compagna di vita e di lavoro. Eppure, la sua influenza potrebbe e dovrebbe essere ben maggiore; le sue analisi sono ricche di stimoli, tanto importanti quanto spesso ignorati, per gli studiosi di economia e di Relazioni internazionali, mentre la sua critica del capitalismo ha molto da insegnare alle nuove generazioni interessate alla politica.


  Le tesi di Arrighi non hanno mancato di scatenare dibattiti, anche accesi, su temi che comprendono la rivoluzione industriale e le origini del capitalismo, i rapporti centro-periferia, la definizione della finanza, il neoliberismo, la democrazia. Su questi argomenti, molte sue intuizioni meriterebbero di essere sviluppate con analisi più approfondite dei meccanismi economici e politici. Proviamo a esplorare alcune di queste direzioni di ricerca.


  Una prima questione deriva dal fatto che Arrighi – come tutto l’approccio del sistema-mondo – ridimensiona l’importanza della rivoluzione industriale nella nascita del capitalismo, concentrandosi più sui sistemi di scambio che sul processo di produzione, e sottovalutando la discontinuità rappresentata dalle nuove macchine e tecnologie. Una maggiore attenzione alle forme della produzione, al progresso tecnico e alle sue applicazioni potrebbe rendere più precisa la ricostruzione di come i processi produttivi prendono forma, consentono rendimenti crescenti e profitti elevati e alimentano le fasi di espansione produttiva dei cicli di accumulazione.


  Il secondo tema da approfondire riguarda gli specifici meccanismi economici che consentono l’accumulazione nei paesi del centro, sottraendo risorse e surplus alla periferia. Il controllo dei mercati, la proprietà delle imprese, le reti di produzione internazionale e, in tempi di finanza globale, i flussi di capitale e il ruolo del debito estero sono fenomeni chiave in questo senso. Ma sarebbe importante individuare più nel dettaglio le forme in cui tutto ciò avviene, le variabili fondamentali di questi processi e le possibilità concrete di intervenire per ridurre la dipendenza della periferia.


  Il terzo spunto di ricerca attiene alla finanza, che – come hanno osservato alcuni critici – Arrighi esamina in termini ancora troppo generali. Analisi più approfondite potrebbero mettere meglio in luce i rapporti tra capitale industriale e capitale finanziario, e le dinamiche da cui nascono i profitti finanziari. La complessità dei flussi finanziari, interni e internazionali, è cresciuta in maniera significativa: investimenti diretti e immobiliari, operazioni di borsa e sul debito pubblico, affari sui derivati e sul mercato finanziario «ombra», speculazioni sui cambi e sulle materie prime. Sarebbe importante ricostruire i legami di questi fenomeni con le relazioni che si stabiliscono tra grandi banche e altri soggetti economici, tra creditori e debitori, tra paesi di origine dei capitali e paesi di destinazione.


  Il significato del neoliberismo è un’altra questione che meriterebbe un approfondimento. Per Arrighi, che utilizza il termine soltanto in alcuni saggi più recenti, non si tratta di una fase nuova del capitalismo, il quale è scandito dalla successione dei cicli di accumulazione e di egemonia. Pur riconoscendo il maggior potere dei mercati nei confronti degli stati, e l’impoverimento della classe operaia nei paesi del centro come risultato della delocalizzazione della produzione nei paesi semiperiferici, Arrighi sembra trascurare la rottura politica rappresentata, negli anni ottanta, dall’ascesa al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan e dalla loro agenda di liberalizzazione dei mercati e riduzione del ruolo dello stato e della politica. D’altra parte, Arrighi coglie bene il riflesso del neoliberismo sul piano internazionale quando evidenzia il tentativo degli Stati Uniti di rispondere al declino egemonico con un rilancio del proprio potere finanziario e militare.


  Merita infine grande attenzione l’assenza della democrazia nelle analisi di Arrighi. Questa non compare tra gli elementi ritenuti in grado di condizionare l’evoluzione dei rapporti tra stato e capitale attraverso le politiche pubbliche (per esempio, la diffusione dei diritti politici e sociali, il welfare state, le politiche per l’occupazione), né è affrontata la questione se la democrazia politica abbia qualche rapporto con i cicli di accumulazione e di egemonia. Se è comprensibile ritenere che la democrazia interna agli stati abbia una scarsa influenza sui loro comportamenti nel sistema internazionale, meno convincente è escluderla dall’insieme dei fattori chiave per capire l’evoluzione del movimento operaio (anche nell’ottica dell’alternativa tra riformismo e rivoluzione), la degenerazione del «socialismo reale» e le opache dinamiche della politica cinese. Prevale invece in Arrighi una rappresentazione dei conflitti incentrata sullo scontro tra capitale e lavoro (di cui peraltro non si trascurano le diversità interne alla forza-lavoro) da un lato, e tra centro e periferia dall’altro. Uno schema che fatica a cogliere la portata conflittuale di movimenti – come le mobilitazioni globali nate negli anni novanta – che non puntano alla presa del potere statale, ma a condizionare le forme di autorità del capitale e del sistema egemonico. Per questi movimenti la democrazia costituisce un valore e un percorso di partecipazione, deliberazione e conflitto in grado di mettere in discussione il funzionamento dell’economia e della politica, e di porre con forza i grandi problemi di ingiustizia sociale e insostenibilità ambientale del capitalismo di oggi.


  Il rilievo delle questioni ancora aperte, a vent’anni dalla pubblicazione di quest’opera, conferma il valore del lungo percorso di ricerca di Arrighi, e la vitalità dell’intreccio di orientamenti teorici, interpretazione storica e urgenza dell’azione politica che hanno caratterizzato tutta la sua vita intellettuale. L’importanza di capire come si evolve il capitalismo, attraverso processi economici e rapporti di potere internazionali – tenendo in considerazione le possibilità del conflitto sociale –, è la lezione di fondo che un libro come Il lungo XX secolo può offrire anche ai lettori del secolo successivo.


  Mario Pianta


  aprile 2014


  


  
    
      
        
          
            
              
                
                  
                    
                      
                        Il lungo XX secolo
                      

                    

                  

                

              

            

          

        

      

    

  


  
    
      
        
          
            
              
                
                  
                    
                      
                        Ai miei dottorandi presso la State University of New York di Binghamton, 1979-1994
                      

                    

                  

                

              

            

          

        

      

    

  


  


  Prefazione e ringraziamenti


  Questo libro ha avuto inizio quasi quindici anni fa come studio sulla crisi economica mondiale degli anni settanta. La crisi era allora concepita come il terzo e conclusivo momento di un singolo processo storico, definito dall’ascesa, dalla piena espansione e dal declino del sistema statunitense di accumulazione del capitale su scala mondiale; gli altri due momenti erano costituiti dalla grande depressione del 1873-96 e dalla crisi trentennale del 1914-45. Questi tre momenti considerati assieme definivano il lungo XX secolo come una particolare epoca o fase di sviluppo dell’economia-mondo capitalistica.


  Il lungo XX secolo costituiva originariamente l’oggetto di indagine esclusivo di questo libro. Certo, sin dal principio ero consapevole del fatto che l’ascesa del sistema statunitense avrebbe potuto essere compresa solo in rapporto al declino del sistema inglese. Ma non avvertivo alcuna esigenza o alcun desiderio di spingere l’analisi oltre la seconda metà del XIX secolo.


  Nel corso degli anni ho cambiato opinione, e il libro si è trasformato in uno studio su quelli che sono stati definiti «i due fondamentali processi interdipendenti dell’era [moderna]: la creazione di un sistema di stati nazionali e la formazione di un sistema capitalistico di dimensioni mondiali» (Tilly, 1984, p. 147). Questo mutamento fu ispirato dalla stessa evoluzione della crisi economica mondiale negli anni ottanta. Con l’avvento dell’era reaganiana, la «finanziarizzazione» del capitale, che negli anni settanta era stata una tra le varie caratteristiche della crisi economica mondiale, ne divenne la caratteristica assolutamente predominante. Come era accaduto ottant’anni prima durante il declino del sistema inglese, osservatori e studiosi cominciarono ancora una volta a salutare il «capitale finanziario» come ultimo e supremo stadio del capitalismo mondiale.


  Fu in questa atmosfera intellettuale che scoprii, nel secondo e nel terzo volume di Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel, lo schema interpretativo che divenne poi la base di questo libro. In questo schema, il capitale finanziario non costituisce una specifica fase del capitalismo mondiale, e tanto meno la sua ultima e suprema fase. Esso costituisce invece un fenomeno ricorrente che ha caratterizzato l’era capitalistica sin dai suoi primi passi nel tardo Medioevo e nell’Europa della prima Età moderna. Nel corso di tutta l’era capitalistica le espansioni finanziarie hanno segnalato la transizione da un regime di accumulazione su scala mondiale a un altro. Esse costituiscono aspetti integranti della periodica distruzione dei «vecchi» regimi e della simultanea creazione di «nuovi» regimi.


  Alla luce di questa scoperta ho ridefinito il lungo XX secolo come composto di tre fasi:


  
    1. l’espansione finanziaria della fine del XIX e degli inizi del XX secolo, nel corso della quale furono distrutte le strutture del «vecchio» regime britannico e furono create quelle del «nuovo» regime statunitense;
  


  
    2. l’espansione materiale degli anni cinquanta e sessanta, durante la quale il dominio del «nuovo» regime statunitense si tradusse in un’espansione del commercio e della produzione di dimensioni mondiali;
  


  
    3. l’attuale espansione finanziaria, nel corso della quale vengono distrutte le strutture del «vecchio» regime statunitense e vengono presumibilmente create quelle di un «nuovo» regime.
  


  Quel che è più importante, nello schema interpretativo che ho derivato da Braudel, il lungo XX secolo appariva ora come il più recente di quattro secoli «lunghi» strutturati in modo analogo, ciascuno dei quali costituiva una specifica fase dello sviluppo del moderno sistema mondiale capitalistico. Mi apparve chiaro che un’analisi comparata di questi successivi secoli lunghi poteva svelare molte più cose a proposito della dinamica e del probabile esito futuro dell’attuale crisi che non un’analisi in profondità del lungo XX secolo in quanto tale.


  Questa riformulazione dell’indagine su un arco temporale molto più ampio ha portato a ridurre a circa un terzo del libro lo spazio occupato dall’analisi esplicita del lungo XX secolo. Ho tuttavia deciso di conservare il titolo originario per sottolineare la natura strettamente strumentale delle mie escursioni nel passato. Intendo dire che l’unico obiettivo della ricostruzione delle espansioni finanziarie dei secoli passati è stato quello di approfondire la comprensione dell’attuale espansione finanziaria come momento conclusivo di una specifica fase dello sviluppo del sistema capitalistico mondiale: la fase compresa nel lungo XX secolo.


  Queste escursioni nel passato mi hanno condotto sull’insidioso terreno dell’analisi storica mondiale. Nel commentare il magnum opus braudeliano da cui ho tratto ispirazione, Charles Tilly ci ha saggiamente messi in guardia dai rischi dell’avventurarsi su questo terreno.


  
    Se la coerenza è l’ossessione delle menti limitate, Braudel non ha problemi a eluderla. Quando non sgomenta la nostra esigenza di coerenza, Braudel fa sfoggio… di indecisione. In tutto il secondo volume di Civilisation matérielle si volge ripetutamente ad affrontare il rapporto tra capitalisti e costruttori di stati, ma poi cambia rotta. […] Proprio perché il discorso copre temi così ampi, uno sguardo agli argomenti del terzo volume genera stupore. I grandi temi del primo volume – la popolazione, l’alimentazione, il vestiario, le tecniche – sono quasi del tutto scomparsi! […] Ci saremmo dovuti aspettare qualcosa di diverso da un uomo della sua tempra? Braudel affronta un problema enumerandone gli elementi; vezzeggiandone gli aspetti ironici, le contraddizioni e le complessità; mettendo a confronto le varie teorie proposte dagli studiosi; e riconoscendo i meriti storici di ciascuna teoria. Ma, ahimè, la sintesi di tutte queste teorie non ci dà alcuna teoria. […] Se Braudel non è stato in grado di portare a segno il colpo, chi lo sarà? Forse altri riusciranno a scrivere una «storia globale» che renda conto dell’intero sviluppo del capitalismo e della piena espansione del sistema di stati europeo. Per il momento, sarebbe più opportuno considerare il gigantesco saggio di Braudel come fonte di ispirazione più che come modello di analisi. Senza un Braudel a conferirgli ulteriore energia, un vascello così grande e complesso sembra destinato ad affondare prima di raggiungere la sponda opposta (Tilly, 1984, pp. 70-71 e 73-74).
  


  Il suggerimento di Tilly è quello di operare con unità di analisi più maneggevoli di quanto non siano interi sistemi mondiali. Le unità alle quali accorda la sua preferenza sono le componenti di sistemi mondiali specifici; per esempio, le reti di coercizione, la cui aggregazione genera gli stati, e le reti di scambio, la cui aggregazione dà origine a modi di produzione regionali. Un confronto sistematico tra queste componenti potrebbe permetterci di «ancorare la descrizione di strutture e processi specifici all’interno di particolari sistemi mondiali a generalizzazioni storicamente fondate relative a quegli stessi sistemi mondiali» (Tilly, 1984, pp. 63 e 74).


  In questo libro ho cercato una soluzione diversa alle difficoltà presentate dalla comprensione dell’intero sviluppo del capitalismo mondiale e del moderno sistema interstatale. Invece di abbandonare il vascello braudeliano dell’analisi storica mondiale, vi sono rimasto a bordo per realizzare quel genere di cose lontane dal temperamento intellettuale del capitano, ma alla portata dei miei più deboli occhi e delle mie gambe più incerte. Ho lasciato che Braudel solcasse per me il mare aperto della storia mondiale, e ho riservato a me stesso il compito più modesto di elaborare la sua immensa provvista di congetture e di interpretazioni in una spiegazione plausibile, coerente e ponderata, dell’ascesa e della piena espansione del sistema capitalistico mondiale.


  È stato così che l’idea braudeliana delle espansioni finanziarie come fasi conclusive di importanti sviluppi capitalistici mi ha consentito di suddividere l’intera esistenza del sistema capitalistico mondiale (la longue durée di Braudel) in unità di analisi più maneggevoli, che ho chiamato cicli sistemici di accumulazione. Sebbene la denominazione di questi cicli sia stata derivata da componenti specifiche del sistema (Genova, Olanda, Inghilterra e Stati Uniti), i cicli stessi si riferiscono al sistema nel suo insieme e non a sue componenti. Sono le strutture e i processi del sistema capitalistico mondiale nel suo insieme e in fasi differenti del suo sviluppo che questo libro mette a confronto. La nostra attenzione alle strategie e alle strutture degli agenti governativi e imprenditoriali genovesi, olandesi, britannici e statunitensi è dovuta esclusivamente al succedersi della loro centralità nella formazione di queste fasi.


  Si tratta senza dubbio di una prospettiva molto limitata. I cicli sistemici di accumulazione, come spiego nell’Introduzione, sono processi dei «vertici» dell’economia-mondo capitalistica, «il campo per eccellenza del capitalismo» secondo Braudel. Grazie a questa prospettiva limitata ho potuto arricchire l’indagine braudeliana del capitalismo mondiale di una certa coerenza logica e di un tratto di strada aggiuntivo: i due secoli che ci separano dal 1800, dove Braudel termina il suo viaggio. Ma il restringimento della prospettiva presenta anche grandi costi. La lotta di classe e la polarizzazione dell’economia-mondo in zone centrali e periferiche – che hanno entrambe svolto un importante ruolo nella mia originaria concezione del lungo XX secolo – sono pressoché scomparse dal quadro.


  Molti lettori saranno sconcertati da questa come da altre omissioni. Tutto ciò che posso dire è che la costruzione che presento qui è solo una tra varie possibili storie del lungo XX secolo, egualmente valide sebbene non necessariamente di pari rilevanza. Ho presentato altrove un’interpretazione del lungo XX secolo che si concentra sulla lotta di classe e sui rapporti centro-periferia (Arrighi, 1990b). Alla luce del successivo lavoro sono molte le nuove intuizioni che vorrei aggiungere all’interpretazione precedente. Nondimeno, sono poche le cose che cambierei. Credo di poter affermare che, dal suo angolo visuale, essa sia ancora valida. Ma la storia presentata in questo libro, come indica il sottotitolo, è la più pertinente a una comprensione del rapporto esistente tra denaro e potere nella costruzione della nostra epoca.


  Per condurre la mia più agile versione del vascello braudeliano fino alle lontane sponde della fine del XX secolo, mi sono sforzato di tenermi fuori dai dibattiti e dalle polemiche che infuriano nelle isole di conoscenza specialistica che ho visitato e saccheggiato. Proprio come Aldo Mayer (1994, VIII), «ammetto senza esitazioni né pentimenti di aver lavorato con categorie di grana grossa, e di aver puntato a costruire, anziché spaccare il capello in quattro o demolire». E, come lui, tutto ciò che chiedo è che il libro venga ascoltato con pazienza e giudicato nel suo insieme, non nelle singole parti.


  L’idea di scrivere un libro sul lungo XX secolo non è stata mia, ma di Perry Anderson. Dopo un’animata discussione a proposito di uno dei vari articoli da me scritti sulla crisi economica mondiale degli anni settanta, egli mi persuase, nel lontano 1981, che solo un intero libro sarebbe stato la dimensione adeguata al genere di costruzione che avevo in mente. Egli ha poi mantenuto uno sguardo attento sui miei vagabondaggi attraverso i secoli, dandomi sempre buoni consigli su cosa fare o non fare.


  Se Perry Anderson è colui che mi ha maggiormente spronato a imbarcarmi in un progetto così ambizioso, è su Immanuel Wallerstein che ricade principalmente la responsabilità di aver reso il progetto ancora più ambizioso di quanto non fosse in origine. Erano sue le orme che seguivo nel prolungare l’orizzonte temporale della mia analisi così da comprendere la longue durée braudeliana. La sua insistenza, nel nostro lavoro quotidiano al Fernand Braudel Center, sulla possibilità che le tendenze e le congiunture del mio lungo XX secolo potessero riflettere strutture e processi operanti sin dal XVI secolo mi ha colpito al punto da indurmi a verificare la validità delle sue affermazioni. Questa verifica mi ha condotto a vedere cose diverse da quelle da lui scoperte e anche quando erano le stesse, ho dato loro un trattamento e un’applicazione diversi da quelli da lui dati nel Modern World-System. Ma nell’insistere sul fatto che la longue durée del capitalismo storico fosse l’arco temporale pertinente al tipo di costruzione che avevo in mente, egli era assolutamente nel giusto. Senza il suo stimolo e la sua provocazione intellettuale non avrei potuto neppure immaginare di scrivere questo libro nel modo in cui l’ho fatto.


  Tra il concepire un libro come questo e scriverlo realmente vi è un abisso che non avrei mai colmato senza l’eccezionale comunità di dottorandi con cui ho avuto la fortuna di lavorare durante i miei quindici anni alla State University of New York di Binghamton. Consapevolmente o inconsapevolmente, i membri di questa comunità mi hanno fornito le domande e molte delle risposte che costituiscono la sostanza di questo lavoro. Collettivamente, essi sono il gigante sulle cui spalle ho viaggiato. E a loro il libro è giustamente dedicato.


  In quanto ideatore del dottorato in sociologia alla State University of New York di Binghamton, Terence Hopkins è in larga misura responsabile di aver fatto di Binghamton l’unico luogo nel quale avrei potuto scrivere questo libro. Ed è anche responsabile di tutto ciò che vi è di valido nella metodologia che ho impiegato. Al tempo stesso il critico più severo e il sostenitore più deciso, Beverly Silver, ha svolto un ruolo cruciale nella realizzazione di questo lavoro. Senza il suo orientamento intellettuale mi sarei smarrito; e senza il suo sostegno morale sarei rimasto al lavoro molto meno a lungo di quanto in definitiva non abbia fatto.


  Una precedente versione del primo capitolo è stata presentata alla seconda ESRC Conference on Structural Change in the West tenutasi all’Emmanuel College, a Cambridge, nel settembre 1989, ed è stata successivamente pubblicata su Review (estate 1990) e poi in Gill (1993). Sezioni del secondo e del terzo capitolo sono state presentate alla terza ESRC Conference sullo stesso argomento, tenutasi all’Emmanuel College nel settembre 1990. La partecipazione a queste due conferenze, così come a quella precedente svoltasi nel settembre 1988, ha ridato spinta al mio vascello in un momento in cui avrebbe potuto altrimenti affondare. Sono molto grato a Fred Halliday e a Michael Mann per avermi invitato all’intera serie delle conferenze ESRC, a John Hobson per averle organizzate, e a tutti gli altri partecipanti per le discussioni stimolanti che abbiamo avuto.


  Perry Anderson, Gopal Balakrishnan, Robin Blackburn, Terence Hopkins, Resat Kasaba, Ravi Palat, Thomas Reifer, Beverly Silver e Immanuel Wallerstein hanno letto e commentato il manoscritto prima della tornata finale di revisioni. Le loro diverse specializzazioni e prospettive intellettuali mi sono state di enorme aiuto nel mettere per quanto possibile ordine nel frutto di questa impresa azzardata. Thomas Reifer mi è stato d’aiuto anche nella verifica finale della bibliografia e delle citazioni. Non ritualmente, mi assumo la piena responsabilità per quanto ancora vi è di incerto o di non verificato. Infine, un ringraziamento particolare va a mio figlio Andrea. Quando ho iniziato questo lavoro stava per cominciare le scuole superiori. Mentre ne scrivevo l’ultima stesura, ha completato la sua tesi di laurea in filosofia all’Università Statale di Milano. Durante tutto questo tempo, è stato davvero il migliore dei figli. Ma a mano a mano che questo lavoro giungeva a termine, si è rivelato anche un prezioso consigliere editoriale. Se il libro troverà lettori al di fuori della cerchia degli storici e degli scienziati sociali, sarà in gran parte merito suo.


  Giovanni Arrighi


  marzo 1994


  


  Introduzione


  Nel corso degli ultimi venticinque anni sembra essere avvenuto un cambiamento fondamentale nel modo di operare del capitalismo. Negli anni settanta furono in molti a parlare di crisi. Negli anni ottanta si preferì parlare di ristrutturazione e riorganizzazione. Negli anni novanta non vi è più la certezza che la crisi degli anni settanta sia stata mai davvero risolta, e ha cominciato a diffondersi l’opinione che la storia del capitalismo potrebbe trovarsi a un punto di svolta decisivo.


  La mia tesi è che la storia del capitalismo si trovi in effetti a un punto di svolta decisivo, ma che la situazione attuale non sia poi così nuova come potrebbe apparire a prima vista. Nella storia dell’economia-mondo capitalistica, i lunghi periodi di crisi, ristrutturazione e riorganizzazione – in breve, di cambiamento discontinuo – sono stati molto più comuni dei brevi momenti di espansione generalizzata lungo un ben definito percorso di sviluppo, quale quello che ha avuto luogo negli anni cinquanta e sessanta di questo secolo. Nel passato, questi lunghi periodi di cambiamento discontinuo sono sfociati in una ricostituzione dell’economia-mondo capitalistica su nuove e più ampie fondamenta. La mia analisi mira soprattutto a identificare le condizioni sistemiche sotto le quali potrebbe avere luogo una nuova ricostituzione di questo genere e, qualora ciò dovesse avvenire, quale forma essa potrebbe assumere.


  A partire dal 1970 cambiamenti nel modo in cui opera il capitalismo sono stati diffusamente osservati, a livello sia locale sia globale, anche se la loro precisa natura è ancora argomento di discussione. Che questi cambiamenti rappresentino qualcosa di fondamentale è tuttavia la tesi comune di una produzione di studi in rapida crescita.


  Cambiamenti si sono verificati nella configurazione spaziale dei processi di accumulazione del capitale. Nel corso degli anni settanta la tendenza dominante sembrò essere quella verso una riallocazione dei processi di accumulazione del capitale da paesi e regioni ad alto reddito verso paesi e regioni a basso reddito (Fröbel, Heinrichs e Kreye, 1980; Bluestone e Harrison, 1982; Massey, 1984; Walton, 1985). Nel corso degli anni ottanta, al contrario, la tendenza dominante sembrò essere quella verso la ricentralizzazione del capitale all’interno dei paesi e delle regioni ad alto reddito (Gordon, 1988). Ma quale che sia la direzione del movimento, a partire dagli anni settanta si è avuta una tendenza verso una maggiore mobilità geografica del capitale (Sassen, 1988; Scott, 1988; Storper e Walker, 1989).


  Ciò è stato strettamente associato a trasformazioni nell’organizzazione dei processi di produzione e di scambio. Alcuni autori hanno affermato che la crisi della produzione di massa «fordista», basata su sistemi di macchine specializzate, operanti all’interno delle sfere organizzative di imprese giganti integrate verticalmente e gestite burocraticamente, ha creato opportunità uniche per una rinascita dei sistemi di «specializzazione flessibile», basati sulla produzione artigianale in piccole quantità, realizzata in unità imprenditoriali di piccole e medie dimensioni coordinate da processi di scambio simili a quelli del mercato (Sable e Zeitlin, 1985; Piore e Sable, 1987; Hirst e Zeitlin, 1990). Altri si sono concentrati sulla regolamentazione giuridica delle attività produttrici di reddito e hanno osservato come la crescente «formalizzazione» della vita economica – vale a dire la proliferazione di vincoli legali all’organizzazione dei processi di produzione e di scambio – abbia generato una tendenza opposta verso l’«informalizzazione», una proliferazione di attività generatrici di reddito che aggirano la regolamentazione legale mediante ogni genere di imprenditorialismo «personale» o «familiare» (Lomnitz, 1988; Portes, Castells e Benton, 1989; Feige, 1990; Portes, 1994).


  Sovrapponendosi parzialmente a questa letteratura, numerosi studi hanno seguito le orme della «scuola della regolazione» francese e hanno interpretato le attuali trasformazioni nel modo di operare del capitalismo come una crisi strutturale di ciò che essi definiscono «regime di accumulazione» fordista-keynesiano (per una rassegna Boyer, 1990; Jessop, 1990; Tickell e Peck, 1992). Questo regime è concettualizzato come costitutivo di una particolare fase dello sviluppo capitalistico caratterizzata da investimenti in capitale fisso che generano il potenziale per costanti incrementi della produttività e del consumo di massa. Perché questo potenziale si realizzi, occorrono politiche e azioni governative, istituzioni sociali, norme e consuetudini di comportamento adeguate (il «modo di regolazione»). Il keynesismo è visto come il modo di regolazione che ha permesso al regime fordista emergente di realizzare appieno il suo potenziale. E questo è a sua volta considerato come la causa che sta alla base della crisi degli anni settanta (Aglietta, 1979b; De Vroey, 1984; Lipietz, 1985, 1988).


  Nel complesso i «regolazionisti» sono indifferenti rispetto al possibile successore del fordismo-keynesismo, o per meglio dire rispetto alla possibilità che possa esservi un altro regime di accumulazione con un modo di regolazione appropriato. Con una disposizione analoga, ma con l’uso di un differente apparato concettuale, Claus Offe (1985) e, in modo più esplicito, Scott Lash e John Urry (1987) hanno parlato della fine del «capitalismo organizzato» e dell’emergere del «capitalismo disorganizzato». La caratteristica fondamentale del «capitalismo organizzato» – l’amministrazione e la regolazione consapevole delle economie nazionali da parte di gerarchie di manager e funzionari statali – è messa in causa da un crescente decentramento spaziale e funzionale e da una decentralizzazione dei poteri delle grandi aziende, che lasciano i processi di accumulazione del capitale in uno stato di «disorganizzazione» apparentemente irrimediabile.


  In disaccordo con questa enfasi sulla disintegrazione, piuttosto che sulla coerenza del capitalismo contemporaneo, David Harvey (1993) suggerisce che, in realtà, il capitalismo potrebbe trovarsi nel mezzo di una «transizione storica» dal fordismo-keynesismo a un nuovo regime di accumulazione, che chiama provvisoriamente di «accumulazione flessibile». Egli sostiene che, tra il 1965 e il 1973, le difficoltà incontrate dal fordismo e dal keynesismo nel tenere sotto controllo le intrinseche contraddizioni del capitalismo divennero sempre più evidenti: «Apparentemente queste difficoltà potevano essere ben definite con una parola sola: rigidità» (Harvey, 1993, p. 181). Vi erano problemi di rigidità negli investimenti a lungo termine e su larga scala nei sistemi di produzione in serie; vi erano problemi di rigidità a causa della regolamentazione dei mercati del lavoro e dei contratti di lavoro; e vi erano problemi di rigidità degli impegni statali dovuti alla crescente onerosità degli interventi sul piano della sicurezza sociale e dei diritti pensionistici.


  
    Dietro tutte queste rigidità specifiche vi era una configurazione macchinosa e apparentemente fissa del potere politico e dei rapporti reciproci che univano i lavoratori organizzati, il grande capitale e il governo in ciò che sembrava sempre più una difesa controproducente di angusti interessi particolari, tale da minare piuttosto che garantire l’accumulazione di capitale (Harvey, 1993, p. 183).
  


  Il tentativo da parte del governo statunitense e di quello britannico di mantenere lo slancio del boom economico del dopoguerra grazie a una politica monetaria straordinariamente disinvolta ebbe un certo successo verso la fine degli anni sessanta, ma nei primi anni settanta produsse un effetto contrario a quello desiderato. Le rigidità aumentarono ulteriormente, la crescita reale si arrestò, le tendenze inflazionistiche sfuggirono al controllo e il sistema dei cambi fissi, che aveva sostenuto e regolato l’espansione del dopoguerra, crollò. A partire da quel momento tutti gli stati si sono trovati alla mercé del potere finanziario, sia attraverso gli effetti della fuga di capitali, sia attraverso pressioni istituzionali dirette. «Naturalmente c’è sempre stato, nel capitalismo, un delicato equilibrio fra i poteri finanziari e i poteri statali, ma il crollo del sistema fordista-keynesiano significava chiaramente uno spostamento di poteri a vantaggio del capitale finanziario rispetto allo stato» (Harvey, 1993, p. 206).


  Questo spostamento, a sua volta, ha portato a una «esplosione di nuovi strumenti e mercati finanziari, associata alla nascita di sistemi estremamente sofisticati di coordinamento finanziario su scala mondiale». È questa «straordinaria fioritura e trasformazione dei mercati finanziari» che Harvey, non senza esitazioni, considera come la vera novità del capitalismo negli anni settanta e ottanta e come caratteristica essenziale del regime emergente di «accumulazione flessibile». Il rimescolamento spaziale dei processi di produzione e di accumulazione, la ripresa della produzione artigianale e di reti di imprese personali/familiari, il diffondersi di forme di coordinamento simili a quelle del mercato a spese della pianificazione a opera delle grandi imprese e dei governi – tutti questi sono, secondo Harvey, aspetti differenti del passaggio al nuovo regime di accumulazione flessibile. Tuttavia, egli è propenso a considerarli come espressioni della ricerca di soluzioni finanziarie alle tendenze verso la crisi proprie del capitalismo (Harvey, 1993, pp. 239-244).


  Harvey è pienamente consapevole delle difficoltà implicite nel teorizzare la transizione all’accumulazione flessibile – ammesso che sia questo ciò che il capitalismo sta effettivamente attraversando – e indica alcuni «dilemmi teorici».


  
    […] Possiamo cogliere, dal punto di vista teorico, la logica, se non la necessità, della transizione? In che misura le formulazioni teoriche passate e presenti della dinamica del capitalismo devono essere modificate alla luce delle radicali riorganizzazioni e ristrutturazioni che stanno coinvolgendo le forze produttive e le relazioni sociali? E siamo in grado di rappresentare l’attuale situazione abbastanza bene da poter prevedere il corso probabile e le implicazioni di quella che sembra essere una rivoluzione permanente? La transizione dal fordismo all’accumulazione flessibile ha […] posto serie difficoltà alle teorie di ogni tipo […]. L’unico punto sul quale vi è consenso è questo: vi è stato un cambiamento significativo nel funzionamento del capitalismo a partire, pressappoco, dal 1970 (Harvey, 1993, p. 217).
  


  Gli interrogativi da cui è partito questo studio sono simili a quelli di Harvey. Ma le risposte sono cercate in un’indagine delle tendenze attuali alla luce di modelli di ricorrenza ed evoluzione che abbracciano l’intera esistenza del capitalismo storico in quanto sistema mondiale. Una volta allargato in questo modo l’orizzonte spazio-temporale delle nostre osservazioni e congetture teoriche, tendenze che sembravano originali e imprevedibili cominciano ad apparire familiari.


  Più in particolare, il punto di partenza della nostra ricerca è stata la tesi di Fernand Braudel secondo cui le caratteristiche fondamentali del capitalismo storico nella longue durée – vale a dire lungo l’intera durata della sua esistenza – sono state la «plasticità» e l’«eclettismo» del capitale, piuttosto che le forme concrete assunte da quest’ultimo in differenti luoghi e in epoche diverse.


  
    Insistiamo su questa qualità essenziale per una storia d’insieme del capitalismo: la sua plasticità a tutta prova, la sua capacità di trasformazione e di adattamento. Se esiste, come credo, una certa unità del capitalismo, dall’Italia del secolo XIII fino all’Occidente d’oggi, è qui che occorre in prima istanza collocarla e osservarla (Braudel, 1981-82, vol. II, pp. 434-435).
  


  In alcuni periodi, anche lunghi, il capitalismo sembra «specializzarsi», come accade nel XIX secolo, quando «si lancia in modo tanto spettacolare nell’immensa novità dell’industria». Questa specializzazione ha indotto «la storia generale […] a presentare l’industria come la realizzazione ultima che avrebbe dato al capitalismo il suo “vero” volto». Ma questa è una prospettiva di breve termine:


  
    [Dopo] il primo boom del macchinismo, il capitalismo più alto è tornato all’eclettismo, a una specie di indivisibilità, come se il vantaggio caratteristico di trovarsi in quei punti dominanti consistesse proprio, oggi come ai tempi di Jacques Cœur, nel non rinchiudersi in una sola scelta: nell’essere eminentemente adattabile, e quindi non specializzato (Braudel, 1981-82, vol. II, p. 384).
  


  Mi sembra che questi brani possano essere interpretati come una riformulazione della formula generale del capitale di Marx: D-M-D’. Il capitale monetario (D) indica liquidità, flessibilità, libertà di scelta. M indica capitale investito in una particolare combinazione di input-output in vista di un profitto. Significa quindi concretizzazione, rigidità e riduzione delle opzioni aperte. D indica liquidità, flessibilità e libertà di scelta allargate.


  Intesa in questo modo, la formula di Marx ci dice che gli agenti capitalistici non investono denaro in particolari combinazioni di input-output come un fine in sé, con la conseguente perdita di flessibilità e di libertà di scelta. Al contrario, lo fanno come un mezzo per assicurarsi una flessibilità e una libertà di scelta ancora maggiori in un momento futuro. La formula di Marx ci dice anche che qualora non vi sia alcuna aspettativa da parte degli agenti capitalistici di un aumento della loro libertà di scelta, o se questa aspettativa è sistematicamente insoddisfatta, il capitale tende a fare ritorno a forme più flessibili di investimento, soprattutto alla sua forma di denaro. In altri termini, gli agenti capitalistici «preferiscono» la liquidità, e una parte straordinariamente alta delle loro disponibilità finanziarie tende a rimanere in forma liquida.


  Questa seconda lettura è implicita nella caratterizzazione che Braudel fa del «rigoglio finanziario» come sintomo della maturità di un particolare sviluppo capitalistico. Nel discutere l’allontanamento degli olandesi dal commercio alla metà del XVIII secolo per divenire i «banchieri dell’intera Europa», Braudel suggerisce che un tale allontanamento rappresenta una tendenza ricorrente nel sistema-mondo. La stessa tendenza si era manifestata in precedenza nell’Italia del Quattrocento, quando l’oligarchia capitalistica genovese si spostò dalle merci alle attività bancarie, e nella seconda metà del XVI secolo, quando i «nobili vecchi» genovesi, i prestatori accreditati del re di Spagna, si allontanarono gradualmente dal commercio. Dopo gli olandesi, la tendenza fu confermata dagli inglesi alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo, quando la fine della «fantastica avventura della rivoluzione industriale» creò una sovrabbondanza di capitale monetario (Braudel, 1981-82, vol. III, p. 235).


  Dopo l’avventura egualmente fantastica del cosiddetto fordismo-keynesismo, il capitale statunitense seguì un percorso simile negli anni settanta e ottanta. Braudel non discute dell’odierna espansione finanziaria, che ha acquistato vigore quando la sua trilogia su Civiltà materiale, economia e capitalismo era già compiuta. Tuttavia, possiamo riconoscere senza difficoltà in questa ultima «rinascita» del capitale finanziario un ulteriore esempio di quell’inversione verso l’«eclettismo» che nel passato era stata associata alla maturazione di un importante sviluppo capitalistico: «[Ogni] evoluzione complessiva di tale ordine sembr[a] annunciare, con lo stadio del rigoglio finanziario, una sorta di maturità; è il segnale dell’autunno» (Braudel, 1981-82, vol. III, p. 235, corsivo aggiunto).


  La formula generale del capitale di Marx (D-M-D’) può dunque essere considerata descrittiva non solo della logica dei singoli investimenti capitalistici, ma anche di un modello ricorrente del capitalismo storico come sistema mondiale. L’aspetto principale di questo modello è costituito dall’alternanza di epoche di espansione materiale (le fasi D-M dell’accumulazione di capitale) e di epoche di rinascita e di espansione finanziaria (le fasi M-D’). Nelle fasi di espansione materiale il capitale monetario «mette in movimento» una crescente massa di merci (inclusa la forza-lavoro mercificata e le doti naturali); nelle fasi di espansione finanziaria una crescente massa di capitale monetario «si libera» dalla sua forma di merce, e l’accumulazione procede attraverso transazioni finanziarie (come nella formula marxiana abbreviata D-D’). Insieme, le due epoche o fasi formano un intero ciclo sistemico di accumulazione (D-M-D’).


  La nostra indagine costituisce essenzialmente un’analisi comparata dei successivi cicli sistemici di accumulazione nel tentativo di identificare:


  
    1. modelli di ricorrenza e di evoluzione riprodotti nell’attuale fase di espansione finanziaria e di ristrutturazione sistemica; e
  


  
    2. le anomalie dell’attuale fase di espansione finanziaria che possono condurre a una rottura con i passati modelli di ricorrenza e di evoluzione.
  


  Saranno identificati quattro cicli sistemici di accumulazione, ciascuno caratterizzato da una fondamentale unità dell’agente primario e della struttura dei processi di accumulazione di capitale su scala mondiale: un ciclo genovese, dal XV secolo agli inizi del XVII; un ciclo olandese, dalla fine del XVI secolo fino a buona parte del XVIII; un ciclo britannico, dalla seconda metà del XVIII secolo agli inizi del XX; un ciclo statunitense, che ha avuto inizio alla fine del XIX secolo ed è proseguito nella attuale fase di espansione finanziaria. Come questa periodizzazione approssimativa e preliminare implica, cicli sistemici di accumulazione consecutivi si sovrappongono e, sebbene divengano progressivamente più brevi, ciascuno di essi ha una durata superiore a un secolo; di qui l’idea del «lungo secolo», che sarà considerato come l’unità temporale fondamentale nell’analisi dei processi di accumulazione di capitale su scala mondiale.


  Questi cicli sono del tutto diversi dai «cicli secolari» (o logistici dei prezzi) e dai più brevi cicli di Kondratieff ai quali Braudel ha attribuito così tanta importanza. Sia i cicli secolari che i cicli di Kondratieff sono costrutti empirici dall’incerta condizione teorica, derivati dall’osservazione di fluttuazioni di lungo periodo nei prezzi delle merci (rassegne della letteratura sull’argomento possono essere trovate in Barr, 1979 e Goldstein, 1988). I cicli secolari presentano alcune straordinarie somiglianze con i nostri cicli sistemici. Sono quattro; hanno tutti una durata superiore a un secolo; e diventano progressivamente più brevi (Braudel, 1981-82, vol. III, p. 59). Tuttavia, i cicli secolari dei prezzi e i cicli sistemici di accumulazione non sono affatto sincronizzati. Un’espansione finanziaria può aver luogo con eguale probabilità all’inizio, alla metà o alla fine di un ciclo secolare (dei prezzi) (vedi più oltre, fig. 9).


  Braudel non cerca di comporre questo disaccordo fra la sua datazione delle espansioni finanziarie – su cui è basata la nostra periodizzazione dei cicli sistemici di accumulazione – e quella dei cicli secolari (dei prezzi). Né ci proveremo noi. Messi di fronte a una scelta fra questi due tipi di cicli, abbiamo optato per i cicli sistemici poiché essi sono indicatori – di gran lunga più validi e attendibili dei cicli secolari o dei cicli di Kondratieff – di ciò che vi è di specificamente capitalistico nel moderno sistema mondiale.


  In effetti, non esiste alcun accordo nella letteratura esistente su che cosa indichino le fluttuazioni dei prezzi sul lungo termine, che si tratti di cicli logistici o di cicli di Kondratieff. Di certo esse non sono indicatori attendibili delle contrazioni e delle espansioni di nulla di specificamente capitalistico nel sistema mondiale moderno. La redditività e il comando del capitale sulle risorse umane e naturali possono diminuire o aumentare tanto in una fase discendente dei prezzi quanto in una fase ascendente. Tutto dipende da quale tipo di concorrenza sta spingendo i prezzi verso l’alto o verso il basso. Se sono gli stessi «capitalisti», comunque definiti, che competono con maggiore (minore) intensità di quanto non facciano i loro fornitori e clienti «non capitalisti», i profitti diminuiranno (aumenteranno), indipendentemente dal fatto che la tendenza globale dei prezzi sia verso l’alto o verso il basso.


  Inoltre, né i cicli logistici dei prezzi né i cicli di Kondratieff sembrano essere fenomeni specificamente capitalistici. È interessante notare che nella sintesi che Joshua Goldstein ha fornito dei risultati empirici e dei supporti teorici degli studi sulle onde lunghe, la nozione di «capitalismo» non svolge alcun ruolo. Statisticamente, egli riscontra che le onde lunghe nei prezzi e nella produzione sono «spiegate» principalmente dalla violenza di quelle che egli definisce «guerre fra le grandi potenze». Per quanto riguarda il capitalismo, la questione del suo emergere e della sua espansione è posta chiaramente al di là della portata della sua indagine (Goldstein, 1988, pp. 258-274 e 286).


  Il problema della relazione tra l’emergere del capitalismo e le fluttuazioni dei prezzi sul lungo termine ha interessato sin dall’inizio gli studi sul sistema mondiale. Nicole Bousquet (1979, p. 503) ha considerato «imbarazzante» il fatto che i cicli logistici dei prezzi risalissero a molto prima del 1500. Per la stessa ragione, Albert Bergesen (1983, p. 78) si è chiesto se i cicli logistici dei prezzi «descrivano la dinamica del feudalesimo o del capitalismo, o di entrambi». Persino la Cina imperiale sembra aver sperimentato fenomeni di carattere ciclico dello stesso tipo di quelli dell’Europa (Hartwell, 1982; Skinner, 1985). Quel che più sconcerta, Barry Gills e André Gunder Frank (1992, pp. 621-622) hanno affermato che «andrebbe riconosciuta l’esistenza dei ritmi ciclici fondamentali e delle tendenze secolari del sistema mondiale lungo l’arco di 5000 anni, invece che dei soliti 500 anni presi convenzionalmente in considerazione nell’approccio del sistema-mondo e in quello delle onde lunghe».


  In breve, il nesso fra i cicli secolari di Braudel e l’accumulazione capitalistica di capitale non ha alcun chiaro fondamento logico o storico. Il concetto di cicli sistemici di accumulazione, al contrario, deriva direttamente dalla concezione braudeliana del capitalismo come livello superiore «non specializzato» nella gerarchia del mondo del commercio. Questo livello superiore è il luogo in cui si realizzano «grandi profitti». Qui i profitti sono grandi non solo perché lo strato capitalistico «monopolizza» i settori di attività più redditizi; ancora più importante è il fatto che lo strato capitalistico dispone della flessibilità necessaria a spostare continuamente i propri investimenti dai settori di attività che sperimentano un calo dei profitti a quelli che invece non lo subiscono (Braudel, 1981-82, vol. II, pp. 22, 231 e 428-430).


  Come nella formula generale del capitale di Marx (D-M-D’), così nella definizione braudeliana dei capitalismo, ciò che rende capitalistico un agente o uno strato sociale non è la sua propensione a investire in una particolare merce (per esempio la forza-lavoro) o sfera di attività (per esempio l’industria). Un agente è capitalistico in virtù del fatto che il suo denaro è dotato, sistematicamente e costantemente, della «facoltà di procreare» (l’espressione è di Marx), indipendentemente dalla natura delle specifiche merci e attività che ne costituiscono incidentalmente lo strumento in ogni dato momento. L’idea dei cicli sistemici di accumulazione derivata dall’osservazione storica di Braudel delle ricorrenti espansioni finanziarie deriva logicamente da questo rapporto rigorosamente strumentale del capitalismo con il mondo del commercio e della produzione, e lo enfatizza. In altri termini, le espansioni finanziarie sono considerate sintomatiche di una situazione nella quale l’investimento di denaro nell’espansione del commercio e della produzione non assolve più al compito di incrementare il flusso di denaro verso lo strato capitalistico con la stessa efficacia delle transazioni finanziarie. In una situazione del genere, il capitale investito nel commercio e nella produzione tende a ritornare alla sua forma di denaro e ad accumularsi in maniera più diretta, come nella formula abbreviata di Marx D-D’.


  I cicli sistemici di accumulazione, a differenza dei logistici dei prezzi e dei cicli di Kondratieff, sono dunque fenomeni intrinsecamente capitalistici. Essi indicano una fondamentale continuità nei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale nell’epoca moderna. Ma costituiscono anche fratture fondamentali nelle strategie e nelle strutture che hanno dato forma a questi processi nel corso dei secoli. Al pari di alcune concettualizzazioni dei cicli di Kondratieff, come quelle di Gerhard Mensch (1979), David Gordon (1980) e Carlota Perez (1983), i nostri cicli mettono in evidenza l’alternarsi di fasi di cambiamento continuo e fasi di cambiamento discontinuo.


  Quindi, la sequenza ipotizzata di cicli sistemici parzialmente sovrapposti presenta una stretta somiglianza formale con il «modello delle metamorfosi» dello sviluppo socioeconomico proposto da Mensch. Mensch (1979, p. 73) abbandona «l’idea che l’economia si sia sviluppata attraverso onde, in favore della teoria secondo cui essa si sarebbe evoluta attraverso una serie di impulsi innovativi intermittenti che assumono la forma di cicli successivi a forma di S» (vedi fig. 1). Il suo modello descrive fasi di crescita stabile lungo un percorso ben definito, alternate a fasi di crisi, ristrutturazione e turbolenza che ricreano infine le condizioni per una crescita stabile.


  Il modello di Mensch si riferisce soprattutto alla crescita e alle innovazioni in particolari industrie o in particolari economie nazionali, e in quanto tale non ha alcuna rilevanza immediata per la nostra indagine. Tuttavia, l’idea di cicli composti da fasi di cambiamento continuo lungo un unico percorso che si alternano a fasi di cambiamento discontinuo da un percorso a un altro è alla base della nostra sequenza di cicli sistemici di accumulazione. La differenza sta nel fatto che, nel nostro modello, ciò che si «sviluppa» non è una particolare industria o economia nazionale, ma l’economia-mondo capitalistica nel suo insieme nel corso di tutta la sua esistenza. Le fasi di espansione materiale (D-M) risulteranno dunque composte da fasi di cambiamento continuo, durante le quali l’economia-mondo capitalistica cresce lungo un unico percorso di sviluppo. Le fasi di espansione finanziaria risulteranno invece composte da fasi di cambiamento discontinuo durante le quali la crescita lungo il percorso stabilito ha raggiunto, o sta raggiungendo, i suoi limiti, e l’economia-mondo capitalistica «si sposta», mediante ristrutturazioni e riorganizzazioni radicali, su un percorso diverso.


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  Storicamente, la crescita lungo un unico percorso di sviluppo e gli spostamenti da un percorso a un altro non sono stati semplicemente la conseguenza non intenzionale delle innumerevoli attività intraprese autonomamente in ogni dato momento dagli individui e dalle molteplici comunità in cui è divisa l’economia-mondo. In realtà, le periodiche espansioni e ristrutturazioni dell’economia-mondo capitalistica hanno avuto luogo sotto la leadership di particolari comunità e blocchi di agenti governativi e imprenditoriali, che si trovavano in una posizione unica per volgere a proprio vantaggio le conseguenze non intenzionali delle azioni degli altri agenti. Le strategie e le strutture attraverso cui questi agenti dominanti hanno sostenuto, organizzato e regolato l’espansione o la ristrutturazione dell’economia-mondo capitalistica è ciò che intenderemo per regime di accumulazione su scala mondiale. L’obiettivo principale del concetto di cicli sistemici è quello di descrivere e spiegare la formazione, il consolidamento e la disintegrazione dei successivi regimi attraverso cui l’economia-mondo capitalistica si è espansa a partire dal suo embrione subsistemico nel basso Medioevo fino alla sua attuale dimensione globale.


  L’intera costruzione poggia sulla concezione braudeliana del rapporto che lega la formazione e la riproduzione allargata del capitalismo storico come sistema mondiale ai processi di formazione degli stati da un lato, e alla formazione del mercato, dall’altro. Nelle scienze sociali come nei discorsi politici e nei mass media si ritiene comunemente che il capitalismo e l’economia di mercato siano più o meno la stessa cosa, e che il potere statale sia antitetico a entrambi. Braudel, al contrario, considera il capitalismo completamente dipendente, nel suo emergere e nella sua espansione, dal potere statale, e dunque l’antitesi dell’economia di mercato (Wallerstein, 1995b, capp. 14 e 15).


  Più in particolare, Braudel concepiva il capitalismo come il livello superiore di una struttura a tre piani, una struttura nella quale, «come in ogni gerarchia, […] i livelli superiori non potrebbero esistere senza quelli inferiori, su cui poggiano». Il livello inferiore, e fino a tempi recenti più esteso, è quello di un’economia estremamente elementare e perlopiù autosufficiente. In mancanza di una espressione più adeguata, egli lo definì il livello della vita materiale, «il piano terreno della non-economia, una sorta di humus in cui il mercato affonda le radici, ma senza afferrar[ne] la massa» (Braudel, 1981-82, vol. II, pp. XX e 217).


  
    Al di sopra [di tale livello], la zona per eccellenza dell’economia di mercato moltiplica i suoi collegamenti orizzontalmente fra i diversi mercati: un certo automatismo vi coordina solitamente offerta, domanda e prezzi. Infine, accanto o meglio sopra questo strato, la zona del contromercato è il regno dell’arrangiarsi e del diritto del più forte. Qui si colloca per eccellenza il campo del capitalismo, ieri come oggi, prima come dopo la rivoluzione industriale (Braudel, 1981-82, vol. II,

    p. 217, corsivo aggiunto).
  


  Un’economia di mercato mondiale, intesa come una molteplicità di collegamenti orizzontali tra mercati diversi, emerse dalle profondità del livello sottostante della vita materiale molto prima che il capitalismo-come-sistema-mondo si elevasse al di sopra del livello dell’economia di mercato. Come ha mostrato Janet Abu-Lughod (1989), un sistema di collegamenti orizzontali vago ma nondimeno chiaramente riconoscibile fra i principali mercati dell’Eurasia e dell’Africa esisteva già nel XIII secolo. E, per quanto ne sappiamo, Gills e Frank potrebbero essere nel giusto nel sostenere che questo sistema di comunicazioni orizzontali sia in realtà emerso diversi millenni prima.


  Come che sia, la questione che riguarda direttamente la nostra indagine non è relativa al quando e al come un’economia di mercato mondiale emerse al di sopra delle strutture primordiali della vita quotidiana; è invece relativa al quando e al come il capitalismo emerse al di sopra delle strutture dell’economia di mercato mondiale preesistente e, con il tempo, acquisì il potere di dare nuova forma ai mercati e alle vite umane nel mondo intero. Come fa notare Braudel (1981-82, vol. III, p. 77), la metamorfosi dell’Europa nell’«attrezzo mostruoso della storia del mondo» in cui si trasformò dopo il 1500 non costituì una semplice transizione. Si trattò invece di «una serie di tappe e di passaggi, i primi tra i quali sono molto anteriori al classico Rinascimento della fine del secolo XV».


  Il momento più decisivo di questa serie di transizioni non fu il proliferare degli elementi dell’impresa capitalistica in tutta Europa. Elementi di questo genere erano già presenti in tutto il sistema commerciale dell’Eurasia e non erano affatto caratteristici dell’Occidente.


  
    Ci troveremo sempre di fronte, in Egitto come in Giappone, ad autentici capitalisti, grandi mercanti all’ingrosso che prosperano sulle rendite degli scambi, e migliaia di ausiliari, commissionari, mediatori, cambiavalute, banchieri. Inoltre, dal punto di vista degli strumenti, delle possibilità o garanzie dello scambio, nessuno di questi gruppi mercantili ha nulla da invidiare agli omologhi occidentali. In India e fuori, i mercanti tamil, bengalesi e gujarati formano associazioni compatte, i cui affari e contratti passano da un gruppo all’altro, come avviene in Europa tra i fiorentini e i lucchesi e i genovesi, o i tedeschi del Sud o gli inglesi. Nell’alto Medioevo ci sono stati anche re dei mercanti al Cairo, a Aden e nei porti del golfo Persico (Braudel, 1981-82, vol. III, pp. 507-508).
  


  In nessun luogo, salvo l’Europa, questi elementi si fusero nella potente miscela che spinse gli stati europei verso la conquista territoriale del mondo e verso la formazione di un’economia-mondo capitalistica onnipotente e davvero globale. Da questa prospettiva, la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l’aspetto più rilevante di questa transizione, peraltro trascurata dagli studiosi, è la singolare fusione di stato e capitale, che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa.


  
    Il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Nella sua prima grande fase, che coincide con l’ascesa delle città-stato italiane, a Venezia, Genova, Firenze, è l’élite del denaro che detiene il potere. Nell’Olanda del XVII secolo, l’aristocrazia dei reggenti governa secondo gli interessi e persino secondo le direttive degli uomini d’affari, mercanti o finanzieri. In Inghilterra, la Gloriosa rivoluzione del 1688 segna, a un tempo, l’avvento di un nuovo corso politico e l’affermazione di un nuovo modo di condurre gli affari, simile a quello adottato dagli olandesi (Braudel, 1981, pp. 76-77, corsivo aggiunto).
  


  La concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo. Come Weber sostiene nella sua Storia economica, nell’antichità, così come nel tardo Medioevo, le città europee erano state il vivaio del «capitalismo politico». In entrambi i periodi l’autonomia di queste città fu progressivamente erosa da strutture politiche di dimensioni maggiori. Tuttavia, mentre nell’antichità questa perdita di autonomia aveva significato la fine del capitalismo politico, nella prima età moderna essa significò l’espansione del capitalismo in un nuovo tipo di sistema mondiale.


  
    Nell’antichità la libertà cittadina è scomparsa a favore di un impero mondiale organizzato burocraticamente, all’interno del quale non vi era più spazio per un capitalismo politico. […] [A] differenza di quanto era avvenuto nelle fasi precedenti, [nell’epoca moderna le città] caddero sotto il dominio di stati nazionali in concorrenza tra loro, e in costante conflitto per il potere, sia in forma pacifica sia in forma bellica. Questo conflitto concorrenziale determinò le massime opportunità per il moderno capitalismo occidentale. Il singolo stato doveva competere per il capitale, che poteva spostarsi liberamente e gli prescriveva le condizioni a cui era disposto a dargli l’aiuto necessario per diventare una potenza. […] È dunque lo stato nazionale chiuso ciò che assicura al capitalismo le opportunità per continuare a sussistere: fino a che non farà posto a un impero mondiale, durerà anche il capitalismo (Weber, 1993, pp. 292-294, corsivo aggiunto).
  


  Nell’affermare la stessa tesi in Economia e società, Weber (1995, vol. II, pp. 50-51) sostenne inoltre che questa concorrenza per il capitale mobile fra «le grandi formazioni puramente politiche, di forza all’incirca uguale» condusse


  
    a quella caratteristica alleanza tra i poteri costitutivi degli stati e le forze capitalistiche privilegiate, che fu tra i più importanti fattori dello sviluppo capitalistico moderno […]. Sia la politica commerciale che la politica bancaria degli stati moderni […] non si possono capire […] senza quella assai peculiare situazione politica di concorrenza e di «equilibrio» che è offerta dalla costellazione degli stati europei nell’ultimo mezzo millennio.
  


  La nostra analisi convaliderà queste osservazioni mostrando che la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione materiale. Ma, a parziale precisazione della tesi di Weber, la nostra analisi mostrerà anche che la concentrazione del potere nella mani di particolari blocchi di agenti governativi e imprenditoriali è stata altrettanto cruciale della concorrenza tra formazioni politiche «di forza all’incirca uguale» per le ricorrenti espansioni materiali dell’economia-mondo capitalistica. Generalmente le principali espansioni materiali si sono avute solo quando un nuovo blocco dominante aveva accumulato un potere mondiale sufficiente da essere in grado non solo di aggirare o situarsi al di sopra della concorrenza interstatale, ma di porla sotto controllo e di assicurare un livello minimo di cooperazione interstatale. A sostenere la prodigiosa espansione dell’economia-mondo capitalistica negli ultimi cinquecento anni, in altre parole, non è stata la concorrenza interstatale in quanto tale, ma la concorrenza interstatale combinata con una crescente concentrazione del potere capitalistico nel sistema mondiale nel suo insieme.


  L’idea di una crescente concentrazione del potere capitalistico nel sistema mondiale moderno è implicita in un tratto osservato da Marx nel Capitale. Al pari di Weber, Marx attribuiva grande importanza al ruolo svolto dal sistema del debito pubblico, introdotto da Genova e Venezia nel tardo Medioevo, nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo moderno.


  
    Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica. […] Come con un colpo di bacchetta, [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti (Marx, 1978, libro primo, pp. 926-927).
  


  L’attenzione che Marx prestò agli aspetti interni dell’accumulazione del capitale gli impedì di apprezzare la persistente importanza del debito pubblico in un sistema di stati in costante concorrenza reciproca per la conquista del sostegno dei capitalisti ai loro obiettivi di potere. Secondo Marx, l’alienazione del patrimonio e dei redditi futuri degli stati era semplicemente un aspetto dell’«accumulazione originaria» – «previous accumulation» in Adam Smith – «un’accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico» (Marx, 1978, libro primo, p. 879). Nondimeno Marx riconobbe la persistente importanza del debito pubblico, non come espressione della concorrenza tra gli stati, ma come mezzo di una cooperazione «invisibile» tra i capitalisti che «avviò» ripetutamente l’accumulazione di capitale attraverso lo spazio-tempo dell’economia-mondo capitalistica dalle sue origini fino ai suoi giorni.


  
    Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII […] l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti (Marx, 1978, libro primo, p. 928).
  


  Marx, tuttavia, non si accorse che la sequenza degli stati capitalistici dominanti delineata in questo brano è composta di unità di dimensioni, risorse e potere mondiale crescenti. Tutti e quattro gli stati – Venezia, le Province Unite, il Regno Unito e gli Stati Uniti – furono le grandi potenze delle successive epoche durante le quali i loro gruppi dominanti svolsero allo stesso tempo il ruolo di leader nei processi di formazione dello stato e di accumulazione del capitale. Considerati in sequenza, tuttavia, i quattro stati appaiono come grandi potenze di un livello assai diverso e crescente. Come esporremo in dettaglio nel corso di questa indagine, il territorio metropolitano di ciascuno degli stati che compongono questa sequenza è più vasto e comprende una maggiore varietà di risorse rispetto al predecessore. E, quel che è più importante, a mano a mano che la sequenza è progredita sono aumentate le dimensioni e la portata delle reti di potere e di accumulazione che hanno consentito agli stati in questione di riorganizzare e controllare il sistema mondiale all’interno del quale essi operavano.


  Possiamo dunque osservare che l’espansione del potere capitalistico nel corso degli ultimi cinquecento anni è stata associata non solo alla concorrenza fra gli stati per il capitale mobile, come sottolineato da Weber, ma anche alla formazione di strutture politiche dotate di capacità organizzative sempre più ampie e complesse per il controllo delle condizioni sociali e politiche dell’accumulazione di capitale su scala mondiale. Nel corso degli ultimi cinquecento anni, queste due condizioni fondamentali dell’espansione capitalistica sono state continuamente e parallelamente ricreate. Ogniqualvolta i processi di accumulazione del capitale su scala mondiale hanno raggiunto i loro limiti, sono seguiti lunghi periodi di lotta fra gli stati, durante i quali lo stato che controllava le fonti più abbondanti di capitali eccedenti tendeva ad acquisire le capacità organizzative necessarie a promuovere, organizzare e regolare una nuova fase di espansione capitalistica di dimensioni e portata maggiori di quella precedente.


  Generalmente, l’acquisizione di queste capacità organizzative fu assai più la conseguenza di vantaggi posizionali nella mutevole configurazione spaziale dell’economia-mondo capitalistica che dell’innovazione in quanto tale. Braudel (1981, p. 78) si spinge fino ad affermare che l’innovazione non ha giocato alcun ruolo nei successivi spostamenti spaziali del centro dei processi sistemici di accumulazione: «Amsterdam ricalca i modelli di Venezia, come Londra copierà a sua volta quelli di Amsterdam e, in seguito, New York quelli di Londra». Come vedremo, questo processo di imitazione fu di gran lunga più complesso di quanto non implichi la semplice sequenza qui delineata. Apparirà che ogni spostamento è stato associato a una vera e propria «rivoluzione organizzativa» nelle strategie e nelle strutture dell’agente dominante dell’espansione capitalistica. Tuttavia, la tesi di Braudel, secondo cui gli spostamenti riflettevano «il trionfo di nuove regioni sulle spoglie del vecchio mondo» associato a «un vasto mutamento di proporzioni», rimarrà valida.


  I flussi di capitali dai centri in declino verso quelli emergenti rilevati da Marx furono lo strumento di tentativi operati dai centri in declino di rivendicare una parte delle enormi eccedenze che si accumulavano nei nuovi centri. Flussi di questo genere hanno caratterizzato ciascuna passata espansione finanziaria. L’attuale espansione finanziaria, al contrario, sembra divergere da questo schema.


  Come documenteremo nell’Epilogo, l’attuale espansione finanziaria ha visto la crescita esplosiva del Giappone e degli stati minori dell’Asia orientale come nuovo centro dei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale. Tuttavia, negli anni ottanta vi furono poche tracce di un flusso significativo di capitali dal centro in declino verso questo centro emergente. Al contrario, come hanno messo in evidenza Joel Kotkin e Yoriko Kishimoto (1988, p. 123), dopo aver citato il brano in cui Marx descrive il sostegno «segreto» accordato dai leader in declino dei processi di accumulazione del capitale ai loro successori, «con uno sbalorditivo capovolgimento della tesi di Marx, gli Stati Uniti non stanno seguendo il modello degli altri imperi esportatori di capitali (Venezia, Olanda e Gran Bretagna), ma stanno ora attraendo una nuova ondata di investimenti dall’estero». A loro avviso, questo capovolgimento è dovuto soprattutto alla spinta esercitata sul capitale straniero dalla relativa assenza di controllo da parte degli Stati Uniti sulle attività imprenditoriali straniere, dalla crescita della popolazione, dallo spazio fisico, dalle sue enormi risorse e dalla sua «condizione di più ricca e più sviluppata potenza continentale». A parziale sostegno di questa tesi, essi riferiscono l’opinione di Hiroshi Takeuchi, capo dell’ufficio studi di una banca giapponese e «noto nazionalista economico», secondo cui gli Stati Uniti dispongono di dimensioni e di risorse che il Giappone non possiederà mai. Di conseguenza, le eccedenze di capitale giapponesi si sono riversate verso gli Stati Uniti così come era avvenuto alla fine del XIX secolo per le eccedenze di capitale britanniche. «Il ruolo giapponese sarà quello di soccorrere gli Stati Uniti esportando il nostro denaro per ricostruire la vostra economia. Questa è la dimostrazione del fatto che la nostra economia è fondamentalmente debole. Il denaro si dirige verso l’America perché voi siete fondamentalmente forti» (citato in Kotkin e Kishimoto, 1988, pp. 122-123).


  Il punto di vista di Takeuchi sul rapporto tra il potere giapponese e quello statunitense è essenzialmente identico a quello espresso da Samuel Huntington in occasione di un seminario sul Giappone tenuto a Harvard nel 1979. Bruce Cumings (1987, p. 64) racconta che, quando Ezra Vogel aprì il seminario dicendo: «Sono davvero molto turbato quando rifletto sulle conseguenze della crescita del potere giapponese», la risposta di Huntington fu che il Giappone era in realtà «un paese straordinariamente debole». «Energia, fabbisogno alimentare e sicurezza militare» ne costituivano i principali punti deboli.


  Questa valutazione si basa su una visione convenzionale del potere interstatale, che prende in considerazione soprattutto le dimensioni relative, l’autosufficienza e le forze militari. Una prospettiva di questo genere ignora completamente il fatto che la «tecnologia del potere» del capitalismo – per prendere in prestito un’espressione di Michael Mann (1986) – è stata del tutto diversa dal territorialismo. Come Weber sottolinea nel brano citato in precedenza, e come la nostra indagine proverà, la concorrenza per il capitale mobile tra strutture politiche di grandi dimensioni ma di forza all’incirca uguale è stata il fattore maggiormente rilevante e duraturo nell’ascesa e nell’espansione del potere capitalistico nell’epoca moderna. Se non si prendono in considerazione gli effetti di questa concorrenza sul potere degli stati rivali e su quello delle organizzazioni statali e non statali che li assistono economicamente nel conflitto, le nostre valutazioni dei rapporti di forza nel sistema mondiale sono destinate a risultare essenzialmente viziate. Le capacità di tenere a bada militarmente e di influenzare politicamente le grandi potenze territoriali del tardo Medioevo e dell’Europa della prima età moderna dimostrate per secoli da alcune città-stato italiane risulterebbero altrettanto incomprensibili del crollo e della disintegrazione improvvisi, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, della seconda maggiore potenza militare dei nostri tempi, nonché del paese più vasto e autosufficiente: l’Unione Sovietica.


  Non è un caso che l’apparente capovolgimento della tesi di Marx osservato da Kotkin e Kishimoto sia avvenuto nel mezzo di un’improvvisa escalation della corsa agli armamenti e del conflitto politico-ideologico tra Stati Uniti e Unione Sovietica, quella che Fred Halliday (1986) ha definito seconda guerra fredda. Né è un caso che l’espansione finanziaria degli anni settanta e ottanta abbia raggiunto il suo momento di maggiore splendore proprio all’epoca di questa improvvisa escalation. Parafrasando Marx, fu in questo periodo che l’alienazione dello stato statunitense procedette più celermente di quanto non fosse mai avvenuto in precedenza; e, parafrasando Weber, fu in questo periodo che la concorrenza per il capitale mobile tra le due maggiori formazioni politiche del mondo creò una nuova, straordinaria opportunità per l’autoespansione del capitalismo.


  Il flusso di capitali dal Giappone verso gli Stati Uniti dell’inizio degli anni ottanta va considerato in questo contesto. Considerazioni politiche ispirate dalla dipendenza e dalla subordinazione del Giappone al potere mondiale statunitense hanno svolto senza dubbio un ruolo decisivo nell’indurre il capitale giapponese ad aiutare gli Stati Uniti nella fase di intensificazione del conflitto di potere, come sembra implicare Takeuchi. Tuttavia, come gli eventi successivi hanno mostrato, le considerazioni politiche erano inseparabili da considerazioni di profitto.


  Sotto questo aspetto, il flusso di capitali dal Giappone agli Stati Uniti non fu così anomalo come Kotchin e Kishimoto ritengono. Esso fu in qualche modo analogo all’assistenza finanziaria che la potenza capitalista emergente (gli Stati Uniti) accordò alla potenza capitalista in declino (il Regno Unito) durante le due guerre mondiali. Il confronto anglo-tedesco, a differenza di quello tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni ottanta, fu «caldo», non «freddo». Ma le necessità finanziarie nei due casi e i profitti che ci si poteva attendere dallo «scommettere» sul vincitore furono nondimeno paragonabili.


  La principale differenza tra l’assistenza finanziaria che gli Stati Uniti fornirono alla Gran Bretagna durante le due guerre mondiali e l’assistenza finanziaria giapponese agli Stati Uniti nel corso della seconda guerra fredda risiede nelle conseguenze. Mentre gli Stati Uniti ne ricavarono vantaggi enormi, ciò non è avvenuto nel caso del Giappone. Come vedremo nel quarto capitolo, le due guerre mondiali e le loro conseguenze furono momenti decisivi nella redistribuzione di risorse dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti che accelerò il cambiamento della leadership nei processi sistemici di accumulazione del capitale. Durante e dopo la seconda guerra fredda, al contrario, non vi fu alcuna redistribuzione paragonabile. Il Giappone probabilmente non riebbe mai indietro il suo denaro.


  Le perdite maggiori derivarono dalla caduta del dollaro dopo il 1985. Questo significava che il pagamento degli interessi e la restituzione dei prestiti, contratti in dollari notevolmente sopravvalutati, avevano luogo in dollari sottovalutati. Le perdite inflitte al capitale giapponese dalla svalutazione furono tali che le imprese e il governo giapponesi revocarono il loro fino ad allora incondizionato sostegno finanziario al governo statunitense. Alla metà del 1987, per la prima volta dall’inizio degli anni ottanta, gli investitori privati giapponesi invertirono il loro flusso di capitali verso gli Stati Uniti. E, dopo il crollo della borsa dell’ottobre del 1987, il ministro delle Finanze giapponese non fece nulla per incoraggiare gli intermediari finanziari a sostenere l’importante asta di titoli di stato americani tenutasi nel novembre del 1987 (Helleiner, 1992, p. 434).


  Le difficoltà incontrate dal Giappone nell’esercitare il suo crescente comando sui capitali eccedenti per trasferire attività finanziarie dal controllo statunitense a quello giapponese non furono semplicemente la conseguenza del potere – storicamente senza precedenti – di cui gli agenti pubblici e privati statunitensi, agendo di concerto, disponevano per manipolare domanda e offerta, saggi di interesse e corsi dei cambi sui mercati finanziari mondiali. L’acquisizione di attività materiali negli Stati Uniti presentava peculiari difficoltà. Nella misura in cui era interessato il capitale giapponese, la più ricca e più sviluppata potenza continentale del mondo si dimostrò non così priva di controllo sulle imprese straniere come pensavano Kotkin e Kishimoto.


  Questo «controllo» è stato più informale che formale, ma non per questo meno reale. Vi sono state barriere culturali, incarnate dalla reazione isterica scatenatasi nei media statunitensi, e grazie a essi, in occasione dell’acquisto del Rockefeller Center a New York da parte del capitale giapponese. Dal momento che gli acquisti giapponesi di beni immobili statunitensi impallidivano al confronto di quelli europei, canadesi e australiani, il messaggio ad acquirenti e a venditori era che, quando si trattava di acquistare attività patrimoniali statunitensi, il denaro giapponese non aveva gli stessi «diritti» di quello proveniente da paesi esteri del ceppo europeo.


  Se i mass media sono stati i principali protagonisti nell’alzare barriere culturali all’acquisizione di attività statunitensi da parte del capitale giapponese, il governo ha fatto la sua parte erigendo barriere politiche. Ha accolto con favore il denaro giapponese quando andava a finanziare il disavanzo e il debito pubblico e a creare attività produttive in grado di generare posti di lavoro o di ridurre il disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense. Ma ha scoraggiato fortemente le acquisizioni di imprese redditizie ma strategicamente cruciali. Fu così che, nel marzo del 1987, le proteste del ministro della Difesa, Caspar Weinberger, e del ministro del Commercio, Malcolm Baldridge, convinsero Fujitsu dell’opportunità di rinunciare al tentativo di acquisire il controllo della Fairchild Semiconductor Corporation. Eppure, come ha osservato Stephen Krasner (1988, p. 29), «la proprietà della Fairchild era della società francese Schlumberger; il problema dunque non riguardava la proprietà straniera».


  Quello che le barriere culturali e politiche non furono in grado di fare fu ottenuto dalle barriere all’entrata insite nella stessa struttura del capitalismo manageriale statunitense. Le complessità della vita delle grandi imprese statunitensi si rivelarono per il denaro giapponese barriere più insormontabili dell’ostilità culturale e della diffidenza politica. Le maggiori acquisizioni giapponesi negli Stati Uniti – quella della Columbia Pictures a opera della Sony nel 1989, e quella della MCA a opera della Matsushita l’anno successivo – mancarono completamente il loro obiettivo. Quando fu scoperto l’affare Sony i media ebbero una reazione eccessiva e la copertina di Newsweek parlò di «invasione» giapponese a Hollywood. Tuttavia, come scrisse Bill Emmott nella pagina dei commenti del New York Times (23 novembre 1993, A19),


  
    trascorsero meno di due anni prima che divenisse chiaro che i timori e l’iperbole erano fuori luogo […]. [L’]«invasione» giapponese delle imprese statunitensi non era stata poi gran cosa. Persino le migliori società giapponesi avevano commesso straordinari e costosi errori. Non furono dunque in grado di assumere il controllo neppure delle imprese che avevano acquistato, per non dire della cultura e della tecnologia (vedi anche Emmott, 1993).
  


  In breve, la vera anomalia delle relazioni tra Stati Uniti e Giappone durante l’attuale espansione finanziaria non risiede nel fatto che il capitale giapponese si è diretto verso gli Stati Uniti nei primi anni ottanta; l’anomalia consiste invece nel fatto che il capitale giapponese ha tratto un vantaggio esiguo dall’assistenza economica concessa agli Stati Uniti nella escalation finale della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Vi è in questa anomalia il sintomo di un cambiamento fondamentale nei meccanismi della concorrenza interstatale per il capitale mobile che hanno mosso e sostenuto l’espansione del potere capitalistico nel corso degli ultimi seicento anni?


  Questi meccanismi hanno un evidente limite intrinseco. Il potere capitalistico nel sistema mondiale non può espandersi indefinitamente senza minare la concorrenza tra gli stati per il capitale mobile su cui poggia l’espansione. Prima o poi si giungerà a un punto nel quale le alleanze tra il potere dello stato e quello del capitale formatesi in risposta a questa concorrenza diverranno talmente formidabili da eliminare la stessa concorrenza e, dunque, la possibilità per le nuove potenze